Electronic Tag Archive

Recensioni #16.2018 – Tritonica / Subtrees / Casa / Souvlaki / Il Diluvio / Organ

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Me, the Other And. – 404 Human Not Found

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Blanck Mass – World Eater

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Seaofsin – Timeless

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President Bongo – Serengeti (Disco del Mese)

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Perché un artista islandese dovrebbe narrare in note terre tanto lontane fisicamente e idealmente? La risposta è nella definizione che Stephan Stephenson (suo vero nome) si è cucito sulle spalle: lui è un carpentiere emozionale e in quanto tale non può che superare ogni sorta di limite per costruire addosso a ognuno di noi l’emotività voluta. Se a qualcuno il nome President Bongo non ha detto nulla, considerando anche che questo è un disco d’esordio, il succitato nome di battesimo dovrebbe ricordarvi una band fondamentale per l’Elettronica nordica che si è sviluppata dai Novanta. Il nostro President è stato, infatti, dalla formazione al 2015 uno dei membri dei GusGus, band di Reykjavik che ha brillantemente esplorato territori vasti dall’House alla Techno, dal Trip Hop all’Elettronica passando per il Pop più “sintetico”.

Se non lo avete capito dall’incipit, Serengeti (disco uscito nell’ottobre 2015 ma, in edizione italo-francese con bonus, nel 2016) narra dell’Africa e, più nello specifico, dell’annuale e mastodontica migrazione dei mammiferi nella regione orientale del continente, raccontando attraverso una miscela molto aderente al concetto dell’opera, la ciclicità eterna di tale spostamento, in apparenza sempre uguale a se stesso ma in realtà ogni volta difforme a causa di diverse condizioni climatiche e non, piccole variazioni che rendono ogni esperienza unica. Quasi a esprimere e ampliare uno dei concetti fondamentali di Eraclito, President Bongo vuole esprimerci tutta la forza del mutamento, del cambiamento e del divenire anche quando l’apparenza sembra suggerire un’illimitata reiterazione del momento.

Per esprimere tutto questo, l’artista islandese sceglie strumenti tutto sommati simili a quelli usati nel progetto GusGus ma il risultato è certamente differente, molto più teso verso un’Ambient e un’Elettronica old style, di chiara ispirazione Eno e con elementi etnici e Afro Jazz che tanto ricordano i Dead Can Dance, oltre ad elementi Folk, Blues e Neo Classic (“Levante”) ed è proprio questa varietà che finisce per fare da legante tra le terre gelate del nord e il Serengeti.

Nonostante i pezzi siano stati scritti tra paese d’origine, New York e Berlino, il riferimento al continente nero non è solo frutto del suo ingegno ma deriva anche dall’esperienza che l’autore ha fatto su queste terre cariche di vita e musica ancestrale; e la scelta di questa terra è anche un omaggio alla sua musica che in fondo è la genesi di tutto quello che abbiamo oggi.

In atto di ossequio all’Italia, gli otto brani che rappresentano un diverso momento di questa grande migrazione, a volte attimi, a volte intere giornate, hanno tutti il nome di venti italiani (l’autore è affascinato da come ogni nostro vento prenda nome diverso secondo la provenienza cardinale) e lo stesso nome non è stato scelto a caso ma con riferimento alle caratteristiche del vento stesso e a come queste si legano con il suono del brano.

Serengeti è un disco complesso nella sua genesi e non semplicissimo all’ascolto, variegato e multiforme, la cui descrizione è fondamentale per comprenderlo al meglio. Allo stesso tempo è opera di pregio assoluto, con alcuni spunti strepitosi, decisamente in grado di esprimere tutto quello che si era preposto in fase di scrittura. Non aggiungerà molto al panorama nel quale possiamo inserirlo ma il pregio e la cura con cui è realizzato e la resa all’ascolto ne fanno uno dei migliori dischi dell’anno passato che noi poveri italiani possiamo goderci nell’anno in corso.

