Progressive Rock Tag Archive

Tritonica – Disforia [STREAMING]

Written by Anteprime

Disforia è il nuovo lavoro dei Tritonica, bolscevica e stakanovista band nata a Roma nel 2016 dalla comune passione di tre studenti universitari per la sfera musicale sludge/grunge, stoner e progressive rock/metal.

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The Winstons – The Winstons

Written by Recensioni

I The Winstons sono un trio formato da Enro Winstons (tastiere, fiati, voce), Rob Winstons (basso, chitarra, voce) e Linnon Winstons (batteria, tastiera, voce). Trattasi di un rockettaro, ma pur sempre amorevole, papà e dei suoi pargoletti? O forse di 3 giovani capelloni scapestrati conosciutisi in un college, magari a sud-est di Londra, che scoprendo di portare lo stesso cognome e strimpellare 3 diversi strumenti decidono di metter su un gruppo per far baldoria insieme? No, niente di tutto questo, almeno in parte, perché dietro ai nomi sopra citati si celano le figure di 3 rappresentanti di razza della musica italiana degli ultimi anni: Enrico Gabrielli (Enro), Roberto Dell’Era (Bob) e Lino Gitto (Linnon), vero però è che soprattutto a sud-est di Londra il trio tende lo sguardo, alla Canterbury dell’indimenticabile decennio 65-75, e trattandosi dunque di Progressive era pressappoco impossibile che ad occuparsi di loro non fosse che la AMS Records, casa discografica molto attenta al presente come al passato di questo genere musicale. Il disco si apre con “Nicotine Freak”, brano scelto anche come singolo ad anticipare l’uscita dell’album, scelta più che condivisibile poiché si tratta di uno dei pezzi migliori del lotto ed è capace di rendere da subito chiare le intenzioni del trio. La voce, seppur meno emozionale, richiama a Robert Wyatt, il lavoro sulle armonizzazioni vocali è più che buono e musicalmente “Nicotine” suona come un Progressive che col passar del tempo diviene sempre sempre più freak. Si prosegue con brani che pur conservando sempre una matrice Progressive e Psichedelica si muovono in diversi territori, passando da brani più jazzati (“Diprodton”, che porta in realtà un titolo giapponese) a caldi saliscendi Pop (“Play With the Rebels” e “She’s My Face”) senza lasciarsi sfuggire neanche atmosfere più cosmiche (“…On a Dark Cloud”) o colorazioni in parte più scure e robuste (“Dancing in the Park With a Gun”). I 3 Winstons si muovono piuttosto agevolmente tra tutti questi territori ed il disco scorre via piacevolmente, ma senza picchi in grado di regalare quelle vibrazioni, quelle sensazioni, capaci di rendere grande un album o comunque una canzone, e purtroppo nel trittico finale (trittico per chi li ascolterà su CD, MC o in streaming, poiché nella versione in vinile “Number Number”, altra canzone che in realtà porta un titolo giapponese, e che probabilmente risulta essere la migliore delle 3, non sarà presente) il trio mi sembra soffrire un po’ di manierismo, non la migliore delle sofferenze per chi propone questo tipo di sound. Ai nostri, qua e là supportati anche dall’immancabile Xabier Iriondo e dalla tromba di Roberto D’Azzan, va il merito di ricordare molti ma di essere uguali solo a sé stessi, durante l’ascolto oltre al già citato Robert Wyatt, non sarà difficile trovare influenze dei Gong come dei Beatles, di Kevin Ayers come dei primissimi Pink Floyd e molto altro ancora risalente al già citato decennio dal quale gli Winstons sembrano provenire e non solo amare e celebrare, o prendere a pretesto per sfornare un disco. Il trio suonerà live in lungo e in largo per l’Italia per tutto il mese di Gennaio (e non è da escludere vengano annunciate nuove date in seguito), consiglio agli amanti del genere di selezionare la data più vicina a casa propria e non mancare all’appuntamento, credo che dal vivo gli Winstons possano regalarci belle sorprese essendo ancor più liberi di poter suonare free.

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Sophya Baccini’s Aradia – Big Red Dragon

