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Recensioni #16.2018 – Tritonica / Subtrees / Casa / Souvlaki / Il Diluvio / Organ

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Recensioni #06.2017 – Astrïd & Rachel Grimes / Nudist / Qudreta / The Star Pillow

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Recensioni #01.2017 – Brian Eno / Jumping the Shark / Tiger! Shit! Tiger! Tiger! / Il Diluvio / Duke Garwood

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Persian Pelican – Sleeping Beauty

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Potrei stare ore a scrivere litanie di aggettivi presi dal campo semantico del sonno, della morbidezza, della levità, per darvi un’idea sonora del disco di Andrea Pulcini, in arte Persian Pelican, ma mi annoierei io e vi annoiereste voi.
Invece vi dico che ho ascoltato questo disco lasciandolo depositare prima nel sottofondo della mia giornata e poi nello sfondo di una salutare e pienissima dormita. Una tale perfezione nell’accompagnamento onirico l’ho provata solo con certe cose dei Low. C’è chi – ne conosco qualcuno – si offende quando dici che la sua musica concilia il sonno. Io lo trovo un complimento bellissimo: vuol dire mano precisa, voce calibrata, scrittura carezzevole. Certo, se fai Metal magari fatti qualche domanda.

Il terzo disco di Persian Pelican è questo: preciso, calibrato, carezzevole. Ma con gli aggettivi mi fermo qui. Quello che posso fare d’altro è consigliarvelo sinceramente, soprattutto se vi piacciono le canzoni piccole, con le chitarre perfette nella loro imperfezione, con questi rampicanti di elettrica che fanno scintille leggere, con una voce che spunta cauta dal riverbero, malinconica ma quasi mai triste, serena anche se forse poche volte allegra (e va bene così). Canzoni lievi ma (ci casco ancora) puntuali, esatte, affascinanti. Canzoni sottovoce che pure la batteria, quando appare, non riesce a scardinare da questo abbraccio alle orecchie e al sogno. Anche se la loro forza non si esaurisce lì, fatevi un favore: dormiteci su o, almeno, ascoltatele a occhi chiusi. Non ve ne pentirete.

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Matt Elliott – The Calm Before

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A tre anni dal precedente Only Myocardial Infarction Can Break Your Heart il cantautore di Bristol naturalizzato francese ritorna con un disco che è la quintessenza del suo inconfondibile stile, profondo ed afflitto fino all’accettazione nelle liriche come nella musica, come sempre contaminata da luoghi e tempi vicini e lontani, come sempre attualissima. Siamo quindi ai livelli delle Songs? Forse leggermente sotto ma poco importa finché il Nostro continuerà a sfornare lavori di questa portata. Matt Elliott non ha cali d’ispirazione, i livelli compositivi sono sempre consoni al suo nome, coinvolgenti, abissali, veri, intimi, il suo linguaggio seppur lontano dal mainstream è universale ma colto, la sua voce e la sua chitarra sono una grotta, scura ma sicura, nella quale è sempre meraviglioso entrare, perdersi e ritrovarsi. Questo signore, un disco ai livelli della trilogia, o persino migliore, potrebbe inciderlo anche domani e comunque con questo lavoro non ci va lontano.

