Marco Vittoria Tag Archive

Marlene Kuntz – Lunga Attesa

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Tornano (finalmente!) i Marlene Kuntz con nuovo materiale inedito. Accantonata l’esperienza Pansonica e i conseguenti live,  il gruppo piemontese ha dato alle stampe Lunga Attesa, titolo che esprime a pieno i sentimenti dei fan che aspettavano tale momento da mesi. Purtroppo proprio la lunga attesa ha tradito le speranze di molti. Probabilmente anche le mie, che seguo i Marlene da tempi di Catartica e che li avrò visti live almeno trenta volte spingendomi spesso anche in altre regioni della nostra penisola. L’impressione che si ha ascoltando il cd è quella di un lavoro che potrebbe funzionare molto meglio dal vivo, in quanto siamo di fronte a una produzione fin troppo “perfetta”. E allora direte: “perché ti lamenti?”. Semplicemente perché la cosa più bella dei Marlene Kuntz sono sempre state le chitarre un po’ sporche, forse grezze nelle sonorità ma che non avevano mai (finora) mancato di emozionare. Se Lunga Attesa fosse uscito dalla mente di un partecipante a un talent show probabilmente si sarebbe potuto gridare al miracolo ma citando il titolo di uno dei pezzi qui non c’è “niente di nuovo”. O per lo meno di inascoltato in precedenza. Manca forse l’ispirazione o la volontà di proseguire un discorso che è stato iniziato ormai più di vent’anni fa con il già citato “Catartica”. Un disco un po’ “aspro” nei contenuti, sebbene molto maturo dal punto di vista delle liriche sempre  molto oniriche di Cristiano Godano che almeno da questo punto di vista ha dato il meglio di sé. Non manca qualche episodio felice anche sotto il profilo musicale (“Un Po’ di Requie” e “Fecondità” sono fra i migliori brani incisi finora dai Marlene) ma pur sempre troppo poco per uno che vede in Tesio & co. gli alfieri del Rock italiano, ormai povero nei contenuti  e nella sostanza. Peccato perché con Nella Tua Luce avevano toccato il top del top della loro carriera. Probabilmente è anche questo uno dei problemi che ha contribuito a far di Lunga Attesa un disco che, almeno per quanto mi riguarda, è lontano anni luce dalla sufficienza, ma sono pronto a rinnovare la mia fiducia al gruppo piemontese acquistando per primo (quando uscirà) il prossimo lavoro. Intanto riprendo dall’archivio Il Vile,  mi riascolto a massimo volume “Ape Regina” e “Retrattile”. Altri tempi (purtroppo!)…

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Intervista ai Lohren

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Intervista a Sherrita Duran

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Abiura – Piccola Storia di una Bimba e del suo Aquilone di Idee

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Rock allo stato puro: ecco come si potrebbe definire in poche parole Piccola Storia di una Bimba e del suo Aquilone di Idee degli Abiura. Un titolo apparentemente lungo e complesso che lascia presagire sonorità Progressive Rock ma che, in realtà, piuttosto che Premiata Forneria Marconi (come Franz Di Cioccio il gruppo è originario di Pratola Peligna) e Banco del Mutuo Soccorso, prende come punto di riferimento i Timoria della prima ora (quelli con Francesco Renga in formazione, per capirsi) e i Litfiba post El Diablo. Dalla cosiddetta “Quadrilogia del Potere” della band fiorentina gli Abiura hanno infatti attinto parecchio, imitandone i suoni e gli stili. Basta ascoltare la chitarra in “Il Nonno della Bimba (il Vecchio)” per far tornare alla memoria il tapping di Ghigo Renzulli ma tuttavia c’è anche tanto altro in questo disco. “Sorella” è un brano dalla classica impronta Blues alla Stevie Ray Vaughan / John Mayall, mentre la conclusiva “Festa” è molto più Heavy rispetto a quanto sentito in tutto il resto del cd. Se dovessi dare un consiglio ai quattro ragazzi abruzzesi, direi loro di provare ad ascoltare anche i Diaframma, che del Rock italiano sono un pezzo importante e non da trascurare in modo da ampliare la molteplicità dei suoni proposti. Qualche riff di stile fiumanesco in fondo ci starebbe davvero bene all’interno delle loro canzoni, anche per dare una fluidità melodica maggiore facendo attenzione a non sfociare in un’impronta Punk che denaturalizzerebbe lo spirito del progetto. Avrei anche cercato un mixaggio leggermente diverso perché gli strumenti non sono bilanciati come dovrebbero ma tuttavia, a parte questo piccolo particolare tecnico che probabilmente sarà anche voluto per dare un sound “grezzo” e allo stato brado, come nel più classico Rock n’ Roll, il disco non soffre mai di “alti e bassi”. Piccola Storia di una Bimba e del suo Aquilone di Idee degli Abiura è infatti un lavoro che suona quasi perfetto anche negli arrangiamenti e, in aggiunta, degni di nota sono anche l’artwork generale con un insieme di disegni realizzati da una bambina e dalla stessa voce della band, opere d’arte del maestro Silvio Formichetti e foto volutamente retrò che richiamano alla memoria quelle di The Doors, The Allmann Brothers Band e The Notting Hillbillies. Perché in fondo le radici del Rock sono quelle, ed i buoni alberi nascono tutti da lì. O dall’Abruzzo forte e gentile!

