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TOP 30 2017 || la classifica della redazione

Written by Articoli

10 SONGS A WEEK | la settimana in dieci brani #13.10.2017

Written by Playlist

‘Chi suona stasera?’ – Guida alla musica live di marzo 2017

Written by Eventi

Julie’s Haircut, Umberto Maria Giardini, Russian Circles… Tutti i live da non perdere questo mese secondo Rockambula.

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Afterhours, nuovo disco e tour

Written by Novità

Sono trascorsi 4 anni dall’uscita di Padania, uno stato mentale – si diceva – e indubbiamente uno snodo fondamentale nella storia di una delle band più originali e controverse nella storia della discografia italiana.

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Tame Impala, unica data italiana a Luglio

Written by Senza categoria

I Tame Impala, la band australiana che ha rivoluzionato il rock con la sua psichedelia liquida, la scorsa estate ha fatto ritorno sulla scena musicale con Currents. Preceduto dai singoli “Let It Happen”, “Cause I’m a Man”, “Disciples” e “Eventually”, l’album è stato pubblicato lo scorso 17 Luglio via Modular/Caroline/Universal.

MARTEDÌ 5 LUGLIO
MILANO – MARKET SOUND

Via Cesare Lombroso, 54, 20137 MI
Biglietto: 30 euro + d.p.
Prevendite disponibili da Lunedì 17 Gennaio alle ore 11.00 su
www.ticketone.it, www.vivaticket.it, www.bookingshow.it

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Verdena – Endkadenz Vol.1

Written by Recensioni

Endkadenz Vol.1 è il sesto album dei Verdena, band italiana che, nel tempo, ha saputo sorprendere per la sua capacità di rinnovarsi e sperimentare senza però venire meno alla propria identità. Il titolo, stando a quanto dichiarato in un’intervista per Rockit, è un termine coniato dal compositore tedesco Kagel che coniugava musica e teatro nell’esibizione, e rappresenta “un movimento ben preciso che determina la cadenza finale di un concerto”; Endkadenz è l’ultimo colpo di timpano durante il quale il timpanista aveva il “compito di rompere la pelle, di buttarsi dentro al tamburo e di rimanere lì immobile”. L’album, che viaggia in coppia con Endkadenz Vol.2 (in uscita nei prossimi mesi), è composto da 13 tracce (stesso numero del Vol. 1 di Wow). L’utilizzo del piano (“Nevischio”, “Vivere di Conseguenza”) riconduce al precedente album Wow, sebbene il piano a muro di Endkadenz suoni in maniera più calda, molto diversa dal suono elettronico del sopracitato album. La presenza di distorsioni rimanda invece ancora più indietro, a Requiem e al suo sound più duro dal sapore Grunge, ma anche a sonorità vagamente Shoegaze (“Inno del Perdersi”); scordatevi dunque le chitarre spagnoleggianti di “Razzi, Arpia, Inferno e Fiamme”, siamo ben lontani da quelle sonorità. Effetti di distorsione sono applicati anche alla voce, accompagnata a volte da cori finti percepiti come voci lontane (“Puzzle”, “Contro la Ragione”). Insieme alle chitarre distorte, grande protagonista resta sempre la sezione ritmica, che a tratti picchia in maniera compulsiva e autonoma, quasi a staccarsi completamente dalla linea melodica della voce (“Derek”), e che trova meno possibilità di esprimersi in termini di potenza rispetto al passato per via di pezzi dal ritmo più lento. Elemento del tutto nuovo è la presenza delle trombe (“Diluvio”, “Contro la Ragione”, “Sci Desertico”), anche se si tratta di suoni digitali e non di veri e propri fiati. Per quanto riguarda i testi, l’ ermetismo in stile Verdena viene quasi del tutto abbandonato per fare spazio a componimenti più strutturati, che a tratti perdono quelle caratteristiche di spigliatezza ed immediatezza per via della continua ricerca di rime e assonanze. Endkadenz segue la linea di Wow e rappresenta un altro passo in avanti verso nuove forme sonore, pur restando con lo sguardo rivolto verso Requiem ed album anteriori. Parafrasando le parole di un’amica, la vera chiave dell’evoluzione sta nel non accettarsi mai; è questo il motore che permette di rinnovare e superare sé stessi. Il rischio è quello di renderci irriconoscibili agli occhi di chi ci conosce o, in questo caso, ad un pubblico fedele ma a volte anche abitudinario. Non è il caso dei Verdena, che con un abile gioco di equilibri sono riusciti ancora una volta rinnovare la loro musica, pur rimanendo fedeli alla propria linea espressiva.

