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Gli Occhi degli Altri – Di Fronte al Lago

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Provenienti da Lecco, Gli Occhi Degli Altri sono una formazione fresca che ci presenta Di Fronte Al Lago, loro disco di debutto, edito da La Clinica Dischi.
“Naif”, traccia di esordio, parte a mille e in due minuti esaurisce il suo effetto. Rapida e dolorosamente accattivante. Ritmi incalzanti, voglia di far casino e un mix di Shoegaze e Grunge di matrice Smashing Pumpkins. Tre elementi ben condensati in “Andare Avanti”, una canzone orecchiabile giocata su tematiche post adolescenziali. “Nebbia” abbraccia buona parte della scena Indie italiana, con la voce parlata a rinvangare Death Of Anna Karina o ZiDima, ma nel ritornello ci riserva un effetto sorpresa che distrugge il senso di già sentito, grazie a un crescendo maestoso e indimenticabile. La successiva “La Vertigine” è un attimo più sbiadita, si salva in corner per merito del giro di chitarra azzeccatissimo e il refrain corale posto nel finale. “Passo Falso” si tradisce già dal titolo: è un’improbabile scambio di fluidi tra i Nirvana e Le Vibrazioni, a cui mette una pezza un assolo che pare partorito dalla mente geniale di Tom Morello. La batteria esce fuori nelle composizioni conclusive, dettando tempi in levare (“Guarda Me”) e accelerazioni Punk Rock (“Contro Vento”), molestando l’imperturbabilità dei brani.
Il disco nel complesso è interessante, ben suonato, con qualche momento frammentario che ne rovina a tratti l’ascolto. Piccole pecche che, sono convinto, non guasteranno l’ascesa della band lombarda.

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Liv Charcot – La Fuga

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A un primo ascolto i Liv Charcot sembrano gli eredi de Le Vibrazioni con qualche elemento preso in prestito da Cesare Cremonini in versione Lunapop. In realtà già “Cosmonauti” mostra qualcosa in più rispetto ai citati “colleghi”, qualcosa di indefinibile ma gradevole che certo non appartiene alla cultura musicale italiana. La cosa viene messa in evidenza ancor più con la velocissima “Davanti alla Macchina Ancora nella Casa” con quella sezione ritmica che sembra appunto suggerire un tentativo di fuga. Del resto, a detta del gruppo composto da Lorenzo Cominelli (voce, basso),  Tommaso Simoni (chitarra), Giulio Fagiolini (tastiere) e Nicolò Selmi (batteria), “la fuga è quella richiesta urgente che benché tentiamo di soffocare prima o poi si manifesta. I Liv Charcot sono espressione di questa richiesta”. Non manca però la classica ballad che con “Dove Andrai (Le Rondini non Tornano)” riporta alla memoria la grande hit dei Duran Duran, “Ordinary World”. Sia chiaro, il paragone con il gruppo inglese ci sta solo in questo caso, perché il resto del disco è tutta farina del sacco di questi quattro ragazzi toscani. Il Rock puro torna infatti con “Frammenti di Te” e “L’Obiettivo” che sembra essere uscita dalla penna di Matt Bellamy dei Muse coadiuvato da The Edge degli U2 (quelli più eighties). “Lettera dal Brasile” ha poco del paese dalla bandiera verde-oro ma appare un gradino sopra rispetto a quanto sentito finora e si candida immediatamente ad essere l’episodio migliore del disco se non fosse per quelle “Dicembre ’69” (dal sapore un po’ Funky degna dei migliori Bluvertigo) e  per “Non mi Basterà” aperta da un drumming deciso che viene presto supportato da basso e chitarra e dalla voce decisa di Cominelli. Difficile quindi per “Sole a Mezzanotte” non fare brutta figura (non me ne voglia il gruppo ma il disco sarebbe stato meglio concluderlo qui spacciandolo per un ep). Troppo basilare negli arrangiamenti (che a volte sembrano persino un po’ forzati) e forse pure troppo elementare nei testi. Per fortuna a rimettere in carreggiata la band arriva “Vortice” una vera ventata di sperimentazione sonora con un sax alla Lounge Lizards che argomenta con un linguaggio Jazz con il resto degli strumenti. Conclude il lavoro “La Pineta” in perfetta calma e con qualche incursione vocale femminile che dà un tocco gradevole a quanto ascoltato finora. Un bel concept album tutto sommato, forse un po’ troppo lungo, ma abbastanza curato nei suoni e nei testi. Dimenticate quindi “Sole a Mezzanotte” e lasciatevi conquistare dal resto del disco, ne varrà davvero la pena!