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Philm

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La notizia del concerto dei Philm a Pescara circolava già da diverso tempo nell’ambiente e per questo l’attesa era tanta come lo era pure l’hype generato. Non capita spesso che rockstar mondiali passino per il capoluogo adriatico e bisogna pertanto lodare gli sforzi effettuati dalla Skeptic Agency e dallo staff dell’Orange Rock Pub (che ringraziamo anche per la collaborazione e il supporto) , soprattutto quando eventi di tale portata vengono offerti al proprio pubblico ad un costo davvero irrisorio (soli 10 euro per il biglietto di ingresso) e bisogna anche rimarcare che ad aggiungere un valore indotto al tutto c’è stata anche l’esibizione dei Noumeno, una vera e propria furia sonora proveniente da Roma.

noumeno

La band è nata nel lontano 2007 ed è attualmente costituita da Emanuele Calvelli (basso), Emiliano Cantiano (batteria), Danilo Carrabino (chitarre) e Matteo Salvarezza (chitarre). Quattro elementi che fanno della tecnica il loro punto di forza e che hanno saputo intrattenere i presenti per quasi un’ora con un perfetto mix di Prog, Death e Rock. Tante le influenze che il gruppo ama citare nella propria biografia (si va dai Cacophony a Jason Becker, dai Racer X ai Death, dai Rush ai Mr.Big, passando per Symphony X, Meshuggah, Liquid Tension Experiment, Angra, Van Halen e Greg Howe) ma dietro ci sono anche tante ore di sala prove, perché la perfezione si raggiunge sì studiando e riproducendo i propri idoli, ma anche eseguendo i propri brani per decine e decine di volte cambiandone a volte anche gli arrangiamenti.

noumeno scaletta

Non voglio esagerare, ma l’impressione che si ha ascoltandoli dal vivo, è che la loro preparazione e il loro affiatamento sia pari a quello di colleghi affermati quali PorcupineTree e Toto. Pochi i brani (purtroppo) proposti, ma tanta l’energia diffusa su tutti. Del resto l’organizzazione era stata chiara: inizio dei concerti ore 21:00 e gli orari sono stati rispettati quasi al minuto. Verso le 22:00 è arrivato il tanto atteso momento: sua maestà Dave Lombardo è entrato nel locale rifugiandosi subito nell’area backstage dove a fine concerto non esiterà insieme ai suoi compagni Gerry Nestler (voce/chitarra)

Gerry Nestler

e Pancho Tomaselli (basso)

