Plan De Fuga Tag Archive

Torna La festa del lavoro che non c’è, 1 e 7 maggio

Written by Eventi

Si terrà il primo maggio presso CremArena (Via Dante Alighieri 49, Crema) e il 7 maggio alla Latteria Molloy (Via Marziale Ducos 2/b, Brescia) la nuova edizione di NEVERLAND FESTIVAL, La festa del lavoro che non c’è, organizzato dall’associazione HASHTAG. in collaborazione con Latteria Molloy, Il Circolo culturale Il Paniere e La Famiglia No.

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Plan de Fuga, esce il video di “Spazi Immensi”

Written by Senza categoria

Il video, per la regia di Fred Cangianiello, è stato girato in un teatro vuoto, dove in un ipotetico provino si mettono a confronto due band per capire chi possa avere i requisiti per diventare una pop star, ironizzando sul ruolo della musica, ormai marginale rispetto alla prepotenza della forma.
“Sono immagini di niente, vite dello schermo, giochi di chi vince e non ha mai abbastanza e aspetto una risposta, vorrei decidere una volta anch’io”(Spazi Immensi). Il singolo precede l’uscita del nuovo lavoro del quartetto bresciano, previsto per i primi mesi del 2016, e annuncia il tour che li vedrà impegnati tra novembre e dicembre in alcuni Club della penisola.

Ecco le date:
18/10 : Secret show, Milano
11/11 : Le Mura, Roma
13/11 : Meet, Atripalda (AV)
19/11 : Biko, Milano
28/11 : Edonè, Bergamo
12/12 : Interstate, Udine
19/12 : Marcos Pub, Livigno

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Swell99 – Life

Written by Recensioni

Sensazioni contrastanti. Quelle che provo quando annuso l’intrigante quanto malsano odore della benzina oppure quando bagno le labbra nel ruvido sapore de whiskey o quando guardo un film di fantascienza. A mezz’aria tra l’inutile e il divertente, tra il piacere e la smorfia. Ecco e questo sentimento altalenante e di umore lunatico sbuca improvviso all’ascolto del nuovo disco dei Swell99.

Nati nel 1999 a Macerata, arrivano al loro quattordicesimo compleanno senza nessun cambio di formazione, una famiglia a loro detta e sono convinto che sia così. Il suono in effetti è compatto, unito, sicuro. Fin troppo sicuro da risultare poco intrigante. E la scelta di usare l’inglese, tranne che nella prima e nell’ultima traccia cantate in madrelingua non solo fa storcere il naso ma obiettivamente non può che far perdere omogeneità e significato ad un album registrato e prodotto in modo impeccabile. Nulla ha da invidiare alle mega produzioni statunitensi in termini di qualità sonora e di impatto, ma in tutti gli aspetti questo disco pare troppo inquadrato e privo di quel brivido, di quell’imprevedibilità che nel Rock non guasta mai.
Il singolo “Urlo” parte spavaldo con chitarroni metallusi. Hard Rock in italiano, due mondi che quasi sempre si scontrano senza provocare nulla di buono, salvo in rari casi come questo. La voce di Carlo Spinaci però non lascia grandi tracce, sebbene ben impostata e precisa rimane molto fumosa. Anche quando tenta di graffiare (“Bloody Knife”, “Real Friend”) non è acqua e non è fuoco. Molto meglio con le ballate che con i pezzi più aggressivi e vince più con la lingua italiana che con quella anglosassone. “Boot” vanta la presenza del blasonatissimo Andrea Braido, ma il fumo purtroppo rimane tanto e di carne se ne addenta poca, come anche in “Screaming to The World” dove anche l’assolo poteva essere gestito meglio, invece inciampa in freddi tecnicismi che sfociano però in una simpatica citazione di “Beat it”. Certo la botta e la carica non mancano, ma tutti questi brani sembrano essere un cannone che spara palle di gomma.

Ai pezzi più arrabbiati si alternano ballatoni più o meno articolati: si passa dal suono molto Nickelback di “Mistake”, alle melodie tortuose di “Talk” (miglior pezzo e una delle migliori interpretazioni del cantante), dalle sbavature elettroniche di “Angels” (sembra un pezzo dei Plan De Fuga) alla piatta e banalotta “Life”.
L’ancora di salvataggio ricade nell’ultima traccia (guarda caso in italiano). “Non è la fine” parte acustica per scaldarsi negli ultimi dieci secondi di puro delirio. Una pazzia. Quella che ho aspettato tutto il disco.
Spero che i ragazzi la prossima volta rompano più spesso questo orologio troppo preciso, per far cadere l’ago della bilancia verso la loro causa e rompere questi miei fastidiosissimi dissidi interni.

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Plan De Fuga – Love ° PDF

Written by Recensioni

La prima vibrazione che ci regala “Love°Pdf”, il nuovo disco dei bresciani Plan De Fuga, è la certezza – allegata ad una conferma – di quanto su per giu sapevamo da tempo se non addirittura da sempre, vale a dire che il punto centrale della poetica della band è quell’agrodolce malinconico e melodico che non lascia scampo e che da una lezione sonora a tanti simulacri e “succedanei” dell’emergenza sonora; lo si avverte nitidamente in questo disco, c’è tutta la sensualità di una crescita ed una cura che delinea subito un’atmosfera canagliescamente avvolgente e che è sintomo di un mondo sonoro che riparte, che rimette in moto quella perfezione attitudinale del rock autorale.

Una confezione di classe che racchiude da una parte un dvd con quattro videoclip già editi più tre ancora inediti, e dall’altra il disco con le undici tracce, le undici suggestioni che accompagnano l’ascolto di questo lavoro edito dalla Carosello come un brillante da sfoggiare tra gli scaffali sempre più impoveriti di bello; tracce che parlano, vantano, struggono, piangono e anelano l’amore in tutte le sue gradazioni, intensità e strappi sonori fanno la loro controparte, si amalgamano e dividono nelle sfaccettature del pop,  rock, funk. sprizzi  soul e tenerumi scuri per restituire interamente e a tratti solennemente la dimensione di un disco che non si rivolge solamente ai parterre di casa nostra, ma pronto per il grande pubblico internazionale, alle grandi platee d’ascolto allargate a dismisura.

Cantata in inglese per intero, la tracklist snocciola canzoni una più bella dell’altra, difficile fare una scelta per difetto, irrequietezze ben definite, punti d’appoggio briosi e rabbie circoscritte sono il comune denominatore di tanti passaggi, come nella stupenda e RadioheadianaTouchè”, nella fantasticheria Stinghiana che rutila “Make it”, tra le ombre doppie evanescenti BuckleyaneOn your own”, “This was your bad”; notte e giorni si alternano per l’intoccabile diametro del registrato, animosità delicate ti scompigliano delicatamente tra i tasti di pianoforte “The jump” o ti legano le vene con gli arpeggi cromatici di “All that stands around” per segarti le gambe definitivamente nel momento preciso in cui l’intimità roca di “Violence” passa chiudendo il disco, come un paravento soul loner che fa a brandelli quel poco di cuore che è rimasto a fare tunf tunf dentro la gabbia toracica.

Il loro è un piano di fuga dannatamente architettato ma che nessuno prende sul serio, nessuno vuole scappare dal loro ammaliante trappola poetica, proprio nessuno. Disco Dop.

 

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