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“Tutto l’Amore che ho Dentro” in Radio il nuovo singolo di Filippo Ferrante

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“Tutto l’Amore che ho Dentro”, è un brano che Filippo scrive durante la maternità della sorella, in procinto di mettere al mondo la prima figlia. Traccia l’analogia che c’è tra la nascita di un figlio e il processo di cambiamento interiore che avviene in chi lo concepisce. Dedicato in modo particolare all’amore del genitore per il proprio figlio e al prezioso dono della vita. Un brano emozionante che descrive quanto l’amore per un figlio non abbia limiti. “E’ come te, le labbra disegnano un cuore, la luce, il calore del dono che sei per me..”. Il brano racchiude, inoltre, il concetto di “unione familiare” in un periodo in cui purtroppo molti giovani sono costretti ad emigrare all’estero allontanandosi dalla propria famiglia e dalla propria terra. La produzione artistica di questa ballad pop con sonorità moderne è stata realizzata da Alberto Rapetti, nome illustre nel panorama produttivo musicale italiano. Produttore artistico, arrangiatore e audio engineer collaboratore per anni di Claudio Cecchetto, ha lavorato in diversi progetti musicali che hanno visto coinvolti: Finley, Dj Francesco, Max Pezzali e tanti altri artisti. Filippo Ferrante è un cantautore pugliese. Proviene da differenti esperienze musicali legate tutte da una grande passione per la musica, con un sogno e la ferma convinzione di poterlo raggiungere. Filippo si concentra da sempre sulla performance live e fondamentale è l’esperienza con “Radionorba”, che nel 2009 lo ha portato in giro, con il tour “Battiti Live”, per le piazze più importanti del Sud Italia assieme alla sua band: 61 Cygni. I ragazzi vincono l’MLK Project ed ottengono la programmazione radiofonica e televisiva del singolo ” DENTRO TE”, rispettivamente su Radionorba e Telenorba e la partecipazione a tutte le tappe del “Radionorba Battiti Live,” avendo, così, l’opportunità di condividere il palco con artisti come Tiromancino, Alex Britti, Sonohra, Gianluca Grignani, Le Vibrazioni, Tricarico, Luca Dirisio, Ron , Neffa, Fabri Fibra, L’Aura e molti altri. Dopo il successo del singolo “DENTRO TE”, seguono una lunga serie di concerti e Filippo decide di trasferirsi a Milano con l’inevitabile cambio della line-up del gruppo . Il Singolo “DENTRO TE” viene trasmesso per diversi mesi su MATCH MUSIC, CANALE DI SKY e da altre emittenti videomusicali nazionali ed ottiene 1500 download su ITunes. A Gennaio 2013 il progetto 61 CYGNI arriva ad una svolta con la scelta di Filippo di portare alla luce un suo progetto da solista. Lancia su Youtube una nuova versione del brano “DENTRO TE” più un nuovo singolo “VOLERO'” ottenendo circa 40000 visualizzazioni in un mese.A Maggio 2013 esce il suo primo Album da solista dal titolo “Volerò”. Ad Ottobre 2014 esce un nuovo singolo, “Nuovi Giochi”, prodotto artisticamente da Alberto Rapetti .In poco tempo il video raggiunge le 50.000 visualizzazioni su Youtube e centinaia di condivisioni in rete. Il singolo trasmesso da più di 80 radio italiane ed anche estere (Belgio, Svizzera, Australia) conquista anche un ottimo posto nella classifica italiana dei singoli indipendenti più trasmessi e graditi alle radio.

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Sanremo 2014: grazie al cielo è finita.