Pancho Tomaselli2

a concedersi per foto e autografi ai fan accorsi per l’occasione. Nel poco tempo intercorso fra il suo arrivo e l’inizio della performance dei Philm viene anche allestito il banchetto del merchandising dove è stato possibile acquistare i prodotti ufficiali quali magliette, cd e vinile del capolavoro in studio del gruppo, Fire From the Evening Sun, uscito per la Udr nel 2014. La scaletta del concerto prevede ben quattordici canzoni così ripartite: otto estratti da quest’ultimo lavoro, cinque dal precedente Harmonic, pubblicato nel maggio 2012 dall’etichetta fondata da Greg Werckman e Mike Patton, la IpecacRecordings, e un inedito con cui si concluderà la serata.Dave Lombardo esibisce tutta la sua tecnica costruita in oltre tre decadi di carriera, fatte di centinaia di concerti in tutto il mondo e di dischi in band quali Slayer, GripInc. e Fantômas dicollaborazioni con John Zorn, Testament e Apocalyptica. Precisissimo nell’esecuzione, è talmente accurato da concedersi anche un paio di interruzioni per mettere mano al suo drum kit. Sarà infatti indispensabile persino l’intervento di un fan, che gli presterà la chiave con cui accorderà la batteria, e del suo road manager. Il pubblico entusiasta lo guarda con idolatria, ma insieme a lui ci sono anche due validi musicisti senza i quali i Philm non avrebbero natura di esistere. La musica dei Philm è anni luce diversa da quanto fatto in precedenza. Lo stesso Dave Lombardo descrive il tutto in poche parole: “zero improvvisazione, zero fronzoli. La nostra musica ti ruggisce in faccia da inizio a fine. Noi proviamo a spingerci al di fuori della nostra zona di comfort e vogliamo che i nostri fan facciano lo stesso“. Difficile la catalogazione quindi nel loro caso, ma di certo tutto è tranne che Thrash. Qualcuno si chiede inoltre come Dave riesca a produrre tanti ritmi con un drum kit che è tutto sommato nella norma in quanto a grandezza. Ma in certi casi, si sa, la differenza la fa chi sta dietro le pelli. Tuttavia (ripeto) i Philm non sono un leader e due musicisti a supporto ma una vera e propria band. Il livello di preparazione di bassista e chitarrista è infatti invidiabile, entrambi si concedono diversi virtuosismi, cercano di conquistare anche loro il pubblico con la loro carica e il loro entusiasmo; Gerry sprizza sudore da tutte le parti e Pancho non sarà certo da meno (tanto da rimanere a torso nudo nella parte finale della setlist). La fine giunge implacabile verso le 23:00 ma tutti rimarranno molto soddisfatti da entrambe le performance sicuri di aver assistito a un evento che per anni (se non decenni) rimarrà nella memoria storica della città. Pescara e l’Abruzzo intero sono una piazza spesso trascurata dai big della musica mondiale ma per fortuna poi a noi utenti pensano realtà quali la Skeptic Agency e l’Orange che appena qualche giorno dopo hanno proposto anche i Karma to Burn, vere e proprie leggende dello Stoner Rock. Ma questa poi è un’altra storia…

philm scaletta

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Après la Classe || Intervista

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Un gruppo che offre il meglio di sé nei suoi concerti, ma che non si risparmia nei dischi in studio sprizzando energia ovunque. Con quasi venti anni di carriera alle spalle sono una delle formazioni più longeve dell’Indie Rock italiano. Ne abbiamo parlato con Puccia che si è fatto portavoce della band

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Intervista ai Blastema

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Un gruppo che si sta facendo spazio nel complesso panorama musicale italiano, ma la loro vita artistica nasce da molto lontano, addirittura dai banchi di scuola. La formazione ovviamente nel tempo ha subito variazioni, si è evoluta musicalmente ed oggi sta riscuotendo il successo che merita. Ne abbiamo parlato con loro.