The Calm Before, titolo scelto per quest’ultima fatica, non può che far pensare all’espressione la calma prima della tempesta, e ci troveremo ad attenderla questa tempesta che durante l’ascolto verrà più volte sfiorata, accennata, ma senza arrivare mai con quell’impeto che dovrebbe contraddistinguerla se non forse in un caso nel quale non toccherà né a noi né all’autore subirla. Il disco si apre con una breve introduzione musicale per portarci subito alla splendida title track che lungo i suoi 14 minuti ci descriverà l’arrivo imminente di una tempesta sia dal punto di vista meteorologico che metaforico, tra gocce di pioggia, macchie di sole e fogli danzanti, così come tra mostri e fantasmi ben conosciuti che riaffiorano, scopriremo come la tempesta, col suo spazzar lontano la polvere, potrebbe essere il momento opportuno per combattere le nostre ombre interiori e ricominciare se si avrà la forza di non soccombere ad essa. Nel brano, minimale ma ricco ed orchestrato, la voce profonda e la chitarra triste e quieta di Matt saranno accompagnate dal pianoforte e da un contrabbasso distante, archi accennati e rumori di sottofondo a dar voce al vento ne completeranno l’atmosfera. Nella successiva “The Feast of St. Stephen” il Nostro, con la sua nuda interpretazione, renderà trasparente il nero degli abusi sessuali e psicologici di miseri uomini d’ordine religioso su piccoli ragazzini descrivendoci inoltre genitori assenti ed un Dio che preferirebbe non vedere come la sua fede venga corrotta e tradita, ma fortunatamente, come Matt ci ricorda nella suggestiva “Wings & Crown” anche i presunti intoccabili, a qualunque livello, possono cadere e quando ci si schianta da certe altezze l’impatto può essere tremendo. Siamo a contatto col brano più ritmato del disco, la voce è meno grave, la chitarra suona un Flamenco che è un fuoco che soffoca e divampa e che con l’ottimo supporto degli altri strumenti riesce e regalare profumi d’Europa, d’Africa e d’Oriente mentre le linee di basso disegnano la globale instabilità della superbia; in questa densa atmosfera vedremo spezzarsi ali e corone, ad ognuno la propria tempesta. La nostra è tutta dentro, da sempre, sarà la meravigliosa e struggente “I Only Want to Give You Everything” a ricordarcelo, il brano è il più tipicamente ellottiano del disco, un Tango zigano in cui Matt canta il tormento dell’amore non corrisposto e nel quale la tempesta, infine trattenuta, sembra poter esplodere durante quel but you don’t love me che col tempo diventa un coro spettrale che pare chiamare a sé tutte le anime ferite da questa tipologia d’amore, e che più viene ripetuto più guadagna in potenza e pathos (anche musicalmente), per poi però giungere all’ultima ripetizione senza più forze andandosi a spegnere nella drammaticità e nell’accettazione del finale strumentale. Il disco si chiude con la pacificata rassegnazione di “The Allegory of the Cave” piuttosto vicina alla title track per quanto più scarnificata ed evidentemente riferita all’allegoria della caverna di Platone; nel brano la registrazione meno pulita può effettivamente regalare la sensazione di trovarsi all’interno di una caverna, uscendone il viso e gli occhi bruceranno al sole che picchia ma le infinite domande che si agitano dentro continueranno a non trovare risposta costringendoci a vivere comunque nel buio per l’eternità.

Matt Elliott, ancora una volta, riesce a colpire nel segno riuscendo con la sua voce e la sua chitarra a scolpire le nuvole prima della tempesta e con loro tutto il cielo che le circonda, ascoltarlo è rannicchiarsi in sé stessi osservando ed accettando le proprie debolezze ed i propri dolori e sapendo accogliere quelli altrui senza dimenticare di portarci dentro le giuste dosi d’angoscia e perplessità riguardo ad un mondo malato. Se la tempesta dovesse poi arrivare veramente finirebbe col sedarsi incontrando le melodie di Matt. Se la tempesta dovesse poi arrivare veramente non sarebbe che la calma durante, ma non pensate che faccia meno male.

Imprescindibile. L’uomo, ancor più del disco.


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Coraxo – Neptune

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Coraxo nascono nel 2013 e provengono dalla fredda Finlandia. I membri che ne fanno parte sono: Tomi Toimonen, Ville Kokko e Ville Vistbacka. Tutti e tre i ragazzi hanno una formazione ed uno stampo totalmente differente tra loro, e vi accorgerete di questa particolarità proprio grazie a Neptune, il disco d’ esordio registrato presso il Raivio Sound, mentre i processi di masterizzazione sono a cura di Dan Swano, che a dirla tutta ha svolto un ottimo lavoro data la qualità del suono.  Neptune è un disco che cattura l’attenzione grazie alle sue svariate sfumature: un po’ Heavy, un po’ Prog e un po’ Blues; a volte è possibile cogliere anche delle sfumature Folk, ma il minimo comune denominatore rimane sempre il genere Melodic Death Metal. È interessante come questo disco riesca a metterei di buonumore; in certi momenti pare che addirittura ti spinga a danzare e a muoverti sulle note di alcune sue canzoni. Non è un apice, questo è chiaro, ma è comunque un lavoro simpatico che è riuscito, prima di tutto, a mettere d’ accordo tutti i musicisti, sia per i loro gusti che per le loro capacità. In seconda battuta Neptune è riuscito a conciliare sonorità che difficilmente riescono a trovare una sintonia tra loro. Insomma, per i Coraxo è un buon inizio, questa prima fatica è sicuramente un discreto biglietto da visita. Con molta sincerità non riesco ad immaginare un futuro per questi ragazzi, è difficile anche orientarsi sul sound. Personalmente penso che meritino una piccola attenzione.