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Ogni anno mi tocca il commento finale sul Festival di Sanremo, non certo senza compiacermi della quantità di veleno che posso meritatamente rigettare, in una sorta di catartica liberazione interiore. Niente pagelle quest’anno, credo sarebbe come sparare sulla Croce Rossa e preferisco lasciare perdere. Sanremo è come i Giochi Olimpici per l’antica Grecia: non si ferma mai, piuttosto sono le guerre che vengono messe in stand by perché lo spettacolo possa avere luogo. Oramai è un dato di fatto e bisognerebbe semplicemente prenderne atto. La macchina economica che si muove dietro all’organizzazione della rassegna ha respiro così ampio da essere inarrestabile. E questo vale sia per la spesa mostruosa a fronte della crisi economica e soprattutto di un’offerta qualitativamente scadente, quanto per la scelta degli artisti in gara che hanno alle spalle case discografiche compiacenti e ben immanicate. Partiamo dal principio. Il Teatro Ariston, evidentemente, non è dotato di sicurezza: i primi minuti sono stati “macchiati” dall’intervento di due lavoratori che volevano a tutti i costi far leggere una loro lettera (dal tema importantissimo, per carità, quello della condizione lavorativa), minacciando di buttarsi dalle impalcature. Già visto, già fatto e per altro con un eroico Baudo, non con un freddissimo Fazio che legge poi la lettera in questione lamentandosi anche per la calligrafia. Si poteva e doveva fare diversamente, sia da parta di chi protestava, sia da parte dello staff, che avrà preferito lasciare che lo spettacolo circense gratuito andasse avanti pensando che a casa l’italiano medio si tenesse incollato allo schermo peggio che in una puntata di The Walking Dead. Arginata la tragedia, inizia lo show: l’orchestra disposta in una scenografia a metà tra Il Gioco dei Nove e Macao, soluzione che avrebbe già dovuto farci capire che saremmo stati catapultati nel Festival delle Cariatidi. Sul palco, infatti, per cinque giorni si sono alternati corpi riesumati dal passato. Tommy Lee, le gemelle Kessler, Claudio Baglioni, Laetitia Casta, Raffaella Carrà, Ligabue, Renzo Arbore tra gli ospiti, Antonella Ruggiero (in una mise a cavallo tra Robert Smith, cosa notata da tutto il pubblico dei social network e su cui lei stessa ha poi iniziato a giocare dal suo profilo Facebook e Sean Penn in This Must Be the Place), Francesco Renga (cavolo, ma ancora?, tra l’altro cantando una canzone di Elisa e cercando pure di cantarla come avrebbe potuto e forse dovuto fare lei), Ron (santiddio!), Giuliano Palma (un artista tutt’altro che sanremese), Frankie Hi- Nrg (che ha sbagliato tutto, da look a canzone, fino al fatto di non essersi ancora dato all’ippica), tra i “big” in gara. Ma big de che? Sarcina ex Le Vibrazioni sarebbe un big? Lui e i suoi capelli da mafioso di Little Italy anni 80 e i denti gialli? E Sinigallia ex Tiromancino (ma ex da mo’ oltretutto), che si presenta pure con una canzone carina ma già suonata che gli vale la squalifica? Ma Riccardo: sono solo sessantaquattro anni che ce la menano, non avete ancora capito tu e il tuo entourage che non si possono suonare i brani in gara prima della gara? Ma che davero?  E comunque quella poteva tranquillamente essere una canzone dei Tiromancino, quindi già eseguita o meno, era sicuramente già stra-sentita.