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Liv Charcot – La Fuga

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A un primo ascolto i Liv Charcot sembrano gli eredi de Le Vibrazioni con qualche elemento preso in prestito da Cesare Cremonini in versione Lunapop. In realtà già “Cosmonauti” mostra qualcosa in più rispetto ai citati “colleghi”, qualcosa di indefinibile ma gradevole che certo non appartiene alla cultura musicale italiana. La cosa viene messa in evidenza ancor più con la velocissima “Davanti alla Macchina Ancora nella Casa” con quella sezione ritmica che sembra appunto suggerire un tentativo di fuga. Del resto, a detta del gruppo composto da Lorenzo Cominelli (voce, basso),  Tommaso Simoni (chitarra), Giulio Fagiolini (tastiere) e Nicolò Selmi (batteria), “la fuga è quella richiesta urgente che benché tentiamo di soffocare prima o poi si manifesta. I Liv Charcot sono espressione di questa richiesta”. Non manca però la classica ballad che con “Dove Andrai (Le Rondini non Tornano)” riporta alla memoria la grande hit dei Duran Duran, “Ordinary World”. Sia chiaro, il paragone con il gruppo inglese ci sta solo in questo caso, perché il resto del disco è tutta farina del sacco di questi quattro ragazzi toscani. Il Rock puro torna infatti con “Frammenti di Te” e “L’Obiettivo” che sembra essere uscita dalla penna di Matt Bellamy dei Muse coadiuvato da The Edge degli U2 (quelli più eighties). “Lettera dal Brasile” ha poco del paese dalla bandiera verde-oro ma appare un gradino sopra rispetto a quanto sentito finora e si candida immediatamente ad essere l’episodio migliore del disco se non fosse per quelle “Dicembre ’69” (dal sapore un po’ Funky degna dei migliori Bluvertigo) e  per “Non mi Basterà” aperta da un drumming deciso che viene presto supportato da basso e chitarra e dalla voce decisa di Cominelli. Difficile quindi per “Sole a Mezzanotte” non fare brutta figura (non me ne voglia il gruppo ma il disco sarebbe stato meglio concluderlo qui spacciandolo per un ep). Troppo basilare negli arrangiamenti (che a volte sembrano persino un po’ forzati) e forse pure troppo elementare nei testi. Per fortuna a rimettere in carreggiata la band arriva “Vortice” una vera ventata di sperimentazione sonora con un sax alla Lounge Lizards che argomenta con un linguaggio Jazz con il resto degli strumenti. Conclude il lavoro “La Pineta” in perfetta calma e con qualche incursione vocale femminile che dà un tocco gradevole a quanto ascoltato finora. Un bel concept album tutto sommato, forse un po’ troppo lungo, ma abbastanza curato nei suoni e nei testi. Dimenticate quindi “Sole a Mezzanotte” e lasciatevi conquistare dal resto del disco, ne varrà davvero la pena!

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Duran Duran – Paper Gods

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Tornano i Duran Duran con il loro quattordicesimo disco in studio, Paper Gods, un disco in cui sono i sintetizzatori a fare da padroni ma in cui non mancano buoni spunti chitarristici (fra gli ospiti c’è anche John Frusciante, ex Red Hot Chili Peppers) e ritmi ballabili. Sì, perché questo è probabilmente l’album più Dance mai pubblicato sinora dal gruppo inglese, che alcuni giorni fa ha avuto anche l’onore di introdurre il nostro Giorgio Moroder premiato con l’Inspiration Award ai GQ Men of the Year Awards 2015. Tuttavia attenzione: Paper Gods non è una copia di nessuno dei suoi predecessori perché è sempre stato così in fondo. I Duran Duran preferiscono rinnovarsi, aprirsi a nuove sonorità e soprattutto sperimentare senza mai eccedere nell’eccentricità. Chissà che quegli Dei di carta non siano proprio loro che sono ormai sulla cresta dell’onda da quasi quarant’anni. Attraversare cinque decadi non deve certo essere stato facile, come non deve esserlo stato non cedere alle mode del momento quali il Grunge, ma i quattro di Birmingham hanno sempre tenuto duro, resistendo persino agli avvicendamenti in formazione. Oggi non hanno più un chitarrista “fisso” ma hanno in Dom Brown un valido collaboratore che li assiste ormai da dieci anni e che firma persino alcuni brani del disco. Già dalla copertina, in cui sono presenti i simboli di alcuni lavori passati, i Duran Duran hanno tenuto a indicare che Paper Gods è quasi una sorta di breviario del gruppo, utile a conquistare nuovi fan, ma che forse ha indispettito alcuni tra quelli più fedeli che dopo cinque anni di assenza dal mercato discografico (se non si considera il live A Diamond in the Mind) pretendevano qualcosa in più. Tuttavia Paper Gods suona come un disco “maturo”, perfetto per il 2015, un po’ meno se fosse stato prodotto negli anni Ottanta. La mano dei produttori (Mark Ronson, Mr. Hudson, Josh Blair e Nile Rodgers) è evidente e le collaborazioni di lusso non mancano; in una bonus track, presente solo nella deluxe edition, “Planet Roaring”, c’è persino Steve Jones dei Sex Pistols a dare un sentito apporto, ma le più “inusuali” sono certamente quelle di Lindsay Lohan che presta la sua voce per un parlato in “Danceophobia” e di Jonas Bjerre dei Mew in “Change the Skyline”. E poi ci sono anche Mr. Hudson, Davide Rossi (in passato già al fianco di Coldplay e Goldfrapp), Kiesza e Janelle Monáe che non fanno altro che dare un valore aggiunto al disco. Tuttavia l’album più che al passato e al presente guarda al futuro, quello dei suoni sintetici, che a volte hanno sì un sapore vintage ma che potrebbero essere di ostacolo al successo del disco. Manca un singolo di forte impatto dal ritmo inconfondibile e “Pressure Off” è forse troppo poco per scalare le classifiche. Tuttavia in Italia la canzone è già usata come sigla per la Serie A Tim e come sottofondo per gli spot Tim (proprio come accadde anni fa con “(Reach Up for the) Sunrise”) ed è facile prevedere che almeno nel nostro paese venderà molto bene (posizione massima raggiunta finora: #2). Altrettanto sta già facendo nel loro paese natio dove è già in cima alle classifiche di Amazon; rimane invece qualche perplessità per il mercato statunitense e per quello giapponese dove un sound più “heavy” avrebbe giovato molto. I Duran Duran però ci hanno abituato negli anni alle sorprese e quindi staremo a vedere cosa succederà. La prova definitiva sarà certamente quella del live, dove sarà difficile riprodurre certe atmosfere, ma anche lì forse le tecnologie moderne daranno una piccola mano. I punti di forza (o di ripartenza per un eventuale futuro) sono certamente da ricercare in “What Are the Chances?” e in “Garage Days”. Intanto provate a godervi questo Paper Gods che in fondo rispetto a quanto si sente in giro è un gradino più su.

