Stoner Rock Tag Archive

Recensioni #02.2018 – Korto / Martin Kohlstedt / Gil Hockman / Cup / Slow Nerve / Vinnie Jonez Band

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TOP 30 2017 || la classifica della redazione

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Zippo – After Us

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Attivi da oltre dieci anni, i pescaresi Zippo si sono ritagliati nel tempo un proprio spazio tra le figure cardine della scena Stoner italiana e non.  After Us è il loro quarto disco, il primo per l’etichetta inglese Apocalyptic Witchcraft, una label che ha lasciato loro carta bianca,  permettendo ai quattro rockers di sentirsi liberi di sperimentare qualsivoglia sonorità. Ciò che ne è venuto fuori è questo lavoro, pregno di sudore e intensità.
L’opener “Low Song” colpisce con ardore, mossa da un impeto che ricorda da vicino Fu Manchu (l’apparato strumentale) e Orange Goblin (l’ugola abrasiva di Dave). “After Us” ha il dono di unire tutti gli stilemi di Alice In Chains e Black Sabbath, una canzone dal valore assoluto capace di riesumare due gruppi leggendari della storia del Rock. Il viaggio prosegue con la melodia acida di “Comatose”, una traccia dal piglio indomabile, e dall’interlocutoria “Familiar Roads”. Senza ulteriori indugi si torna a far rombare il motore con “Adift (Yet Alive)”e la più ragionata “Stage 6”. L’ultima composizione, “The Leftlovers”, è una sgroppata di sette minuti tra le dune del deserto del New Mexico: polvere negli occhi e incoscienza da vendere.
Con questo disco gli Zippo mettono un tassello rilevante sul cammino della maturità artistica, a parer mio, non ancora del tutto raggiunta. Nonostante alcuni passi falsi, il disco è assolutamente sopra la sufficienza.

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Fakir Thongs – Habanero

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Beati anni 90. Santi riff e fuzzoni prepotenti. I Fakir Thongs da Modena fanno del loro suono una religione, la loro fede verso lo Stoner è cieca. Tanto da poter percorrere la strada lunga 45 minuti senza mai aprire occhi e senza mai sbagliare strada. Una superstrada nel deserto, dove tutto è disteso, tutto è illimitato e tutto è rovente come la sabbia. Habanero è un bel disco di revival, poco da aggiungere. Riff in loop interminabili colorano (o meglio sporcano?) l’asfalto già da “Storm”, brano tremendamente Soundgarden ma che nasconde male quel ghigno cupo alla Black Sabbath. Il basso metallico della titletrack non cambia la rotta e spinge sull’acceleratore, scombinando il vento tra i capelli, l’intermezzo è un pugno in un occhio e forse anche alle orecchie. Il Metal ai ragazzi piace e forse proprio per questo avvicina i ragazzi modenesi più alla band di Chris Cornell che ad altri mostri sacri del genere come QOTSA o Kyuss. I ritmi rallentano un po’ con “Seven” che parte con l’immagine di una notte stellata, piena di birre in lattina e buon fumo, ma si chiude in un interminabile vortice di polvere: confusionaria, troppo ma troppo lunga. Decisamente più interessante “Through The Chimney” dominata sempre dal basso ipnotico di Alex, qui i cambi di mood sono ben legati dalle quattro corde che ci guidano tra le dune bollenti. C’è anche spazio per un briciolo di melodia in “Pledge”, spaziale e moderna, quasi robotica. Sicuramente il brano più azzardato dell’album dove spicca un ottimo lavoro di dinamica e assoli di chitarra che sembrano rasoiate alla gola ormai secca. Come se non bastasse ad aumentare la sete ci pensa “NothingReallyHappens” con accenni Punk e dove alcune idee potrebbero benissimo essere uscite da una sessione particolarmente etilica tra Dave Grohl (alla batteria!) e Josh Homme. Nulla di necessario insomma, ma un bel giretto per chi ama l’arsura e il sole violento dritto sulla nuca. Tutto ben suonato e ben confezionato, con quella puzza di fumo e di sudore che ti rimane sulla pelle anche se a fine serata provi a raschiarli via con una doccia.