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Kaouenn – Kaouenn

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Scegliere un gufo come immagine simbolo per l’omonima opera di Kaouenn è opzione che, se da un lato permette di utilizzare tutta una serie di simbologie per spiegare la propria musica, dall’altro rischia di trasformarsi in una banalizzazione della stessa, visto l’eccessivo e talvolta superficiale uso che si fa di questa effigie. Il gufo, in un passato remoto associato al male, la morte, la sventura e l’oscurità è anche il simbolo della saggezza, a seconda di quali tradizioni si vadano a scandagliare e dunque, in una visione d’insieme, ha la forza di evocare una duplicità di allegorie, positive e negative, di rappresentare la complementarità dei contrari, che, nel caso specifico di questo disco, vogliono essere realismo e misticismo, auto distruzione e speranza. Come riesce Kaouenn a rendere, con la sua musica, tutto questo? A dirla tutta, semplicemente non ci riesce, perché il timore che questa simbologia fosse il pretesto per dare profondità a qualcosa che non riesce ad acquistarne con mezzi propri diventa una concreta realtà una volta passati all’ascolto. L’Electronic di Kaouenn è massimalista e protesa ad un Synth Pop senza troppe pretese, con sparute apparizioni di rimbombi Blues, tanta New Wave, Future Pop ed Electro Industrial come certi Covenant (“Black Owl”) e pochissime incursioni nelle asperità sperimentali del Trip Hop o nelle teutoniche atmosfere seventies. C’è qualche buona idea, soprattutto quando la voce cupa è accompagnata da ritmiche poderose e suoni grevi ma è la stessa voce uno dei primi problemi di quest’opera. Non convince e con lei non convincono le scelte di suoni e melodie, che per un genere di Elettronica che vuole mettersi addosso l’abito elegante della Pop star, la cosa diventa un problema enorme. Gli echi acuti ed elettrici dei Kratfwerk, le armonie vocali in stile Depeche Mode, l’offuscamento wave dei New Order, la severità Pop dei Pet Shop Boys, le stranezze rumoristiche e tribali stile The Knife (“Dog vs Fox”), diventano non tanto un dichiarato punto di partenza, una moltitudini di radici dalle quali innalzarsi per creare altro ma piuttosto uno scomodo metro di paragone che pesa come un macigno sulle spalle di un bambino. Non è certo tutto da buttare, diversi sono i passaggi in cui Kaouenn mostra di avere la possibilità di andare oltre quello che ha messo oggi sul piatto e la speranza è che sia capace di superare questa fase fin troppo confusa, magari lasciandosi alle spalle onanismi simbolistici e puntando dritto su una più coraggiosa e concreta scelta di suoni e melodie.

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Mingle – Static

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Se le uscite precedenti in collaborazione con artisti quali il polistrumentista veronese Andrea Faccioli alias Cabeki e, ancor più, con il friulano Deison per le due uscite Collapse[d] e Weak Life avevano suscitato in me un entusiasmo non indifferente per la realizzazione di opere infarcite di un’immediatezza e complessità fuori dal comune, qualcosa che sembrava ergersi sopra il modesto mercato tricolore, il ritorno di Andrea Gastaldello a una dimensione solista ha finito per smorzare parzialmente ogni sorta di entusiasmo. I fattori che finiscono per distanziare notevolmente in negativo un album come Static da uno come Weak Life, uscito anch’esso nel 2015, possono essere molteplici; lungi da me voler insinuare che il merito dell’alto riconoscimento dato a quelle produzioni in duo sia da attribuire agli altri interpreti. Quello che è certo è che l’ispirazione di Mingle qui è certamente al di sotto della soglia della mediocrità e il timore è che sia la cooperazione a tirar fuori dall’artista la parte migliore di sé. Se dunque si torna, almeno sotto l’aspetto estetico, a una visione della musica introspettiva e personale, continua comunque quel percorso di scoperta dell’Io nella sua dimensione intrinseca iniziato agli esordi e perpetuato con il lavoro in duo con Deison. L’Elettronica di Mingle tende a rafforzare il suo lato sperimentale che comunque non annienta l’aspetto melodico, scegliendo una strada minimale che mira a dare una staticità al flusso sonoro ma non riuscendovi mai fino in fondo, quasi per paura di una fermezza inquietante e dunque indigeribile all’ascolto. La mancanza di coraggio in tal senso viene ancor più a farsi pesante per la scelta dei suoni che paiono non solo ripetitivi ma anche fuori luogo in taluni contesti. Le undici tracce di Static barcollano, più che danzare, tra l’immobilità dell’attimo e la velocità fredda del suono finendo per spaccarsi a terra sotto il peso di un’impossibile scelta dell’una o dell’altra strada senza riuscire neanche a regalarci quel senso di analisi occulta che dovrebbe essere alla base di un sound di tale forgia.