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Fabi Silvestri Gazzè – Il Padrone della Festa

Written by Recensioni

Niccolò Fabi, Daniele Silvestri e Max Gazzè insieme per un album corale, in parte scritto a sei mani e in parte fatto di apporti personali dei tre cantautori della scuola romana. Apprendo la notizia sul web ad aprile dello scorso anno, a ridosso dell’uscita del primo singolo estratto, “Life is Sweet”. Un banner pubblicitario lampeggia sulla pagina web, sono mio malgrado alla ricerca di una macchina nuova e non c’è modo di sfuggire agli algoritmi della rete, e accanto all’articolo l’ironia della sorte ha appiccicato un annuncio che recita “usato garantito”. Sono in molti a dire che l’arrivo di un lavoro corale fosse prevedibile e alcuni lo auspicavano da tempo. A metà settembre, la release ufficiale de Il Padrone della Festa. È inequivocabile sin dal primissimo ascolto che il succitato padrone qui è Fabi. Tra le dodici tracce individuo i brani di Max Gazzè con un pizzico di fatica in più di quella che avevo preventivato. Il suo sound ironico fa capolino solo in “Arsenico”, giustapposizione di fiati e liriche sottili, dopo tre brani sufficienti a sancire il ruolo di deus ex machina di Niccolò. Non si discute l’eccelsa fattura del prodotto finale. Esecuzione raffinata e cura puntuale nelle registrazioni sono garantite da un esercito scelto di musicisti, tra cui Roberto Angelini e Adriano Viterbini solo per citarne un paio, oltre che ovviamente dall’esperienza dei tre generali. Ciò nonostante resto perplessa sulle dichiarazioni del trio sulla natura ludica e spontanea dell’esperimento. Il Padrone della Festa ha piuttosto l’aspetto di un’esca da lanciare nei palasport, non di un divertente e sperimentale mescolarsi. Eppure in passato li avevamo visti collaborare fruttuosamente (indimenticabile “Vento d’Estate” di Fabi e Gazzè, raro caso di pop contagioso e al contempo raffinato) o guidarsi vicendevolmente l’uno nelle fatiche dell’altro senza contaminarne la natura. Li ritroviamo ora miscelati in un modo che finisce per appiattire le peculiarità di ognuno, quei dettagli che pur gravitando nello stesso circuito li avevano sempre piacevolmente contraddistinti. Inevitabile è perciò che questo “usato garantito” che i tre propongono oggi suoni meno potente se paragonato agli episodi del passato di ognuno dei tre. Sì, insomma, sono un po’ incazzata, perché penso che con qualche sforzo in più e qualche sold out in meno ora io avrei tre ottimi dischi da ascoltare mentre invece me ne ritrovo uno soltanto con cui devo anche in qualche modo tentare di far pace, ed anche che dopo il successo del tour in Italia e in Europa la situazione appaia ormai consolidata e dovrò probabilmente accontentarmi di metter su “Lo Spigolo Tondo” quando avrò voglia della vocazione gitana di Silvestri, di “Canzone di Anna” come condensato degli arrangiamenti orchestrali di cui Fabi è capace, e accenderò un cero a “Il Dio delle Piccole Cose” pregandolo di concedermi a breve un Max nella sua forma migliore, tutto intero.

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Marina Rei – Pareidolia

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Ammetto di storcere il naso quando mi viene assegnata la recensione di un’artista più commerciale del solito, anche se spesso Marina Rei è caduta in un velato dimenticatoio. A onor del vero, oggi ciò significa avere qualcosa da dire nel panorama spento della musica italiana, fatta di talent show e gelida apparenza. Da Sanremo a collaborare con Giulio Ragno Favero (OneDimensional Man, Teatro Degli Orrori) è come andare dalle stalle alle stelle. Pareidolia è il manifesto di una donna che ha fatto della musica la sua ragione di vita, talvolta capita appieno, talvolta meno. Sicuramente questo album non le darà il massimo della visibilità, ma non credo sia questo il suo intento. Immagino preferisca di gran lunga rivolgersi a chi può davvero riconoscere le sue doti incontaminate di musicista a tutto tondo, prendendo le distanze dal tormentone “Primavera”, scegliendo una via più underground, tra tenaci riff (“Sole”) e ballate oniriche (“Del Tempo Perso”). “Avessi Artigli”, prima traccia del disco, prende corpo gradualmente partendo dai colpi incessanti di un rullante martellante inframmezzato da una chitarra in cui si scorgono in lontananza i Muse o addirittura i Battles. L’Hip Hop della titletrack, frutto della collaborazione con Zona MC e Off Muziek e i ritmi da dancefloor di “Vorrei Essere” si sommano alle molteplici influenze di Pareidolia, sempre più avvezzo a mutarsi in un mondo a sé stante, dove ogni canzone è diversissima dall’altra. La rivisitazione di “Annarella” dei CCCP è un qualcosa di realmente toccante, la degna conclusione di un’opera che racchiude lo spirito di oltre vent’anni di carriera di un’artista più in salute che mai. Altro che Primavera. Qui siamo in pieno Inverno.