Un Festival di disadattati sociali (e basta vedere la classifica finale dei vincitori) per disadattati sociali a cui, di nuovo, come l’anno scorso, bisogna fare i discorsini materni e affidarli alla voce della Litizzetto: gay è bello, il diverso è bello, il bambino down è bello perché se non insegniamo queste cose ai nostri figli, allora, è normale che poi brucino i Rom o i senzatetto nel parco. Sacrosanto, in un’Italia decerebrata che ci sia bisogno di pagare milioni una ex comica asservita allo showbiz per dire queste cose. E allora poi facciamo suonare Rufus Wainwright per far vedere che anche i gay sanno fare grandi cose e facciamo ricordare da Crozza che persino Michelangelo era gay. Perché se non lo dicevano loro, là fuori c’era ancora gente convinta che gli omosessuali fossero solo gli untori dell’AIDS, gente che ti aspetta per la strada di notte per violare de retro la virtù di qualche bravo uomo di famiglia. E, perché no?, invitiamo un disabile a fare la breakdance con le stampelle. Perché magari intervistare un laureato, un avvocato, un medico, un architetto, con un ADHD certificato non faceva spettacolo. Ma va bene, lasciamo stare, c’è evidentemente bisogno di affrontare queste tematiche e, rivolgendosi a un pubblico mediocre per educazione, cultura ed etica, bisogna anche servirglielo in una certa confezione. Torniamo quindi alla musica, quella almeno sarà stata bella. Certo, come no. La sagra del Reggae riciclato, da Frankie Hi-Nrg a Giuliano Palma fino al vincitore della categoria giovani, Rocco Hunt che viene dalla terra del sole e del caffè (e pizza, mandolino e mafia no? un testo pieno di cliché partenopei da far venire la pelle d’oca) e non dalla terra dei fuochi. Si, ok, ma i baffetti puberi potevano tagliarteli invece che lasciarli per intenerire qualche mamma italiota che ha appena imparato a mandare sms e ne dedica proprio uno a te per il televoto. Canzoni pallose allo stremo tra Noemi e la ex cassiera dell’Esselunga Giusy Ferreri (che fa incazzare non tanto perché, novella Cenerentola, è passata dal registratore di cassa della grande distribuzione, al palco prestigioso della rassegna musicale più nota italiana, ma perché quella aveva un lavoro da cassiera e là fuori c’è tanta gente che riempie le file dei Centri per l’Impiego), passando per il Premio della Critica intitolato a Mia Martini, andato al figlio d’arte Cristiano De André che, poveretto, ha fisionomia e voce identiche a quelle del padre ma non ne ha certo l’arte e l’estro, per quanto abbia presentato un brano anarcoide e ateo in pieno stile paterno. Ma veniamo pure ai vincitori (non certo morali, ti piace vincere facile con quella rosa di concorrenti lì): Arisa, che si era arruffianata il pubblico con il suo look pre-hipster da brutto anatroccolo sono davvero così, sguardo basso di fronte ai giornalisti e voce da topolino, torna giunonica e panterona sexy sbattendoci in faccia che erano tutte cazzate (Sincerità un elemento imprescindibile…), vi ho gabbati tutti. Avesse poi portato con sé una super canzone ci saremmo pure passati sopra ma la sua “Controvento” era un mero esercizio di stile, buono solo a qualche scuola di canto per indottrinare aspiranti quattordicenni ché se ce la fa quella posso farcela anche io. Gualazzi e Bloody Beetroots erano due tarantolati: il primo a contorcersi dal pianoforte, a sudare in una fintissima tensione orgasmica e a cannare ogni maledetta nota da intonare, il secondo tra tastiere e chitarre (due note per ciascuno strumento, oltretutto) con la sua maschera da Uomo Tigre (ndr in realtà è di Venom, lo sappiamo bene). Inguardabili e insentibili. Renzo Rubino, poi, ma chi cavolo è? L’ho già detto l’anno scorso credo: assolutamente anonimo con la sua orrenda cravatta verde mela.

I coraggiosi si contano su una mano: Perturbazione, che (a parte l’ospitata di Violante Placido) sono stati magnifici, The Niro (gran bella voce, bella canzone) e Zibba (che se l’è cavata con grande dignità e ha portato un brano pianamente conforme al suo stile, senza sputtanarsi per il palco del’Ariston ). Di questi, solo i Perturbazione sono stati premiati con il Premio della Critica intitolato a Lucio Dalla. Accontentiamoci.

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Sanremo – Guida Intergalattica per possessori di udito.

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Febbraio è un mese difficile, il freddo, la neve, la fine dei saldi. Insomma tanti motivi che ci spingono a voler chiudere in fretta i conti con questo mese, archiviarlo e passare al più interessante Marzo. L’unico spiraglio di felicità per i golosi sono i dolcetti di carnevale, che in base alla regione di provenienza diventano frappe chiacchere, tortelli, zeppole, galani e qualsiasi altro nome vi piaccia. Anche per il mondo della musica febbraio non è un mese così movimentato, certo ci sono tante nuove uscite e anteprime gustose, ma la ciccia, di quella bella sostanziosa, arriva con i live e con la primavera. Noi italiani, però, sempre avanti e più furbi dagli altri, per compensare i grandi complessi edipici, che ci affliggono da tempo immemore, anticipiamo tutti e spariamo, più o meno durante l’ultima decade di febbraio, quella meravigliosa croce del Festival di Sanremo.  Quest’anno per la precisione dal 18 al 22. Ora mi rendo conto che a pochi potrebbe interessare, ma San Remo non esiste. Attenzione non stiamo svelando il segreto di pulcinella o la formula segreta della coca cola, il festival quello della canzone italiana esiste, ma il Santo no, è solo una mera finzione e il legittimo patrono di Sanremo in realtà è San Romolo. Non vi sto prendendo in giro, ma con molta probabilità, alcune centinaia di anni fa, il fondatore di Roma non riscuoteva successo e simpatia e qualche cittadino decise che anche al fratello sfortunato spettasse, per ripicca, il nome della città. Chiusa la digressione storico/epica torniamo al nostro Festival della canzone italiana di Sanremo, wikipedia lo definisce come, cito: ”una manifestazione musicale che ha luogo ogni anno a Sanremo in Italia.”