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Soul Racers – Kill All Hipsters

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Un muro di suono bello e buono, ritmi incalzanti, molta densità e il “vocione” di Vincenzo Morreale a completare il tutto. Vincenzo Morreale (voce e chitarra) insieme a Flavio “Ku” Pisani (basso e voce) e Francesco Reginella (batteria) dà corpo e anima ai Soul Racers, trio Stoner Rock di Varese, attivo dal 2012. Il gruppo arriva al suo primo disco, autoprodotto, a marzo del 2015. Sei i brani che compongono Kill All Hipsters, una provocazione voluta e cercata, rivolta, spiegano gli stessi Soul Racers, al “pubblico dell’indie rock nostrano più preoccupato dall’hype che alla musica e nei confronti dell’ambiente hard’n’heavy che talvolta tende a prendersi troppo sul serio”. Quello che ne viene fuori è lavoro compatto, appunto denso, e a suo modo originale. Duro, ma non monotono, come è facile intuire nella scelta dichiarata. Basta ascoltarlo per averne la conferma, a partire dal genere in cui la band lombarda si identifica, lo Stoner Rock appunto, per andare a incontrare il Garage e Shoegaze, con risultati apprezzabili. Un disco sicuramente da ascoltare con attenzione, possibilmente ad alto volume.

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Banana Mayor – Zombie’s Revenge

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Provenienti da Bari, i Banana Mayor, dopo 8 anni di convivenza e di attività live, danno alla luce il loro primo EP autoprodotto dal titolo Zombie’s Revenge. Meno di trenta minuti sparsi in sette tracce. Se è vero che l’occhio vuole la sua parte, sorvolerei sulla cover in bianco e nero tutt’altro che spettacolare. Ma in fondo i ragazzi stessi non hanno fronzoli, sprigionano violenza da tutti i pori, concentrandola nel loro Stoner Rock camuffato da Thrash Metal (o sarebbe più corretto dire il contrario?). Lo spazio per siparietti zuccherosi è pari a zero, si schiaccia il tasto PLAY e poi si poga a testa bassa come forsennati per l’intera durata del disco. Se fossero originari del Texas non avremmo dubbi che avrebbero un futuro roseo davanti, qui in Italia la strada è più impervia. Ho citato il Texas perché sia il cantato growlche i riff poderosi della chitarra hanno rievocato in me antichi echi di panteriana memoria. Certo, a volte le atmosfere polverose della scuola Stoner fanno capolino, come in “Gala”, dove anche le cleanvocals sono meno centellinate rispetto alle altre songs. Non illudetevi troppo però: i quattro pugliesi sono cattivi e picchiano come fabbri. La quintessenza della loro furia sono i due capitoli che compongono il brano “Dualism”, stracolmo di tempi tiratissimi e muri sonori incrollabili. Chiude l’opera “Shadows Arise”, un’ecatombe messa in note, che non trovando pace, implode sfumando.

Beceri come i Pissing Razors, sudisti come masticatori di tabacco, rabbiosi come se fossero originari di Arlington: questo sono i Banana Mayor. Peccato che ogni canzone sia troppo somigliante all’altra, colpa anche del genere suonato. Mi piacerebbe sentirli presto dal vivo. Potrebbe essere un bagno di sangue.

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Artemisia – Stati Alterati di Coscienza

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Unire sonorità dedite allo Stoner Rock con quelle del Progressive è una cosa che gli Artemisia ormai sanno fare benissimo. Dal 2006 (anno di nascita del gruppo) ad oggi di tempo ne è passato e i ragazzi hanno acquisito esperienza e maturità, non è un caso infatti che Stati Alterati di Coscienza sia un disco degno di nota. Iniziamo a dire che attraverso i testi cogliamo una ricerca personale degli autori che con grande maestria riescono ad esporli attraverso lo studio di miti e leggende. E’ più o meno un viaggio all’ interno della propria anima, si passa dalla gioia alla paura, facendo di tanto in tanto apparire una sorta di spettro che potremmo inquadrare come una guida ed un ostacolo allo stesso tempo. Insomma parliamo di un lavoro di un certo rilievo non solo musicalmente ma anche per quanto riguarda le tematiche che lasciano ampio margine a personali riflessioni. Analizzando il sound del disco sentiamo subito dei graffianti riff mescolati a sgargianti giri di chitarra, ciò crea un suono a volte ruvido, a volte dolce e quieto. Basso e batteria sono ben coordinati mentre la voce di Anna Ballarin è un vero e proprio tocco di classe, a metà tra sensualità e rabbia, insomma, una chicca. Stati Alterati di Coscienza è un fiore all’ occhiello della discografia degli Artemisia, è un lavoro maturo che racchiude il sapere degli artisti, i testi lo testimoniano. “La Strega di Portalba” è indubbiamente un ottimo biglietto da visita che mette subito in chiaro le potenzialità del disco e del gruppo stesso. “Insana Apatia” mostra l’ interessante sbalzo piano/forte del disco (la quiete e poi la tempesta), è da questa traccia che si comincia a fare sul serio. La successiva “Il Pianeta X” mostra la vera anima Stoner degli Artemisia, anche in questo caso si alternano momenti dove si picchia forte con altri più fiochi. “Mistica” invece suona come un melodico e candido brano dove troviamo Anna davvero ispirata. Le ultime due canzoni che vale la pena citare sono “Vanità” che nei suoi cinque minuti mette in mostra il lato più tranquillo del gruppo e la conclusiva “Presenza”. Stati Alterati di Coscienza è un disco ben riuscito, Anna Ballarin e soci possono vantarsi di aver creato un disco di elevato spessore, i veri rocker potranno ritenersi soddisfatti.