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Othismos – L’Odio Necessario

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Un sound molto sporco e cattivo quello degli Othismos, gruppo composto da Luca (chitarra e voce), Caino (basso e voce principale) e Giacomo (batteria). Più violento di un disco dei Napalm Death o degli Obituary, questo L’Odio Necessario ha deliziato le mie orecchie per poco meno di mezz’ora ma, credetemi, non ascoltavo un Metal così piacevole da anni. Un perfetto mix di Rock, Hardcore, Grind, Stoner, Doom, Sludge, Thrash e chi più ne ha, più ne metta. Avvertenza: questo disco non è per i deboli di cuore (o meglio di orecchio)! Caino urla come in preda a un dissennato e violento furore scandendo però perfettamente le parole tirando fuori tutto “L’Odio Necessario”. “Inno di uno Stato Fallito” è una chiara dichiarazione della direzione che prenderanno gli otto brani successivi pur essendo poco più di cento secondi strumentali, una vera e propria summa di ciò che vi aspetta e forse un titolo che vuol rendere omaggio al nostro paese martoriato da politici corrotti e annientato dalle tasse che dominano supreme la nostra economia. “Non Discitur” è la partenza migliore o il punto di arrivo massimo di un disco che non lascia spazio alla concorrenza, un non plus ultra dell’Heavy Metal moderno. “Nessun Sole” è segnata da cambi velocissimi di tempo scanditi dal drumming di Giacomo e affronta tematiche religiose (“Vita e morte sono mie… Io sono il mio Dio”). L’inizio di “Coma” sembra invece essere uscito da un disco degli Anthrax, ma subito le influenze Grind si fanno sentire acutizzando al massimo la violenza sonora. “Il Signore degli Impiccati” comincia invece in maniera “tranquilla” per trovare la sua strada dopo neanche un minuto. In “Mantra”  è la voce di Luca a far da padrona non facendo rimpiangere per nulla quella del suo “socio” Caino e sinceramente sarebbe stato bello sentire duettarli come facevano i Marlene Kuntz di “M. K.” quando gridavano a squarciagola Ehi critichino!. I generi del gruppo di Cuneo e degli Othismos non hanno nulla in comune, è vero, ma una doppia voce avrebbe dato maggior tono al brano. “Antitesi” e “La Discesa” proseguono con dignità il discorso affrontato finora ma in maniera un po’ più complessa e programmata prima di dar spazio a “Nessuna Promessa di Cambiamento”, degna conclusione di questo capolavoro Metal che è L’Odio Necessario. Non so sinceramente cosa promettano  per il futuro gli Othismos, ma sono sicuro che almeno oggi daranno uno schiaffo e nuova linfa all’Heavy Metal nostrano. Tenete d’occhio questo gruppo  e non lasciatevi sfuggire L’Odio Necessario.