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Recensioni | dicembre 2015

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Keith Rowe / John Tilbury – Enough Still not to Know   (Non Music, Free Improvisation 2015) 7/10

Non esiste nella storia uno stile musicale che possa dividere gli ascoltatori alla maniera di quanto proposto dal duo in questione. Definitela Non Music, Free Improvisation, Avantgarde o come volete, quello che è certo è che il concetto di minimale è qui ridotto all’osso, con pochissime note di piano o una varietà di rumori ambientali a spezzare il silenzio di fondo, vero protagonista dell’opera. Una scelta dei suoni, dei tempi e delle pause eccelsa con qualche fase spinta troppo verso il tedio anche per la durata proibitiva.

Aisha Devi – Of Matter and Spirit   (Esoteric Electronic, 2015) 7/10

Per il suo album a nome Aisha Devi, l’artista svizzera prende a prestito la lezione degli Autechre proponendo una lettura dell’Electronic in chiave esoterica e spirituale decisamente rivolta al dub e ad una Dance di stampo oscuro. I paragoni potrebbero essere molteplici ma quello che sembra è piuttosto che qui si sia di fronte a qualcosa di totalmente nuovo ancora da sviluppare nel suo potenziale.

IAMX – Metanoia   (Synth Pop, Dark, 2015) 7/10

Il progetto IAMX ruota intorno al leader Chris Corner ormai da oltre dieci anni; una produzione vasta e altalenante che, con Metanoia, trova il suo traguardo stilistico in una miscela Synth/Electro Pop, Dark ed Electronic dal sapore Industrial con l’aggiunta di una voce che farebbe bella figura in una band Pop Rock. Ci sono quasi tutti gli elementi che hanno infarcito la carriera del musicista britannico e questo pare un ottimo punto di partenza per tornare indietro.

Beach House – Thank You Lucky Stars   (Dream Pop, 2015) 6,5/10

Probabilmente dai tempi dei Cocteau Twins, il duo statunitense ha preso di diritoo lo scettro di re del Dream Pop, tanto che la loro musica somiglia in maniera impressionante ad una didascalica definizione dello stesso. Questa seconda uscita del 2015 è quello che non ti aspetti e fa la felicità di ogni loro fan, visto che vede la luce solo poche settimane dopo Depression Cherry. Peccato abbia il sapore di b-side scartate, comunque apprezzabili dai più fedeli.

John Howard and the Night Mail – John Howard and the Night Mail (Pop, 2015) 6,5/10

Un album di nostalgico Pop cantautorale, fatto di arrangiamenti curati, voce delicata e ben calibrata, melodie orecchiabili senza scivolare in alcuna trappola mainstream. Un album per certi versi anonimo, se guardiamo allo stile, ma che saprà farsi apprezzare dagli amanti del Pop in vecchio stile, con vaghe sfumature Glam.

10 Waves of You – Field of Venus (Post Rock, 2015) 6,5/10

La musica di Luca Crivellaro ci accompagna in una passeggiata stellare tra i campi di Venere attraverso brani costruiti su fondamenta Minimal e Ambient arricchiti da momenti di psichedelia e spunti maggiormente kraut. Il risultato sono sette brani emozionali, interessanti, giustamente onirici e anche a tratti privi di tensione, ma molto godibili. Un buon viaggio cosmico per gli appassionati dei Mogwai e Caspian.