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Devil – Gather The Sinners

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Pian piano i Devil si fanno strada, crescono progressivamente perfezionando il loro stile e superandosi. Gather the Sinners ne è la prova e parliamo di un altro centro fatto dalla magistrale Soulseller Records. Stoner, Psichedelia, Southern, ci trovate tutto in maniera compatta e amalgamata, aggiungeteci  le sinistre melodie che sfornano Eric Old e Murdock con le loro chitarre e avrete un prodotto di altissimo livello. Ancora una volta i Black Sabbath e i Witchfinder General lasciano la loro pesante influenza, evidente soprattutto e chiaramente per quanto riguarda i primi. Ciò non toglie comunque che i Devil siano riusciti ad  indirizzare questa influenza sulla retta via facendola propria in modo originale. Riff taglienti e baritonali, questa la principale caratteristica di Gather the Sinners, un lavoro che mostra le capacità di Jimmy e soci. Il disco in questione acquista  charme soprattutto in una stanza buia, diventa il Caronte di un viaggio mentale, queste almeno le modeste considerazioni del sottoscritto. Insomma i Devil hanno fatto centro, hanno sfornato un disco di qualità in cui i cavalli di battaglia sono l’opener ovvero “Southern Sun”, “They Pale” e “Darkest Day”. Questo disco vanta di un’ottima registrazione e di un eccellente mixaggio, insomma è stato lavorato ad hoc senza tralasciare nulla; da un po’ l’effetto del Rock anni 70 ma con  attrezzature moderne. Gather The Sinners è un disco che va ascoltato assolutamente, non deluderà affatto, anzi.

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Fletcher – Fletcher Ep BOPS (recensioni tutte d’un fiato)

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Non è proprio il disco per voi, se quello che cercate è la novità a tutti i costi, anche a discapito della qualità, dell’orecchiabilità, dell’arte, della potenza sonica. Non c’è assolutamente niente che non abbiate mai ascoltato dentro questi tre pezzi proposti dal duo Fletcher. Già nel primo brano “Mr. Thorburn” i tre grandi punti di riferimento, Blues Rock, Stoner e Grunge sono esposti in maniera netta e decisa, senza in realtà mescolare troppo le carte e quindi rischiare di allontanarsi dal punto di partenza. Nonostante questo, il brano è assolutamente spettacolare, nella sua commistione di potenza e semplicità.  L’esecuzione è puntuale, la ritmica proposta da Daniele Milesi (batteria) martellante senza essere pesante e la voce di Andrea Manzoni (voce e chitarra) presenta un timbro assolutamente da tenere d’occhio. Per capire il genere, immaginate di mescolare i membri di una band Rock degli anni settanta, con Black Keys, Nirvana e Kyuss. Spettacolo. “Susy”, brano numero due, allenta il ritmo e, purtroppo, mette in mostra tutti i limiti estetici dell’autoproduzione. Tutta la forza è riversata nella seconda parte del brano, che riprende la linea dell’opening track. L’ultimo pezzo, “Egocentric”, presenta ancor più chiari riferimenti con gli anni settanta a stelle e strisce, pur senza variare di molto la proposta che continua su alternanza di pianure vocali e immensi muri di chitarra. Questo Ep dei Fletcher si ascolta volentieri, pulsa energia a ogni nota ma è quanto di più anacronistico potreste aspettarvi.  P.s. L’artwork di Matteo Foresti è davvero troppo improbabile.

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