Soundgarden Tag Archive

Pain Check – Pain Check EP

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Malamadre – Malamadre

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Il progetto Malamadre giunge a coniugare note e matite: il trio abruzzese, infatti, muta gli undici episodi che compongono il disco in una webserie di fumetti musicali, coinvolgendo autori e disegnatori e sconvolgendo il concetto di semplice trama sonora. Un palmares ricco di riconoscimenti nonostante una vita artistica tutt’altro che longeva è il loro biglietto da visita. “Olio”, la prima traccia dell’album, consente alla band di vincere il premio come Miglior Voce al Red Bull Tour Music Fest, Miglior Voce a Streetambula Music Contest e il Pescara Rock Contest, consentendo ai Malamadre di aprire agli Afterhours nella loro data pescarese. Il brano ha un sound attinto dal Grunge, con aperture bucoliche create dal nulla dalla voce di Nicholas Di Valerio. “Chi non Muore si Risiede” prosegue su questa scia e al genere cantautoriale si somma il vigore di Soundgarden ed Alice in Chains. La ballata “Mammarò” e la successiva “Il Tango del Portiere” sono unite dall’invisibile collante della rassegnazione, con testi tristi che ci raccontano di vite al tramonto, senza cadere nella facile retorica. D’ora in avanti sarà tutto un batti e ribatti: a un pezzo simil Pearl Jam risponderà una parentesi con un approccio più bilanciato, spesso e volentieri con risvolti acustici. Racchiudere simili concetti e idee in undici brani mostra una spiccata autostima, nonostante sia ben contenuta, non scivolando mai nell’emulazione o nel plagio più becero, preservando una propria identità. Disco da ascoltare e riascoltare.

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Fakir Thongs – Habanero

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Beati anni 90. Santi riff e fuzzoni prepotenti. I Fakir Thongs da Modena fanno del loro suono una religione, la loro fede verso lo Stoner è cieca. Tanto da poter percorrere la strada lunga 45 minuti senza mai aprire occhi e senza mai sbagliare strada. Una superstrada nel deserto, dove tutto è disteso, tutto è illimitato e tutto è rovente come la sabbia. Habanero è un bel disco di revival, poco da aggiungere. Riff in loop interminabili colorano (o meglio sporcano?) l’asfalto già da “Storm”, brano tremendamente Soundgarden ma che nasconde male quel ghigno cupo alla Black Sabbath. Il basso metallico della titletrack non cambia la rotta e spinge sull’acceleratore, scombinando il vento tra i capelli, l’intermezzo è un pugno in un occhio e forse anche alle orecchie. Il Metal ai ragazzi piace e forse proprio per questo avvicina i ragazzi modenesi più alla band di Chris Cornell che ad altri mostri sacri del genere come QOTSA o Kyuss. I ritmi rallentano un po’ con “Seven” che parte con l’immagine di una notte stellata, piena di birre in lattina e buon fumo, ma si chiude in un interminabile vortice di polvere: confusionaria, troppo ma troppo lunga. Decisamente più interessante “Through The Chimney” dominata sempre dal basso ipnotico di Alex, qui i cambi di mood sono ben legati dalle quattro corde che ci guidano tra le dune bollenti. C’è anche spazio per un briciolo di melodia in “Pledge”, spaziale e moderna, quasi robotica. Sicuramente il brano più azzardato dell’album dove spicca un ottimo lavoro di dinamica e assoli di chitarra che sembrano rasoiate alla gola ormai secca. Come se non bastasse ad aumentare la sete ci pensa “NothingReallyHappens” con accenni Punk e dove alcune idee potrebbero benissimo essere uscite da una sessione particolarmente etilica tra Dave Grohl (alla batteria!) e Josh Homme. Nulla di necessario insomma, ma un bel giretto per chi ama l’arsura e il sole violento dritto sulla nuca. Tutto ben suonato e ben confezionato, con quella puzza di fumo e di sudore che ti rimane sulla pelle anche se a fine serata provi a raschiarli via con una doccia.