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Subsonica – Una Nave in una Foresta

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C’è un detto torinese che parla di una barca in un bosco per esprimere attraverso una semplice metafora la non facile situazione in cui ci si sente pervasi da uno spiacevole senso d‘inadeguatezza e non appartenenza. Una sensazione maledettamente universale, che i Subsonica hanno cercato di esprimere fin dai loro esordi, in vari modi e attraverso varie vesti espressive: dall’Elettronica spinta, al Rock, dalle sperimentazioni estreme alle più recenti attitudini Pop. Questa volta, la settima, la formula narrativa scelta è forse la più articolata e complessa, una super sintesi di tutto quello che è stato, degli anni passati, del percorso di un gruppo, sempre però filtrato attraverso la contemporaneità e mitigato dalle persone. Gli attori dell’iperbolico Una Nave in una Foresta sono tanti, ci sono tante versioni di noi stessi: innamorati, peccatori, giovani ragazze anoressiche, fino a una vecchia auto, tutti alla ricerca di un riscatto, spronati alla svolta, ma consapevoli delle proprie fragilità. Un viaggio spesso tormentato, ricco di dubbi, ma che ci mostra anche una possibile via salvifica con l’ultima traccia “Il Terzo Paradiso”, sintesi in musica della più alta espressione idealista dell’artista Michelangelo Pistoletto. Musicalmente parlando, il disco rappresenta un ritorno verso i suoni delle origini del primo album omonimo, soprattutto rispetto ai precedenti Eden ed Eclissi. In generale i bpm si abbassano, rispetto alla media del gruppo, la cassa e il basso dimettono la loro veste Drum & Bass, fatta eccezione  per il brano “Lazzaro”, a favore di basi sintetiche che si ripetono in sottofondi ipnotici, e soluzioni ritmiche che giocano con la forma canzone standard. “Una Nave in una Foresta”e i “Cerchi degli Alberi” sono un buon esempio in cui una base ripetuta genera un senso di dipendenza musicale e i cambi di ritmo donano spessore ai brani. Le atmosfere sono scure e cupe ed i suon profondi e ampi, brani come “Licantropia” ricordano le atmosfere rarefatte e pulsanti di brani come “Nicotina Groove” e “Giungla Nord”, mentre la chitarra di Max si ritaglia ampi spazi in “Tra le Labbra” e nella melodica e minimale, ma tremendamente immediata, “Di Domenica”, secondo singolo uscito. I brani meno convincenti sono “Specchio” che utilizza un sound Funk anni 70 con un ritornello molto orecchiabile e “Ritmo Abarth dal ritmo intenso ma meno coinvolgente rispetto ad altri pezzi. In mezzo a synth e alle stratificazioni sonore la voce di Samuel, il sesto componente della band, riesce in maniera vincente a creare quell’amalgama magica tra suoni e voce che dona a tutti i brani una vibrante energia, senza dubbio in questo lavoro più che in altri si sente un forte lavoro sull’uso della voce in maniera più ampia e melodica. Una Nave in una Foresta è un disco ben fatto, curato nei minimi dettagli, ma dimenticatevi il disco danzereccio del ventenne incazzato, dimenticatevi finalmente Microchip Emozionale, e il raggio di sole di Eden, siate pronti ad ascoltare un disco maturo, appassionato e passionale, che cattura nella sua ragnatela emotiva senza necessariamente togliere dieci anni di vita e fiato, che vi racconta come essere un vaso di terracotta in mezzo ai vasi di ferro, col coraggio di chi scopre di essere vivo come non mai. Se qualche anno fa eravamo tutti esperti di chimica forse stavolta diventeremo tutti appassionati di dendrocronologia. Per ultimo, ma non meno importante, se vi manca l’esperienza live approfittate dell’imminente tour.

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Gli Amanti – Strade e Santi

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Si può dire, senza tema d’essere smentiti, che il disco de Gli Amanti (il loro primo, dopo un’EP eponimo del 2012) è un disco di terra e cielo, di polvere e stelle. Già il titolo (Strade e Santi) ci porta in un immaginario sospeso tra il mondo dove appoggiamo i piedi e quell’empireo in cui pare abitino le divinità: ma, dalla viva voce de Gli Amanti, ci figuriamo quel mondo come qualcosa da calpestare camminando, e quell’empireo come una catasta di quelle iconcine di legno da due soldi che qualcuno si ostina a parcheggiare sui muri di casa, nei cassetti, sulle mensole. Perché Strade e Santi è un disco di corde e parole, ruvido nelle intenzioni, comodo nella riuscita, undici tracce di Folk molto Pop trainate dall’interessante voce di Domi Tinelli, che ad un impianto – di base – acustico sovrappongono ingredienti oculati per quanto prevedibili (fiati, violini, pianoforti), un’intensità emozionale per lo più pregevole, refrain e melodie da mandare a memoria e cantare a squarciagola, e (purtroppo) dei cori agghiaccianti che fanno sembrare ogni canzone in cui appaiono (e sono molte) un pezzo a scadenza da usare come colonna sonora di qualche spot televisivo.