Laurex Pallas – La Prestigiosa Milano-Montreux (Cantautorato, Pop, Folk, 2015) 6,5/10

Disinvolto e felice nello sfoggiare la propria essenza demodè, il collettivo lombardo è al capitolo conclusivo di una trilogia ciclistica di stampo cantautoriale iniziata nel 2007, che si è arricchita di elementi Folk e di rimandi alla cultura popolare italica. Ma non abbiate paura: l’ironia e la leggerezza dei Laurex Pallas sono più simili a quelle di un Dalla che a quelle di un Brunori.

Oneohtrix Point Never – Garden of Delete (Electronic, Glitch, 2015) 6/10

Che il progetto di Daniel Lopatin trasudi costantemente talento è innegabile anche sulla base dell’ultimo lavoro ma questa volta la scelta dei suoni, delle melodie e di tutto l’apparato sonoro di queste dodici tracce di Prog Electronic infarcita di Glitch non convince fino in fondo regalando, piuttosto, qualche lapidario sbadiglio.

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Janek Schaefer – World News

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Le quattro tracce che mettono insieme World News sono il logico seguito degli studi dell’architetto Janek Schaefer circa la correlazione tra suono, spazio e luogo. Le sue opere, le sue performance, fanno il giro del mondo, dal Tate Moderne di Londra all’Opera di Sidney ed è dunque evidente che, un lavoro complesso come questo, non possa essere visto sotto l’apparenza di una lineare creazione musicale. La tracklist è composta di suoni captati, glitch, rumori di fondo e voci narranti che raccontano il mondo prendendo spunto da diversi quotidiani internazionali del periodo 03 maggio / 10 maggio 2014 generando una scultura multiforme fatta di collage concreti nell’estetica ma profondamente claustrofobica, raccolta e irregolare. Un modo di produrre Elettronica sperimentale staccandosi totalmente dal concetto stesso di Elettronica, smantellando la comune concezione di musica che qui diventa solo uno degli elementi di qualcosa più grande, il tutto, però, restando fortemente ancorati alla drammaticità del reale e non lavorando esclusivamente nell’astratto. È davvero complesso, per i meno attenti a questa scena fatta d’indagine estrema, godere appieno di un disco come World News e nello stesso tempo è difficile giudicare un album, anzi un’artista, che non fa certo del Lp il suo principale strumento di divulgazione delle proprie idee. Tuttavia, ci sono diversi fattori che mi aiutano a non collocare questa tra le migliori opere realizzate da Janek Schaefer, dalla durata ridotta del disco che non permette una corretta assimilazione dei concetti sofferenti racchiusi nello stesso, fino alla scelta dei suoni a tratti fin troppo piatti e monotoni. L’obiettivo apparente di questo World News può assimilarsi a quello di Alku Toinen, altra opera dello stesso genere e di un artista, Padna, della stessa etichetta (Rev Laboratories) ma la tensione nervosa suscitata da quest’ultimo era decisamente più convincente rispetto al disco che analizziamo oggi, il quale resta d’indubbio valore ma di certo indietro rispetto alle altre produzioni dello stesso Schafer. Il tutto con la consapevolezza che certe cose possano acquistare un pregio aggiunto, se diffuse in ambienti più dedicati e adatti rispetto alle quattro mura di casa.