Written by Recensioni

Volete un’artista con i controcoglioni? Volete una musicista dalla mente brillante e dalle mille potenzialità? Magari siete interessati ad un’ artista coerente, innovativa e senza troppe contraddizioni mentali? Bene, fatevi un giro a Napoli e lusingate Sophya Baccini, una cantante ma prima ancora una musicista dalle qualità indescrivibili. In attività da poco più di vent’ anni e leader dei Presence. Mrs. Baccini si propone di tanto in tanto con qualche uscita di alto calibro che ti fa esclamare: “Che bello, non tutto è perduto”. Ebbene, ci troviamo adesso a parlare di questa sua nuova fatica da solista intitolata Big Red Dragon ma uscita sotto  il moniker Sophya Baccini’s Aradia. Parliamo di un disco che in un certo senso è un concept vista la totale ispirazione alle opere di William Blake preso in considerazione sia come poeta che come pittore. Ci ritroviamo ad ascoltare un candido lavoro che va dal Rock al Classico con qualche piccola sosta nell’ Ambient, insomma un album di un certo spessore, all’ avanguardia e che da subito mette le cose in chiaro. Un altro punto a favore del disco è la teatralità che l’artista ci propone e la canzone “Satan” è quella giusta per farvi comprendere la tendenza del disco. Big Red Dragon vanta inoltre la collaborazione di esponenti di spicco della musica Hard’n’Heavy nostrana, troviamo Christian Decamp degli Anges, Aurelio Fierro Jr. dei Mind Key, Pino Falgiano, Lino Vairetti degli Osanna, Sonja Kristina dei Curved Air, Enrico Iglio dei Presence, Steve Sylvester dei Death SS ed Elisa Montaldo del Tempio delle Clessidre. Insomma, una baraonda di fenomenali collaborazioni che danno un tocco di classe a Big Red Dragon. Una piccola nota da evidenziare è la prova superlativa di Marilena Striano nella traccia “Beatrice”, la musicista (che effettivamente è impegnata per lo più nelle date live che nel disco) ha registrato le parti di pianoforte in studio soltanto su questo pezzo rendendolo parecchio trascinante. Tutti gli altri brani portano la firma Baccini. Abbiamo tra le mani un lavoro decisamente importante capace di esaltare le doti talentuose degli artisti coinvolti come Chicco Acceta, Stella Manfredi, Martilena Striano (nelle live performance come accennato prima) e Francesca Colaps. Tutti questi musicisti danno vita al grandioso progetto Aradia dietro la preziosa guida di Sophya Baccini.

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Le Porte Non Aperte – Golem

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Le Porte Non Aperte sono un progetto musicale nato nel 2010 ma che si ispira al Rock Progressivo  italiano e inglese degli anni settanta Emerson Lake & Palmer e Premiata Forneria Marconi in primis. Dopo lo strumentale “Preludio al Sogno” che dura poco più di due minuti “Golem” prende vita con “Il Re del Niente” in cui una voce aggressiva e ribelle tipo Piero Pelù o Demetrio Stratos fa da padrone sovrastando i compagni di viaggio. “La Città delle Terrazze” ha un inizio inquietante che ricorda un po’ i primi Diaframma, un po’ i Jethro Tull  di Aqualung ma man mano le chitarre e le tastiere fanno capire l’essenzialità del loro operato nella struttura generale del brano.

Questo concept album comunque tocca il picco più alto con “Binario 8” che meglio esprime la capacità di sperimentare e spingersi oltre un confine sonoro che resta visibile come l’orizzonte ma mai raggiungibile. Una intro di batteria in puro stile John Bonham vi introdurrà ne “Il Vicolo dei Miracoli” brano che forse non passerà alla storia del genere ma che può essere tranquillamente ascoltato (anche se è l’unico momento in cui la tentazione di mandare avanti è forte e c’è sino alla fine). “Rigattiere dei Sogni” sembra essere uscita direttamente dalla penna di Ian Anderson, segno che la band fiorentina sa in fondo il fatto suo in merito agli arrangiamenti sempre meticolosamente curati.
“Nemesi” è un breve esperimento sonoro pianistico il cui compito è solo quello di introdurre a “Oceano – Nel Canto della Sirena”. La fine sembra vicina ma in realtà ci sono ancora oltre venti minuti distribuiti in soli tre brani (anche se “Animale del Deserto Pt.1 – La Rivolta della Tartaruga Elsie – Animale del Deserto Pt.2” è una sorta di suite divisa in due parti) . Sandro Parrinello (voce), Marco Brenzini (flauto), Jacopo Fallai (chitarra), Daniele Cancellara (basso) Filippo Mattioli (tastiere) e Giulio Sieni (batteria) sono insomma un gruppo ben assemblato che merita la fiducia di un ascolto attento da parte anche dei fans più incalliti di Osanna e Van Der Graaf Generator.
Sarei curioso di ascoltarli dal vivo per vedere se riescono a mantenere alti gli standard di questo disco intriso di suoni vintage ma mai antiquati.

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Bill in The Tea – Big Tree

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Big Tree è un nome interessante per un album di esordio; bisognerebbe  chiedere ai diretti interessati le genesi di questo nome, che in due parole racchiude un po’ il senso del lavoro del quintetto catanese Bill In The Tea.  Gli alberi, e per la precisione uno in particolare bello grande, si è fatto strada fra i meandri della città sicula mettendo le proprie radici nei territori musicali del Progressive Rock e del Jazz. Da queste appendici  è nato un unico tronco che sorregge come rami nove tracce, per la maggior parte strumentali, ricche di linfa melodica sperimentale, che lanciate verso l’alto si inerpicano su e giù in un in districabile intreccio.  Scelta coraggiosa da parte dei giovani siculi quella di cimentarsi con un genere come quello strumentale che in Italia non ha molti seguaci, anzi lo potremmo comodamente definire come un genere di nicchia.