Detto questo, Strade e Santi non si fa notare per l’originalità della proposta, quanto per la semplicità con cui si infila nelle orecchie senza incontrare resistenza (a parte i maledetti cori). Un disco da consumare se siete fan di un certo tipo di Folk terroso, qui edulcorato in comode pilloline radiofoniche per un consumo più agevole e meno affaticante.

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Ecco la cover di Pareidolia, il nuovo album di Marina Rei

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Pareidolia è il titolo del nuovo album di Marina Rei, scritto insieme a Giulio Ragno Favero, in uscita il prossimo 30 settembre per la sua etichetta Perenne, con distribuzione Universal. Un disco nel quale l’artista romana spoglia di ogni orpello l‘orizzonte emotivo di canzoni frementi e intense. Dove amore, disincanto, speranza e vitalità riecheggiano in liriche spesso dirette, che quando utilizzano immagini e metafore non lo fanno per celarsi ma per rendere ancora più immediato e pulsante quello che vogliono dire.

marina rei

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Management del Dolore Post Operatorio – McMao

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Che la grande burla abbia inizio! L’ilarità dei Management del Dolore Post Operatorio la noterete sicuramente già dalla copertina (e dal titolo) del cd dove si prendono gioco del grande Mao Tse Tung. Qualcuno di voi, poi, probabilmente ricorderà il gruppo per l’esibizione in Piazza San Giovanni a Roma in occasione del concertone del Primo Maggio, dove Luca Romagnoli (il cantante) impugnò un preservativo come fosse un’ostia raccomandandone l’uso corretto a tutti. Fosse solo questo, fin qui nulla di così strano per chi li conosce, ma quando poi lo stesso ha deciso di calarsi le braghe davanti a tutti i presenti sono arrivati non solo la censura da parte della Rai (che riprendeva il concerto) ma anche la menzione sull’autobiografia di Piero Pelù dei Litfiba uscita da poco in libreria. I Madedopo hanno tuttavia molto di più da offrire al proprio pubblico, soprattutto sul versante incisioni in studio. Chiariamoci: molti li definiscono una band da vedere assolutamente live, io preferisco invece ascoltare i loro album. In McMao c’è stato anche un avvicendamento nella formazione: Luca Di Bucchianico ha sostituito il dimissionario Andrea Paone al basso; un cambio per fortuna paritario che non ha fatto perdere lo smalto e la grinta presenti già in Auff!. Si dice sempre che il secondo lavoro per una band sia il più difficile, ma già dal primo singolo estratto “La Pasticca Blu” è stato chiaro che il percorso tracciato da Auff! ha trovato in McMao un degno successore. La band lancianese cambia di nuovo pelle contaminando ancora di più la sua musica rispetto al disco che li ha lanciati. Ciò che appare chiaro è anche una maggiore attenzione ai testi, più curati seppur sempre molto diretti. Si parte con “La Scuola Cimiteriale” in cui l’elettronica un po’ english va a fare da contraltare all’attitudine Rock dei Madedopo, con qualche spunto alla Franz Ferdinand. Svettano fra tutte le tracce “Coccodè” e “Requiem Per Una Madre”, sempre a metà fra il Rock americano degli Weezer e la New Wave dei Devo.

Il brano più convincente è “Il Cinematografo”, in cui le chitarre liberano tutto il loro impeto travolgente dopo un inizio più soft ed introspettivo. Per quanto ci riguarda possiamo solo dire che è forse poco riuscita la cover di “Fragole Buon Buone” di Luca Carboni. Inevitabile forse perdere il confronto con l’originale, anche se rimane apprezzabile il tentativo di rendere la canzone più “moderna” e fruibile per un pubblico Indie Rock con suoni ben lontani dalla versione del cantautore bolognese. Inoltre, forse al posto del singolo di lancio “La Pasticca Blu” avrei scelto “James Douglas Morrison”, omaggio all’indimenticato leader dei The Doors, dai contorni più radiofonici, ma sono veramente piccoli dettagli in un contesto musicale veramente riuscitissimo. I Madedopo sono ormai una splendida realtà nella scena Indie Rock italiana e conquistano, per quanto mi riguarda, il podio con I Cani e i Gazebo Penguins. Starà a loro in futuro confermare quanto da me scritto, ma se ascolterete i ritmi ossessivi e ripetitivi de “La Scuola Cimiteriale” non potrete che darmi ragione. Guai a inserirli ancora nelle nuove leve! La nuova rivoluzione musicale è

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