 

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Jamie XX – In Colour

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A dover scegliere un colore da abbinare a quello che fu l’esordio omonimo del progetto The XX ci si trova inevitabilmente ad optare per il nero. Se imboccare la strada da solisti è una tentazione a cui in pochi riescono a resistere, ben venga se serve a dimostrare che c’è dell’altro, e in questo senso Jamie Smith di certo non ha perso l’occasione di sfoggiare il suo intero spettro cromatico.
La tavolozza è a tinte sature come quelle che campeggiano sull’artwork di In Colour, cromie squillanti eppure mai pacchiane: un esito quantomeno imprevedibile, considerato che la materia in gioco è essenzialmente Rave culture, distillata in undici tracce e diluita con estetica estremamente contemporanea.

Che Smith fosse un fuoriclasse nello stravolgere la logica di qualsiasi composizione musicale armato di estro e campionatori era chiaro da tempo. Dopo aver fatto sfoggio delle proprie abilità sull’opera di Gil Scott-Heron (è sua la materia che nel 2011 Jamie si diverte a smembrare e ricomporre in chiave Lo-Fi in We’re New Here), è ora pronto a mettere in tavola un progetto compiuto e personale, un pastiche retrofuturista di vocazione innegabilmente Pop che mentre sibila nostalgia per l’House dei chiassosi anni 90 scivola elegante verso un variopinto avvenire sonoro. Niente peripezie dall’ascolto ostico: le sintetiche trame sonore di In Colour si arrampicano sui beat in un gioco di giustapposizioni raffinate ma ammiccanti, lungi dal suonare pretenziose.

L’attitudine DIY esplode sin dall’incipit con l’essenza Jungle di “Gosh”, per lasciar spazio all’EDM sofisticata e terribilmente catchy di “Sleep Sound”.
Al fianco di Smith nell’intagliare alcune delle sue gemme di indietronica ci sono gli alfieri fidati. Il timbro suadente di Romy Madley-Croft suona a tinte cupe sulla ritmica Hip Hop di “See-saw” (nella cui produzione c’è lo zampino di Four Tet) e ammicca inevitabilmente al sound alla The XX in “Loud Places”. Quello di Oliver Sim impreziosisce e fluidifica i vellutati beat di “Strangers in a Room”.
Unico episodio che recide il morbido fil rouge che percorre il disco è la stridente “I Know There’s Gonna Be (Good Times)”, in cui la presenza di Young Thug spinge il risultato finale verso derive Rap invadenti e un po’ scontate. In compenso, la doppietta finale (“The Rest is Noise”, “Girl”) chiude perfettamente il cerchio, cristallizzando la cifra stilistica della personalissima rilettura di Smith della club culture d’oltremanica.

La riproducibilità esclude il beatmaking dal novero delle arti? Potrà anche darsi, ma sembra però che tanta bellezza Pop figlia illegittima del proprio tempo farà a meno del titolo nobiliare senza crucciarsene.

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De Rapage – Droga e Puttane

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È uscito lo scorso luglio l’ultimo lavoro dei De Rapage, la band abruzzese che, nessuno  sa bene per quale motivo (forse nemmeno loro), porta un nome francesizzante che ognuno pronuncia un po’ come cazzo gli pare. Io, personalmente, lo pronuncio con tanto di “r” catarrosa iniziale: Rrrrrapage. Insomma, chi parla francese sa di cosa sto parlando.

