Emo Rock Tag Archive

10 SONGS A WEEK | la settimana in dieci brani #08.10.2018

Written by Playlist

Primavera Pro, annunciati i primi nomi | gli italiani: Any Other, Guano Padano e Populous

Written by Eventi

Esto también es un cartel: al Primavera Pro amano discutere approfonditamente della situazione dell’industria musicale, e sono dell’opinione che qualsiasi evento riguardante la musica debba, per definizione, ospitare anche la musica dal vivo.

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Party in a Forest – Ashes

Written by Recensioni

Party In A Forest nasce una fredda mattina di dicembre, sotto il cielo di Bologna. Uno di quei giorni in cui tutto va fondamentalmente bene, piove ed è una gran noia. […] Party in a Forest è la luce, i colori, le voci di una festa immersi nell’enigma della foresta.”

È un lunedì qualunque, quando mi ritrovo a leggere queste parole, già pronto per l’ascolto del disco pervenutomi: Ashes, primo titolo dei Party in a Forest. La descrizione della band mi ha messo di buon umore e mi aspetto grandi cose da questo disco. Mi metto all’opera. La prima traccia ha un certo non so che di Indie ed ascoltandola mi sovvengono due nomi caratteristici della mia tarda adolescenza: The Strokes e Bloc Party. Mi sa che l’ispirazione è nettamente quella. E la cosa non mi spiace mica! Lo strumentale è ben impegnato, le chitarre strimpellano note lunghe, acute e trascinate in un perfetto Indie Rock, la batteria accompagna con gran stile ed il basso sa il fatto suo. “Tired” s’intitola e merita una citazione bella grossa! Fra descrizione e traccia uno mi sento già appagato. Sana musica, che di tanto in tanto viene alla luce. La seconda traccia apre con un giro di basso piuttosto importante e all’atto del cantare, assurdamente, mi viene alla mente “Wake Me Up When September Ends”, che sparisce un attimo dopo. Qui la voce singhiozza e sfocia in un qualcosa di simil Emo, del tutto contrastante con la melodia allegra e saltellante. Ma d’altra parte il testo è un inno al “non ci pensare” e la componente Emo percepita va via da sé. Sta di fatto che la traccia non mi ha particolarmente colpito. Mettiamoci alla ricerca di qualcosa che ci faccia saltare dalla sedia! “I’ve Been Blind” apre con un arpeggio malinconico degno dei sound di fine anni 90 e può andar bene. La voce singhiozza ancora e stavolta è accompagnata da un testo adeguato. Il resto della traccia è articolato intorno a un basso molto cupo e in prossimità del ritornello lo strumentale cresce, facendoci sperare in un’esplosione, che in realtà si traduce in un lamento. Non è una cattiva traccia, ma stiamo via via discostandoci dai buoni propositi iniziali. Ad un certo punto mi soffermo sui titoli delle tracce e scopro una vena malinconica in buona parte di essi. Devo abituarmi all’idea che l’Indie percepito sia una comparsa da premessa?

Non male la traccia successiva, che ben conserva il mix di Emo (Secondhand Serenade style) e Indie Rock degno dei migliori The Killers. Qualcosa mi fa pensare che la fusione di genere forse forse funziona bene, seppur nuova per le mie orecchie. Paradossale come non stonino la felicità e la malinconia se opportunamente e consapevolmente affiancate. Ecco! Questi Party in a Forest, piacciano o meno, mi trasmettono un’estrema consapevolezza! Nota di stima, più uno sul punteggio e passiamo avanti. Inoltrandoci nel pieno del disco, incontriamo una batteria che sa tanto di “My Chemical Romance”, di quelle che suonano come una marcia diligente ed ordinata. Il sound mantiene un’ottima organicità e la band nel complesso continua a funzionare bene, anche su tracce che non mi smuovono come la numero cinque. Confermo, se Ferdinando urlasse a squarciagola di qua e di là e fosse un po’ più stonato, saremmo innanzi ad una versione moderna dei “My Chemical Romance”, meno sofisticata ed un po’ meno Hardcore, ma certamente più orecchiabile. Vi avessi ascoltato un po’ di anni fa, sarebbe stato amore a prima nota.

Ma i ragazzi sono ottimi musicisti, questo è un dettaglio insindacabile, e attraverso “Ashes”, che dà il titolo all’album, riescono a farmi fare su e giù con la testa. Avanza spedita la traccia, fra arpeggi e batterie prepotenti. Suona molto Yellowcard, non male. Questi Ferdinando, Alessandro e Manuel ne hanno di ispirazioni. O forse son solo pure casualità, sta di fatto che riescono a generare un sound assolutamente pulito ed orecchiabile, forse un po’ troppo battuto, ma che conserva la sua efficiacia e li conduce ad un pubblico ben più vasto di quello raggiungibile attraverso una musica rigida ed inscatolata. La scelta del cantato in lingua inglese, inizialmente, mi aveva lasciato perplesso, in qualità di portabandiera della musica italiana. Tuttavia, devo riconoscere che, visto il genere, l’inglese calza molto meglio, semplifica i testi, migliora la musicalità ed apre porte ben più grandi.