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Soundgarden + Nine Inch Nails

Written by Live Report

Non sono un grande frequentatore di concerti, ne faccio uno o due grossi all’anno se capita e se ne vale la pena (per intenderci nel 2013 ho visto solo Nick Cave a Roma) e quando vado ad un concerto, grande o piccolo che sia, più che alle sonorità o alla tecnica dei musicisti, sono interessato ai movimenti delle masse, guardo i particolari in generale, le sfumature, le situazioni, insomma sono attratto da tutto ciò che un artista da al suo pubblico e di come riesce a farlo muovere, ballare o cantare sotto il palco. Di Franco Battiato ad esempio mi piace molto il cambio di ritmo che riesce a dare ai suoi concerti, di Nick Cave il modo in cui ha coinvolto il pubblico tanto da frantumare con i suoi movimenti la rigidità della platea già dalle prime note. Detto questo, la prima cosa che balza agli occhi in un concerto nordamericano è che una volta superate le barriere d’ingresso si può finalmente bere!!!!!!!!!

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In nord America il proibizionismo è stato abolito negli anni 30 e in Canada non c’è mai stato, ma qui per i bevitori di alcolici la vita è dura. Non si può bere fuori dai locali, non puoi andare in giro con una bottiglia in mano (a meno che essa non sia coperta) e se putacaso ti beccano a bere in un parco con un minore di 21 a meno di 50 metri da te…sei spacciato. Quindi, superate le transenne, mi appare come una fonte per un assetato nel deserto l’omino delle birre (per chi si stesse chiedendo, “Ma allora se ho meno di 21 anni e sono a in America niente concerti???” tranquilli per gli infanti e le signore in dolce attesa, c’è una sezione con ingresso autonomo apposta….). Detto questo, ci avviamo ai nostri posti e girando gli sguardi notiamo che il Molson Ampithetre non c’entra nulla con l’anfiteatro Parco della Musica a Roma. Ma, ok, noi abbiamo Renzo Piano e 20 secoli di storia dell’architettura alle spalle, loro altre cose anche se è vero che non conosco un architetto canadese degno di nota.

Una altra cosa che mi ha colpito è l’enorme mole di stand (birre, sandwich, merchandising e varie) che noto intorno a me. Non è che in Europa non ce ne siano, ma un numero cosi esagerato di solito se è abituati a vederlo nei festival. Ma si sa, qui fanno tutto in grande. Appena ci sediamo ai nostri posti, decido di farmi un giro, e noto con piacere che le facce, gli sguardi e le sensazioni sono le stesse che da noi. Dopo l’ennesima birra bevuta (finalmente camminando!!!!) ecco che parte il primo gruppo. Francamente io non sono un appassionato di Nine Inch Nails e non ho neanche potuto documentarmi come faccio di solito prima di un concerto, ma un’acustica cosi impietosa non l’avevo mai sentita neanche nei peggiori bar del centro Abruzzo. Quindi il live passa, almeno per me, in modo anonimo, anche se noto con piacere che il pubblico comincia a scaldarsi e a muoversi.

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Decido quindi di tornare al bar, ancora e sempre alla ricerca di nuove cose e mentre stavo cercando di spiegare ad un’italo canadese che Trapani e Palermo non sono la stessa cosa, sento con piacere che i Soundgarden hanno cominciato il loro concerto. Tornato al mio posto, si sente che l’acustica è migliorata di molto, anche se non è ai livelli a cui sono abituato. Lo spettacolo è piacevole e bello e dalle prime note si capisce che sarà una bella serata, anche perché i Soundgarden, anche se non coinvolgenti come speravo, reggono bene il palco, grazie ad un perfetto mix tra musica e luci, scure per i pezzi più elettronici e lenti e forti, appariscenti e colorate per i brani Rock. Insomma una bella serata, in cui ho apprezzato in modo particolare come dice Vincent Vega in Pulp Fiction, “quelle piccole differenze tra noi e loro……….”