Rappresenta uno dei maggiori eventi mediatici italiani. Nel 2013 si è svolta la sua sessantatreesima edizione. Facendo due conti veloci siamo nel 2014, quindi siamo alla sessantaquattresima edizione, una fatica anche solo scriverlo. Per la nuova edizione pochi cambiamenti evidenti: stessa direzione artistica, e stessa coppia di presentatori Fabio Fazio e Luciana Littizzetto, duo consolidato all’interno del panorama televisivo e volti vincenti del palinsesto rai. Una scelta di continuità, dettata più che altro da una politica di audience e gradimento del pubblico. Ci aspettiamo quindi, con qualche picco fuori dalle righe, il medesimo teatrino umoristico che i due mettono in atto ogni settimana nella trasmissione di Fazio Che Tempo Che Fa. Andiamo avanti e passiamo alla cosa che dovrebbe interessare più di tutte, i concorrenti e le loro canzoni. Come consuetudine la gara canora si divide tra “Nuove Proposte” e “Campioni”, una volta detti anche big, ma suonava troppo esterofilo ed è stato accantonato. Partiamo dai Campioni che sono 14, scelti a detta dell’intoccabile regolamento, in base a: fama, contemporaneità e valore riconosciuto, e 28 canzoni scelte per qualità e originalità. Preferisco non approfondire la questione criteri che quantomeno dovrebbero avere una definizione in parte quantificabile, a grandi, grandissime linee, per esempio sono famoso se ho 1000 like, ma non sono di valore se vendo meno di 200 copie del mio disco. Non disperdiamo l’energia e proseguiamo con l’elencone.

Nella categoria “over” troviamo Ron, si proprio il buon vecchio Rosalino, Antonella Ruggiero e Renga, per la categoria “figli di” Cristiano De André, immancabili i “talent” con Noemi, la rediviva Giusy Ferreri e Arisa anche se da ex giurata, categoria degli “ex” con Giuliano Palma ex voce de i Bluebeaters e Francesco Sarcina senza Le Vibrazioni, Frankie Hi-Nrg Mc che rappresenta la categoria protetta dell’Hip Hop, per poi finire con le categorie di nicchia rappresentata dal “fuori concorso” Raphael Gualazzi con i The Bloody Beetroots, per cui speriamo che nella sala dell’Ariston non ci siano fan de Lo Stato Sociale, gli ”Indie” Perturbazione e quelli che ”manco sapevo facessi musica” Riccardo Sinigallia e Renzo Rubino. Questi campioni della musica italiana, che si sfideranno a suon di canzoni, sarranno giudicati da due giurie, una popolare, attraverso il televoto, e una di qualità composta da 10 persone del mondo della musica, dello spettacolo e della cultura. Ci sarebbe anche la giuria stampa cui è lasciato il contentino del premio della critica, ma dopo due giorni non se li fila più nessuno. In merito al meccanismo di assegnazione dei voti che decreta il vincitore, riuscire a decifrarlo, sebbene minuziosamente descritto dal famigerato regolamento, è come svelare il quarto segreto di Fatima o interpretare la scrittura cuneiforme dei Sumeri, alquanto improbabile, si parla di prima, seconda, terza serata, di sommare il 25% di qua, il 50% da là e via dicendo. Tutto questo sistemone solo per i Campioni, perchè altrimenti, se la cosa fosse stata facile, il festival non avrebbe ragione di durare l’eternità che effettivamente dura e l’economia della rai ci perderebbe qualcosina in termini di pubblicità.