La traccia successiva riesce a fondere insieme un’Indie classico della sua definizione ed un Rock’n’Roll appena appena accennato nelle chitarre. Scorre rapida e non mi stupisce e mi conduce a “Before You Go (Take Me Home)” che apre con un’intro stile Augustana e mi chiedo se me li ricorda proprio tutti o se sono tutti uguali. Il cantato è cupo e conferma le due tonalità percepite nel corso dell’album: o singhiozza o si tiene su un profilo a bassi toni il nostro Ferdinando. Però a poco più di 2’ dall’inizio la traccia apre bene e quasi inaspettatamente, lasciando buono spazio ad uno strumentale ben lavorato, in cui si insinua un guitar solo carino, ma non spettacolare. Torna la voce singhiozzante, accenna un urlo, ma i Chemical non li tocca per davvero neppure stavolta.

I titoli di coda sono accompagnati da una traccia ad ottimo contenuto strumentale, con tanto di effetti e pedaliere. Molto lenta, ma altrettanto lavorata. La batteria si articola in un semplicissimo cassa, cassacassa, rullante per tutta la durata del brano. Un giro banalissimo che il più delle volte funziona bene; stavolta compresa. Un po’ statica come traccia, ma si adagia bene sul numero che porta. Abbiamo scrutinato tutti i brani e ne abbiamo valutato la compostezza. È giunta ora di tirare le somme. I Party in a Forest sono senza dubbio un gruppo che lavora bene, che non si preclude alcuna tipologia di pubblico. Il genere trattato è un genere piuttosto semplice, orecchiabile e facilmente arrivabile dal più degli apparati auditivi. Non posso negare che siano tutti e tre ragazzi capaci, ma è altrettanto vero che l’aprirsi a pubblici troppo vasti si paga con la qualità dell’opera. Non si fraintendano le mie parole, per carità! È un buon gruppo, nulla da togliere, ma nulla che valga la pena di consigliare, se non ad un amico in crisi di prendiamoci una pausa o di devo capire cosa voglio dalla vita, cose così. Mancano in esercizi di stile ed in articolate esposizioni di doti artistiche. Fossi l’ascoltatore medio gli darei il massimo dei voti, essendo che i ragazzi si fanno ascoltare senza troppe pretese. Tuttavia io sono quello fissato che cerca sempre la vena artistica, quello che sente la musica e se ne sbatte della canzone, quello che la musica come sottofondo è da sfigati. Al massimo è il resto a far da sottofondo alla musica. Non riesco a negargli la sufficienza e ammetto che, senza dubbio, i Party in a Forest valgono molto di più, ma forse in altra sede. In questa sede, mi riservo il diritto di essere strettamente selettivo e voglio vestire i panni del redattore cattivo che formula i voti miscelando tutte le componenti necessarie. Il miglior sunto che mi riesce è una cosa del tipo “sono come gli Augustana: compri il disco, lo metti nello stereo e intanto fai i cazzi tuoi”. Però il disco lo comperi.

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Majakovich – Il Primo Disco Era Meglio

Written by Recensioni

Come si evince dal titolo, Il Primo Disco Era Meglio è il secondo lavoro del trio umbro Majakovich. Ultimamente è molto semplice associare l’Umbria al simpatico Luca Benni e alla sua etichetta To Lose La Track, la quale ha confezionato, insieme ad altre etichette discografiche (Metrodora Records e V4V Records), questo disco. Gli alfieri indiscussi della To Lose La Track si chiamano Gazebo Penguins. Se pensi a loro è impossibile non farsi venire in mente la barba di Capra, fautore, guarda caso, del booking de Il Primo Disco Era Meglio. Tuttavia i tasselli del puzzle non ancora hanno finito di combaciare: il refrain di “La Verità (E’ Che Non La Vuoi)”, con le sue curvature Emo Rock, può tranquillamente essere scambiata per un brano dei “pinguini”. Assonanze si notano anche con il coro di “Devo Fare Presto”, simile, eppur dissimile, a “Calce” dei Fast Animals And Slow Kids, conterranei (e le coincidenze paiono non cessare mai) dei Majakovich. Attenzione però a non scambiarli per delle pallide imitazioni di band un pelo più blasonate, perché è necessario avere ben stampato un concetto nel cervello: il terzetto in questione, se ci si mette, è in grado di sovvertire addirittura il naturale svolgersi degli eventi.

Il basso granitico di “Perché Francesco Migliora”, sgranocchierà sassi finché non verrà interrotto dal tenerissimo pianoforte che introduce “Colei Che Ti Ingoia”. Praticamente la tempesta prima della quiete. Due punti focali che fanno lievitare il voto sono senz’altro i testi e le melodie dannatamente catchy. Se poi i due fenomeni entrano in rotta di collisione, ci potremmo trovare a cantare a squarciagola in coda alla cassa di un supermercato E io non me lo scordo quell’inferno. Faceva troppo freddo, ritornello di “L’Hype Del Cassaintegrato”. I quaranta minuti circa che compongono Il Primo Disco Era Meglio, vanno via che è una bellezza, sono pochissimi gli scivoloni nell’autocompiacimento. Esempio lampante, in questo senso, sono gli arpeggi infiniti posti nel finale della malinconica “Una Vita al Mese”. Ma è un’eccezione, un minuscolo neo di un lavoro che non mostra mai il fianco e non ha punti deboli evidenti.

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