Soundgarden Setlist:
Searching With My Good Eye Closed
Spoonman
Flower
Outshined
Black Hole Sun
Jesus Christ Pose
The Day I Tried to Live
My Wave
Superunknown
Blow Up the Outside World
Fell on Black Days
A Thousand Days Before
Rusty Cage
Beyond the Wheel

Nine Inch Nails Setlist:
Copy of A
Sanctified
Came Back Haunted
1,000,000
March of the Pigs
Piggy
Terrible Lie
Closer
Gave Up
Me, I’m Not
Find My Way
The Great Destroyer
Eraser
Wish
Only
The Hand That Feeds
Head Like a Hole

Encore:
Hurt

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Le Superclassifiche di Rockambula: Top Ten anni Novanta

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Soundgarden: annunciata unica data italiana

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Torna in Italia la band capitanata da Chris Cornell nel ventennale del loro disco più famoso, Superunknown. Per l’occasione i Soundgarden avranno degli opener d’eccezione: suoneranno sul palco, infatti, gli australiani Wolfmother, che presenteranno il loro nuovo album New Crown. L’appuntamento è per il 2 luglio al Castello Scaligero di Villafranca di Verona, location che da qualche anno ormai si è distinta per la grandezza degli artisti che ha potuto ospitare. I biglietti sono già disponibili tramite circuito TicketOne al prezzo di 40€ più diritti di prevendita.

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7Years – Psychosomatic

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Non è semplice fare qualcosa di nuovo nel panorama musicale nostrano e non solo. Spesso sembra che tutto sia stato detto, spesso non si hanno i mezzi tecnici per andare oltre, spesso si manca di creatività o ci si accontenta di suonare qualcosa che piaccia senza chiedersi se possa piacere ad altri o se possa aggiungere qualcosa a quanto tanti hanno già detto prima di noi. E quest’ultimo punto sembra riguardare i 7Years che si sono coraggiosamente autoprodotti il loro Psychosomatic, disco di tredici tracce e tanta energia, che fin da subito si colloca a gamba tesa in un genere più che quotato, il Punk Rock, e non si schioda mai da lì se non, in parte, sull’ultima traccia.

“Run Away” apre le danze (o meglio il pogo): super tiro, cazzutissimo un po’ alla Backyard Babies, vien subito da chiedersi come dev’essere un concerto di questi ragazzi. Segue “Kill me Now” e neanche mi ero accorta che avessero cambiato traccia, grossa pecca, che già dovrebbe far riflettere sul poco margine che il genere lascia tra i suoi stilemi e sulla poca personalizzazione dello stesso da parte della band. “Breeding Grounds” è velocissima, tiratissima e sempre portata avanti: sicuramente molto bravi dal punto di vista tecnico, sarebbe facile a questa velocità tirare indietro i pezzi e perdere gradatamente di tensione e invece non mollano mai la presa. “Drown” è più ariosa e orecchiabile, con un bel riff alla Hardcore Superstar, “Still Lake” suona iper iper americana, mentre la title track “Pychosomatic” è caratterizzata da un palm muting delle chitarre che si alterna ad accordi pieni e giochi di voci, a tratti con qualche reminescenza dei Soundgarden di Superunknown. Quando si arriva a “Just You and I” bisogna proprio riconoscere che non hanno smesso un secondo di tirare mitragliate di note senza sbavature e incertezze, pur tra tutti i cliché del genere, che alla lunga possono annoiare chi non è proprio uno sfegatato cultore. “A Reason to Smile” è ben fatta, sicuramente, e dal vivo probabilmente rende molto di più che in studio; “Sons of a Beach” bel riff che gioca sulla modalità, ma il discorso resta: ormai abbiamo capito tutto dei 7Years e non c’è più niente da scoprire già da qualche traccia. “Never Alone” inizia con una voce registrata, un dialogo tra una madre e un bambino piccolo, e poi parte durissima, cattivissima e distortissima, quasi accelerata per tutta la strofa. “Remove” prosegue sulla falsa riga della precedente, mentre in “Animals” c’è la registrazione dell’intervento di Silvio Berlusconi sulla bandiera americana, in cui sfodera un inglese più che maccheronico. “Faith” ha un intro stranamente diverso da tutto il resto del disco, sonorità molto più meditate e atmosfere ariose e aperte, che, naturalmente, cedono subito il passo alla distorsione e all’energia, questa volta più in stile Foo Fighters.

I 7Years sono dotatissimi dal punto di vista tecnico e sguazzano ormai nel loro genere, padroneggiandone bene tutti i tratti stilistici caratterizzanti. L’augurio è di non accontentarsi e sapere andare oltre, chiedendosi cosa possono aggiungere di proprio e trovando una dimensione più personale. In bocca al lupo.