Smaltiti i campioni è il turno delle “Nuove Proposte”, 8 in totale; anche qui le sub categorie si sprecano e abbiamo di nuovo la categoria protetta dell’Hip Hop che va alla grande quest’anno con Rocco Hunt, un nome una garanzia. Il “figlio di” con rappresentanza di Filippo Graziani figlio di Ivan. “Gli indie”, che si moltiplicano con il più conosciuto, forse, The Niro e Zibba, che potrebbe rientrare anche tra gli “ex” perchè senza gli Almalibre, di nuovo il “talent” con Veronica De Simona, “il figlio del Web” Diodato e quelli del “ma davvero fai musica” Bianca e Vadim, che no, non è il titolo del B-movie di Bianca e Bernie. Per loro la faccenda voti si semplifica magicamente e in due serate sono liquidati velocemente. Le cose veramente interessanti nella noia generale del regolamento sono due: un giovane per potersi iscrivere lo deve fare solo tramite un’etichetta discografica e deve aver pubblicato commercialmente almeno due brani. Quindi miei cari musicisti indie che vi autoproducete scordatevi Sanremo che, anche se lo snobbate, so che vi piacerebbero  da matti quei 5 minuti di mondovisione. Detto questo, la mastodontica e monolitica macchina sanremese, l’esempio più eclatante di autoreferenzialismo e autocompiacimento della musica italiana, si è messa in moto e, volenti o nolenti, sarete sommersi di post, articoli, gente sulla metro, al bar o al tavolo vicino che ne parla e radio che passano di continuo non si sa cosa. Salvo che voi non abbiate prenotato una vacanzina dall’altra parte del mondo il mio consiglio è di affrontare il maligno a testa alta e mettere su un gruppo di ascolto, ma di quelli seri, fatti da gente fidata, vi assicuro che ne vedrete e sentirete delle belle.

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Pablo e il Mare – Miramòr

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Non è facile fare un disco pop senza risultare banali, già sentiti, scontati. Non è facile, pure nella banalità, nello scontato, nel già sentito, riuscire a dire qualcosa di personale. Non è facile soddisfare i gusti di un’onnivora musicale meteoropatica come me. Eppure i Pablo e il Mare sono riusciti in ciascuna di queste cose.

Miramòr è un lavoro discografico elegante fin dalla copertina, fatto solo di uno fondo bianco con un mazzo di peperoncini rossi annodati dai gambi, che ricorda tanto certi matrimoni in cui la sposa, pur dovendo rispettare le tradizioni, trasgredisce ficcando dei peperoncini nel bouquet, ché in fondo sono rossi come l’amore e la pelle arsa dal sole e calienti come la passione. Perché c’è questa latinità nel disco, una forte e diffusa componente mediterranea che si traduce in un gusto per le sonorità acustiche, a tratti più propriamente folk come in “Fidelina” o “Ora lo sai”, che fa un uso del popolare commisto al pop molto simile a ciò che fa Daniele Silvestri, o “Farfalle”, più mossa e danzereccia. E il cantautorato è il vero protagonista di questo disco: “Immaginario” ha un certo sapore retrò, soprattutto per gli archi di accompagnamento, la chitarra acustica e il riferimento testuale alle ventimila Lire di ormai lontana e nostalgica memoria; “Pesci Tropicali” è quasi l’ideale colonna sonora di un film, con il suo raffinato accompagnamento pianistico. Il cinema, infatti, è l’altra grande ispirazione dell’album: molte tracce sono costruite con il solo intento di narrare storie, contrapponendo e giustapponendo immagini diverse in grado di ricreare suggestioni, mentre la musica, talvolta dal sapore pulp, sottolinea, evidenzia, accompagna. Eclatante è il caso di “Franco Ciccio e la Sirena”, mentre l’atmosfera diventa più fumosa e cameristica in “Gatto sul Tetto”, in cui la voce esegue salti melodici volutamente rochi, che mi hanno ricordato certi slanci vocali di Piero Pelù. La più riuscita, per quanto forse sia fin troppo didascalica è “Migrante”: l’introduzione fatta di suoni di onde che si infrangono e gabbiani in volo, su una linea melodica strumentale quasi arabeggiante. Mi ha ricordato molto, per i riferimenti, le ispirazioni e, innegabilmente, per l’argomento, Il Treno del Sole dei Mau Mau di Luca Morino. Il belcanto nostrano e la nostra tradizione pop, invece, sono il trait d’union di “Avvampa”, la traccia di apertura che subito mostra la capacità di curare gli arrangiamenti (per quanto non siano originalissimi e mi abbiano subito rimandato a Le Vibrazioni) e di “Viva”, brano di chiusura del disco dal sapore vagabondo, un po’ alla Negrita. Le influenze del lavoro dei Pablo e il Mare sono davvero disparate, ma tutte interiorizzate e rimaneggiate in una chiave stilistica molto personale. Ne risulta un disco con una individualità precisa e una capacità evocativa molto alta. Una bella scoperta davvero.

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