I Bill in the Tea, però si esprimono su territori completamente differenti rispetto ad alcuni esperti del  genere come i Calibro 35 o gli Zu.  In Big Tree ci si trova principalmente sul piano dell’Ambient , tra suoni leggiadri e impalpabili rubati al Jazz e melodie delicate come in  “Now I Know  What The M Means” o “Change Colours “ oppure si aggiunge un po’ di ritmo e qualche citazione e si sogna in“I Wanna be Franck Zappa” e “Mad”.  Atmosfera è decisamente la parola cardine di tutto il lavoro, anche sei brani risultano un po’ lunghi rispetto agli standard di un ascoltatore medio. Come dicevamo tra tutti questi rami arrivare alle foglie è un viaggio anzi un volo pindarico tra violini che appaiono e scompaiono, suoni eterei e ritmi più corposi , che richiedono spesso pazienza e attenzione all’ascolto. Un lavoro in controtendenza rispetto alla velocità con cui la musica viaggia oggigiorno, un sorta di slow motion musicale, piacevole senza dubbio, ma al tempo stesso senza infamia e senza lode.  Forse  qualche occhiata più maliziosa e qualche passo più ardito avrebbe aggiunto più freschezza al tutto, ma come dicevamo un albero se ben alimentato continua a crescere e ad aggiungere rami e foglie, ed è quello che auguriamo per il quintetto catanese. Un esordio che getta le basi per un possibile futuro.

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Matteo Cincopan – Fantascienza

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Un lavoro del genere ti capita raramente tra le mani. E, tenendo presente il caso fortuito per cui ne sono venuto a conoscenza, devo ritenermi davvero fortunato.
Sto parlando dell’ultimo lavoro di Matteo Cincopan, “Fantascienza”, secondo capitolo di una trilogia che il polistrumentista di Bologna ha elaborato come punto d’incontro tra sonorità del passato (qua declinate seguendo la scia del progressive anni settanta) e liriche del futuro (rappresentate dalla narrativa fantascientifica): il risultato è un disco davvero godibile, un crocevia tra Le Orme, Il Balletto di Bronzo, i Pink Floyd e i Magma.
Fantascienza” ricalca musicalmente quelle sonorità che tra la fine degli anni sessanta e l’inizio degli anni settanta avevano interessato la scena italiana, portando alla ribalta un rock sinfonico, elaborato, colto e raffinato, tanto da essere motivo di vanto nelle parallele scene inglesi e americane: il nostro Matteo Cincopan prende il meglio di quel periodo e riesce ad elaborarne una personalissima visione, fatta di brani dalla media durata, incisivi e diretti, in cui il barocchismo (mai ostentato) degli arrangiamenti trova una naturale posizione come contorno e controparte della lirica.
Si apre diretti con “Giano”: la voce di Cincopan è quella di un moderno e cristallino Tagliapietra, il ritmo è serrato, sincopato, gli ingredienti sono tutti ben miscelati. Ma è solo un preludio: la superba “Andromeda” (forse il brano più riuscito dell’intero lotto) si apre con un lieve crescendo, subito contrastato da una parte sognante e ieratica; refrain dolce e intimo, una vera poesia di musica e parole. Siamo molto sulle coordinate dei Pink Floyd, come se per un miracolo l’atteggiamento space rock dei primi dischi si fosse fuso con la psichedelia ordinata dei grandi lavori successivi. E il testo, malinconico e struggente, ci racconta dell’immensità del cosmo e della nostra solitudine.
Segue “Dottor Morbius” un pezzo eclettico, con ritmo, quasi pop rock. “Le Crisalidi” è un altro di quei momenti immancabili. Pensate ad una collaborazione tra Il Guardiano del Faro e i Porcupine Tree delle ballate più struggenti, avrete in mano questa bellissima ballata.“Psicopolizia” è un brano di una semplicità disarmante, quasi infantile nelle liriche, a ricalcare la semplicità e la banalità degli slogan e delle imposizioni.
Chiude il disco “Eclissi”, metrica storta, cosmiche visioni e un ritornello dannatamente orecchiabile.
Questo “Fantascienza” è un lavoro prezioso. Le sonorità così vintage, così radicalmente del passato sono un risultato che spesso suona anacronistico e ridicolo: non è questo il caso. Qui dentro vive un’anima precisa e significativa, un mondo delineato e preciso, il tutto avvalorato da una prestazione ispirata agli strumenti e alla voce e da una musicalità in grado di creare passaggi che rimangono facilmente in testa.
Immancabile per tutti i nostalgici, per quelli che quel tempo non è finito, ma anche per quelli che cercano qualcosa di nuovo, di diverso e di significativo.

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