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Drumgasm: pronti i dettagli dell’album del trio di batteristi

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Janet Weiss delle Sleater-Kinney e delle Wild Flag, Zach Hill degli Hella e dei Death Grips, Matt Cameron dei Pearl Jam e dei Soundgarden, sono tre batteristi che hanno formato un power trio di sole batterie per dare vita al progetto Drumgasm. Un album di due sole tracce da venti minuti ciascuna sarà in vendita a partire dal 27 agosto, tramite il sito della Jackpot Records. Di seguito il teaser di lancio del disco:

 

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Si delinea il tour europeo dei Soundgarden

Written by Senza categoria

Parte a settembre il fittissimo tour europeo della band di Seattle. Cornell e soci saranno in Europa per deliziare i loro fans d’oltreoceano con una lunga serie di appuntamenti serrati. Purtroppo al momento il calendario non prevede nessuna tappa italiana per i Soundgarden.

4/9 – Helsinki, Hartwall Areena
6/9 – Stoccolma, Hovet
7/9 – Oslo, Oslo Spektrum
9/9 . Copenhagen The Forum
10/9 – Berlin, Columbiahalle
11/9 – Amsterdam, Heineken Music Hall
13/9 – Manchester, Apollo
14/9 – Birmingham,Academy
16/9 – Dublin, O2
18/9 – London, Brixton Academy

Informazioni dettagliate sugli eventi e l’acquisto dei biglietti sono disponibili sulla Fan Page ufficiale della band su Facebook.

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AnotheRule – AnotheRule

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Lo ammetto, sono un nostalgico. Subisco tutto il fascino del supporto fisico: rimuovere l’involucro, aprire il cofanetto, sfogliare il libretto leggendomi i nomi di chi ha collaborato, di chi ha suonato e prodotto e, infine, prendere tra le mani quell’ambita circonferenza sono parte di un rito a cui difficilmente riesco a dire di no. E quando questo capita per un lavoro che mi è chiesto di recensire non posso che esserne felice.La band in questione sono gli AnotheRule, giunti al loro omonimo debutto discografico dopo un’esperienza di palco e di live che si sente e fa la differenza. Ufficialmente nati nel 2008, in realtà radicano la propria storia nel 2002 quando, con il nome di Mayday, fanno il botto nella Londra underground firmando per la Fire Records e condividendo il palco con mostri sacri del calibro dei QOTSA. Tornati a Roma alla fine degli anni zero ripartono all’attacco con questo rinnovato progetto.

Un sound caldo, maturo, denso, sospeso tra il grezzo e il sognante pervadono questo lavoro. I nostri oscillano tra il caldo rock di matrice Soundgarden e fugaci visioni di psichedelia, in un connubio che vive di un’anima unica e sorprendentemente definita, costellata qua e là da qualche divagazione di chiara origine stoner. Il tutto magistralmente diretto da una formazione che sa fare il proprio mestiere, che mostra un’ottima preparazione ed una capacità di rendere i brani dovuta sicuramente all’intenso lavoro live.Si inizia con un mid tempo sognante, giocato sui tom, su un giro ipnotico di chitarra ed una voce onirica ed evocativa: “Power Trip” ci catapulta direttamente all’interno dell’aspetto più psichedelico dei nostri, ripreso in brani come “Overboard”, “Thinking on” e “Wizen Up” e sapientemente diluito in altri momenti del disco. “Chew Your Pain” e “Who I Am (I Am Not)”, seconda e quarta traccia del disco, rientrano tra i brani più sfacciatamente hard rock. Riff d’impatto, groove sostenuto: la band romana convince anche su lidi più tradizionali.

AnotheRule” è un disco solido, interessante dall’inizio alla fine e ben suonato. I nostri passano a pieni voti questa prima proposta in studio, presentandosi già come una band matura, con un proprio sound e una propria direzione musicale. Ottimo anche il lavoro in fase di produzione. Sicuramente degna di nota è la capacità di aver impresso un marchio sonoro sul disco, rendendolo personale ed inequivocabile, aspetto che a molte release di questi tempi manca, rendendo molti lavori piatti ed anonimi. Tutto in questo lavoro parla la lingua degli AnotheRule e non ci si può sbagliare, non ci si può confondere con altri gruppi: la personalità concreta e importante dei trio romano si fanno sentire. E sicuramente non dovreste ignorarli.