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Intervista ai NUDi

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Paolo Nutini 15/07/2015

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Il concerto di Paolo Nutini a Pescara era uno degli eventi che in zona erano più attesi. Il cantautore scozzese tornava infatti nella cittadina adriatica dopo ben tre anni (era stato ospite del Pescara Jazz risultando l’evento più seguito della rassegna del 2012) portando con sé una band di ben nove elementi. Prima di lui erano previsti i Thegiornalisti (che hanno annullato l’esibizione appena un giorno prima comunicandolo tramite il loro account Twitter e la loro pagina ufficiale Facebook) e Levante. Quest’ultima ha dato prova della sua bravura in poco più di mezz’ora pescando brani dal suo repertorio e infiammando il pubblico con la sua hit più conosciuta “Alfonso”. Si presenta sul palco in jeans e camicia (tenuta poco idonea per il caldo della giornata come lei stessa ha tenuto a puntualizzare) e con la sua chitarra acustica color pastello. La sua è una bellezza tipica mediterranea fatta di lineamenti naturali e il pubblico sembra gradirla nonostante non si presenti svestita come fanno spesso molte sue colleghe approfittando del loro sex appeal. Il suo secondo album Abbi Cura di Te ha segnato il suo passaggio dalla Inri alla Carosello rendendone ancor più evidenti le sue qualità di autrice. Del resto ormai il suo nome ha iniziato a circolare anche all’estero avendo preso parte recentemente al prestigioso festival “South by Southwest” di Austin nel Texas.

Alle 22:02 è la volta di Paolo Nutini, che sale on stage invocato a gran voce dal pubblico dopo una breve introduzione. Il suo look è da vera rockstar, camicia a quadri rosso-nera apertissima sul petto che lascia a bocca aperta le ragazze presenti e un paio di jeans. Le movenze sono un mix perfetto fra Mick Jagger  e Bruce Springsteen, pur essendo forse un po’ troppo statico sul palco (ma capace di ammaliare il pubblico spingendosi talvolta persino vicino alle transenne). Pur risultando poco loquace riesce sempre a stabilire la giusta alchimia fra lui e i presenti che gli dedicano persino dei cartelloni a lui inneggianti nelle prime file. Il rapporto che lo lega all’Italia (forse non tutti sanno che suo padre era di discendenze toscane) è davvero forte, tanto da arrivare a proporre anche una cover di “Guarda che luna” del grande e compianto Fred Buscaglione durante uno dei bis durante i quali però dimentica di presentare la sua band. Un rapporto che ha saputo costruire nel tempo, in soli tre album (“These Streets”, “Sunny Side Up” e il recente “Caustic Love”), con piccoli ma grandi gesti, come quello del mese scorso a Trieste, quando ha cantato davanti la sala matrimoni del Comune un miniset di tre canzoni in acustico per i circa duecento che avevano resistito alle intemperie che lo avevano costretto a cancellare all’ultimo momento la sua esibizione.

I dati della data pescarese invece parlano chiaro: oltre due ore per due concerti di due grandi artisti, una italiana e uno scozzese, per circa 4000 paganti; cifre impressionanti per una regione quale l’Abruzzo che sta puntando sempre più sui suoi eventi per “creare” nuovo turismo. Cifre che fanno ben sperare nel futuro musicale del territorio, trascurato dai grandi tour in passato ma che aprono uno spiraglio nuovo per una realtà assetata di concerti. Ed ora si inizia già a pensare all’edizione 2016 di Onde Sonore Festival che si afferma sempre più come miglior festival Rock abruzzese.

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