Un lavoro corposo, composto da 12 brani ufficiali, 11 intermezzi e 2 ghost tracks, che porta il titolo di Droga e Puttane. È un concept album che la band stessa definisce come il proprio disco definitivo, nel quale si racconta la storia di Johnny Swindle, giovane perditempo al quale, scampato a morte certa, appare Gesù Cristo che gli offre la possibilità di vivere ancora a patto di dedicare la sua vita al Rock e di restare sempre fedele alla musica vera. A Johnny vengono subito in mente droga e puttane, suoi personali traguardi per affrontare l’impresa. Fra prime prove, battaglie con i vicini di sala prove, coverband e colpi di culo, Johnny otterrà il successo ma allo stesso tempo si vedrà costretto a piegarsi al mercato.
Una storia avvincente che si sviluppa tra le pieghe del Rock più classico, tra assoli, riff, e sezioni ritmiche incisive. Diversi gli stati emotivi che si affrontano: dalla più spavalda “Free Albany Cappotation” alle più drammatiche “Droga e Puttane”, “Compromessi” e “Vai con la Morte – Living Ingulammammete”. Non mancano nemmeno sonorità distorte (“Inferno Larsen” e “Bordello Acerbo”) e tonalità più rivolte al Blues (“Coverband”).
In pieno stile De Rapage anche i vari intermezzi, necessari per non perdere il filo logico della storia, ma che non perdono l’occasione, come tutti gli altri pezzi, di ironizzare su tutti quei cliché che accompagnano la vita di una rockastar. Un esempio? L’esilarante “The Faina Candau”, che già dal titolo prende per il culo i grandi maestri italiani della pronuncia inglese ed introduce il discorso verso una delle maggiori piaghe sociali dei nostri tempi:  le cover band.
Eh già, perché un dei meriti di questo gruppo di musicisti anziani (come anche loro si autodefiniscono senza problemi), non è tanto quello di aver rivoluzionato i canoni della musica Rock, ma quello di aver preso una posizione ben definita nei confronti di cover e tribute band, ribadita anche nel booklet del disco: “Droga e Puttane è un concept album basato su una storia di fantasia (…). Non si intendono offendere persone per motivi legati al sesso, all’etnia o alle preferenze politiche, ma solo le cover band e le tribute band in genere che speriamo si estinguano proprio come hanno fatto i dinosauri che, almeno, erano fighi”.  Tutto questo li rende decisamente molto meno anziani di tanti ventenni pronti a vendersi l’anima (e non solo) pur di raggiungere una finta celebrità che non appartiene a loro ma agli autori delle canzoni che interpretano; una finta celebrità che non fa rima proprio per niente con la parola dignità.

Droga e Puttane è un album che narra una vita da rockstar così come ce la immaginiamo, così come ce la propongono, così come a volte accade. E’ un disco piacevole all’ascolto, anche se appare a tratti ripetitivo dal punto di vista musicale. I testi della band abruzzese, a differenza dei loro precedenti lavori, sono dotati di senso compito in quanto parte integrante della storia che vogliono raccontare. Insomma, si può affermare che i De Rapage sono cresciuti (musicalmente parlando, ma il discorso per quel che mi riguarda vale anche negli altri campi della vita), ma non dovete avere paura di tale affermazione. Perché crescere non vuol dire, come pensano in molti, rinunciare a delle parti fondamentali di sé, quello si chiama suicidio. Crescere vuol dire proprio raggiungere la pienezza di sé nei diversi aspetti che compongono la nostra esistenza. I De Rapage sono i cazzoni di sempre, non temete; hanno solo convogliato tutta la loro cazzonaggine nel racconto in musica di una storia da titolo Droga e Puttane, che certo dice tanto di loro, del loro modo di fare ed intendere la musica, di come si sono espressi fino ad ora e di come probabilmente continueranno ad esprimersi in futuro, ma che stavolta racconta anche molto di più.