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Hell’s Island – Black Painted Circle BOPS

Written by Novità

Gli Hell’s Island (formazione nata nel 2002 con un solo Ep alle spalle) devono amare molto i Tool. In questo nuovo Ep, Black Painted Circle i rimandi alla band di Maynard sono più che una semplice affinità eppure non mancano aspetti propri del Grunge stile Soundgarden, cosi come le ritmiche del prog-metal, anche se questi due elementi finiscono sempre in secondo piano. I quattro brani si presentano pregni di una potenza nera e a spiccare (o meglio, a colpirmi) è soprattutto la sezione ritmica curata da Tania Vetere (basso) e Michele Tonoli (batteria). La prima, a dire il vero, sembra limitarsi a mantenere una precisa linea guida senza mai uscire dallo schema predefinito mentre è piuttosto il secondo a farsi carico dell’onere di gonfiare la musica degli Hell’s Island di energia. Le due chitarre (la seconda del vocalist) riescono a stare al passo con efficacia, alternando momenti più sferzanti con pause di scarsa illuminazione, presentando riff e assoli di non troppa personalità anche se carichi e taglienti. Altalenante dunque il lavoro alle chitarre, spesso sopraffatte proprio dal pulsare delle pelli di Tonoli mentre un discorso a sé merita la voce di Roberto Negrini. Buonissima timbrica e intonazione, almeno su disco, ma fin troppo legata allo stile proprio dell’Hard-Rock e dell’Heavy-Metal vecchia maniera (Iron Maiden per intenderci) che punta sull’enfatizzazione delle tonalità più alte piuttosto che nell’altalenarsi tra scenari più gravi e altri più dinamici. La cosa non è un difetto se lo stile è a voi gradito ma, per quanto mi riguarda, finisce per sminuire la musica della sua vigoria furiosa e cupa. Nel complesso, buona esecuzione e scarsa originalità con eccessiva ostinazione sul ricalcare i mostri di Lateralus ma tanti buoni propositi, specie nel tentativo già detto di miscelare al nucleo della musica elementi propri del Grunge. Messi da parte i gusti personali, per fare un buon lavoro manca solo cominciare a camminare senza bastone e avere il coraggio di tirare fuori la propria ispirazione. Se manca questo, la musica muore col passare del tempo.

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Bad Black Sheep – 1991

Written by Recensioni

Questo lavoro dei Bad Black Sheep catapulta l’ascoltatore direttamente in una dimensione simil grunge e l’aria che si respira è proprio quella del 1991 sin dalla title track.
Recentemente il rock italiano è mutato parecchio, si è affacciato persino al Festival di Sanremo con i Blastema in primis, tuttavia qui ci sono chiari riferimenti anche a Foo Fighters e Soundgarden.
E così ecco che ci si ritrova proprio “Altrove” (titolo della seconda canzone) grazie al gruppo vicentino, formato da Filippo Altafini (chitarra e voce), Teodorico Carfagnini (basso e cori) ed Emanuele Haerens (batteria e cori).
“Didone” ha testi ammalianti ed un ritornello che entra subito nella testa (senza uscirne facilmente), anche se qui il trio sembra imitare più i Negramaro, mentre “Radio Varsavia” (da non confondere con l’omonimo successo di Franco Battiato) li riporta in atmosfere molto più rock.
“Igreja de Santa Maria” ha una ritmica molto più statica (che sarebbe stato meglio evitare) ma non per questo è di qualità inferiore perché si riprende soprattutto verso la fine, anticipando “Non conta” che forse è l’episodio migliore del disco.

La cover di “Cuccurucucu” riletta in chiave modern punk stile Green Day vi farà pogare per intere giornate mentre “Special 50” vi riporterà sul “Pianeta terra”.
“Mr Davis” ha un inizio molto movimentato in cui si incastrano batteria e basso alla perfezione con chitarra e voce introducendovi ad “Altra velocità” (che in realtà alterna molti tempi diversi).
Concludono il tutto in grande stile “Fiato trattenuto” e “Miglia sotto la norma”.
Unico difetto: Se fosse stato cantato totalmente in inglese probabilmente questo lavoro avrebbe guadagnato quel punticino in più…
Tuttavia la mia vuol essere una provocazione e un invito a tradurre almeno parte dei dodici brani nella lingua madre del rock e chissà che il consiglio non venga ascoltato…

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