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H.A.R.E.M. – Enjoy the Show

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Era da tempo che non ascoltavo un disco Hard Rock veramente particolare e degno di nota. Purtroppo negli ultimi tempi, almeno al sottoscritto, sono passati dischi di band che provano solamente ad imitare i grandi pilastri senza riuscire in nessun intento artistico. Non è il caso degli H.A.R.E.M.; loro in fondo fanno un po’ parte della storia del Metal tricolore e nonostante l’ età del gruppo hanno ancora nuove idee funzionanti ed emozionanti. Sono attivi dal 1994, hanno e possono impartire lezioni a tanti gruppi ed Enjoy the Show  ne è l’ ennesima dimostrazione. Quello degli H.A.R.E.M. è un Hard Rock sicuramente personale, che si distingue insomma, e che possiede le sue particolarità, nei riff, nei giri di chitarra e nel sound in generale.  In questo nuovo disco gli H.A.R.E.M. riescono a suscitare un infinità di emozioni: rabbia, grinta, repressione ma allo stesso tempo anche dolcezza e vitalità. E’ l’ effetto della loro musica, delle loro melodie o delle atmosfere che creano. Freddy e soci sono riusciti ancora una volta nel loro intento. Forse  nel loro sound qualcosa è stato contagiato dai Death SS ma i livelli sono davvero minimi. In Enjoy the Show ogni canzone è un punto di partenza nel senso che ha una sua struttura personale ed un suo elemento che si fa distinguere. Vogliamo partire dal singolo, “Angel”, dal ritornello accattivante dovuto ad una melodia ben realizzata, un po’ pacchiana ma riuscitissima. Possiamo parlare di “In Your Hands” che sembra partorita dai Ramones o dagli Stooges, è chiaro quindi che c’è una vena Punk in questa traccia notevolissima.  “The Wizard” si distingue per la sua andatura più lenta e oscura, ma è proprio qui che troviamo un gioco di chitarre che alterna riff e assolo. La titletrack invece, paradossalmente, è quella che verte più al classico con un determinato riff ed una voce che a tratti da un effetto di cori. “Fire On Stage” è adrenalina pura, mette in mostra le qualità degli artisti, questa, una di quelle tracce che ti fa davvero scuotere. Un altro colpo a segno è la cover dei Doors, “Break On Trough”, ospite in questa traccia il noto compagno d’ avventure di Freddy,  Steve Sylvester. Parlando di collaborazioni vediamo che a dare man forte a Freddy Delirio, Matt Stevens, Nick Giannelli e Giuseppe Favia, accore anche il chitarrista Reb Beach (Alice Cooper, Whitesnake e Winger). Insomma, questo lavoro degli H.A.R.E.M. è ben fatto sotto tutti i punti di vista, dal sound alla copertina per chiudere poi con i testi. E’ un gruppo influente, che lascia la sua scia e sa come farsi notare con un organico che è da dieci e lode su diversi aspetti.

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Spondaladra – Bella Topa

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Gli Spondaladra sono un gruppo nato tra Milano e il Lago Maggiore, composto di cinque elementi e attivo dal 2011. A maggio hanno pubblicato il loro nuovo album intitolato Bella Topa. Il titolo è un degno rappresentante dei tredici brani che compongono il disco, che si presenta come un grande calderone confuso di stili e generi che vanno dal Rock alla Disco allo Ska passando per il Pop, con qualche tocco dialettale qua e là. Musicalmente parlando Bella Topa non offre grandi spunti creativi e novità, il quintetto lombardo si limita a creare melodie orecchiabili e facilmente ascoltabili da un pubblico molto ampio e vario. I brani hanno più una vocazione cabarettistica e comica e vengono utilizzati dalla band come veicolo per la realizzazione di uno spettacolo d’intrattenimento in generale, piuttosto che per un concerto vero e proprio. Sul piano dei contenuti si ripete lo stesso concetto di spettacolo di varietà, fortemente influenzato da un certo tipo d’ironia tipica di programmi televisivi anni novanta come Drive In o come il più recente Colorado Cafè. Il linguaggio usato è semplice e quindi diretto, ma l’eccessiva farcitura di luoghi comuni, rime poco fantasiose e modi di dire consumati, rende i personaggi e le storie raccontate piatte, senza spessore e a volte banali. Bella Topa è un disco fatto da intrattenitori per un pubblico che cerca un divertimento superficiale, giocoso e immediato, ma al contempo ordinario e poco frizzante.

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florestano – noh

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Elettronica strumentale delle più convolute, noh del producer e polistrumentista florestano è un accartocciarsi e uno stratificarsi magmatico e ribollente. Layer di synth, rumori, beat e voci infestanti e inquietanti si ripiegano su loro stessi e gli uni sugli altri, a creare una pasta sonora di una fantasmagoria crepuscolare. Una spirale rotante e ipnotica che afferra l’immaginazione, suadente ma allo stesso tempo preoccupante, come una stanza spoglia o un sogno poco illuminato.
I pilastri del lavoro sono la cura per le ritmiche e l’attenzione nella ricerca del suono, ma anche il gusto per certe melodie spiritiche che s’affacciano qua e là (“Grizzled”, “Broken MP3”). Otto tracce d’elettronica poco tersicorea ma parecchio psiconautica.

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