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Matter – Paroxysmal

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Paroxysmal è l’ultimo lavoro del bolognese Fabrizio Matrone, in arte Matter. Già dalla cartella stampa si presenta bene: “un suono estremo ma adulto per chi non ha paura di ascolti difficili”. Ebbene, devo dire che l’ascolto, alla fine, mi è parso meno difficile di quanto quelle righe dessero a intendere. Parliamoci chiaro: non è un disco facile. Si tratta pur sempre di dodici tracce per più di tre quarti d’ora di Elettronica sporca, vibrante, dove la melodia praticamente non esiste, dove regnano il rumore e l’iterazione. Loop distruttivi e graffianti che suonano come il lavorìo incessante di una fabbrica cupa e rugginosa, meccanizzata ma senza circuiti elettronici, solo pistoni e benzina e altoforni e picchiare di metallo contro metallo. Però c’è una sorta di calma sottostante, la rilassatezza digrignante del rumore continuo, del processo senza fine, che si ripete come un mantra automatizzato, come una catena di montaggio che nel disumano della ciclicità nasconde la certezza del proseguire, la linearità di un percorso che va sempre avanti non muovendosi mai. Si rinnovano le esplosioni gravi, le unghie taglienti delle distorsioni, il quasi fastidioso lamento della macchina, ma intanto la testa si muove su e giù, e mi perdo nelle litanie poco liturgiche e molto industriali di un disco che potrebbe essere causa e soluzione di parecchi, godibili mal di testa. Per crani di latta e orecchie di ghisa, astenersi colletti bianchi.

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Chelidon Frame – Framework

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L’esperienza Chelidon Frame nasce nell’autunno dello scorso anno ma muove i suoi passi e affonda le radici molto più in là negli anni, negli albori della Musica Concreta e negli studi di Pierre Schaffer che, nel 1948, teorizzò una nuova consapevolezza sonica basata su effetti acustici esistenti successivamente elaborati, generando musica tendenzialmente elettronica ma partorita da elementi concreti.

Riprendendo in mano quest’idea e passando attraverso Pierre Henry e John Cage, Chelidon Frame confeziona un’opera che miscela l’Ambient dei Prospettiva Nevskij, al minimalismo di Alessio Premoli, nome che si nasconde dietro al progetto. Tutto questo con occhio rivolto al futuro, grazie ad un uso comunque mai eccessivo di droni e divagazioni Noise. Nelle cinque tracce più “Intro” dell’esordio Framework, ci sono le fondamenta della musica Elettronica, la storia stessa del suo autore, le opere più eteree di Brian Eno, la spigolosità di Kevin Drumm e la sensibilità Modern Classical di matrice nordica di Jòhann Jòhannsson, cosa suggerita già dalla lettura celere dei titoli di taluni brani (“JikSven”, “Antartica”).

Dopo la gelida opening che sferza l’atmosfera come freddo polare, sale un’inquietudine oscura, fatta di grevi note ripetitive come tempo scandito da ritmiche minimal e sottilmente celate dietro rumori vaghi, quasi a disegnare l’aurora boreale, tinta solo di tutte le tonalità del grigio (“Taikonauta”). Ancor più conturbanti e impalpabili i quasi otto minuti di “JikSven”, nei quali si scorge una debole sensibilità Rock dentro un cosmo elettronico, in grado di dare forza da Film Score all’album. Nonostante queste prime intuizioni, non esiste un vero filo conduttore, una precisa chiave di lettura che leghi la tracklist, trattandosi di un insieme di brani originali e altri già pubblicati e qui soltanto remixati. È la musica stessa a fare da trait d’union, il legame simbiotico tra le terre più fredde del pianeta e lo spazio siderale è la musica (“Cosmic Hypnosis”). In “Nvs_k3” l’ aria torna pulsante di rigida introspezione mentre a chiudere l’album, i quasi dodici minuti della minimale “Antartica”, la quale, nella seconda parte e in conclusione, regala cenni di Neo Classical gonfi d’una speranza e positività mai ascoltata nei minuti antecedenti, pur mantenendo ferma una certa ambiguità emotiva. Framework è uno straordinario lavoro di un musicista poliedrico e coraggioso che non mira certo all’originalità ma riesce comunque a pizzicare le corde dell’anima e farci sognare, fosse anche un sogno da cui svegliarsi in tutta fretta.

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Anthony Cedric Vuagniaux – Le Clan des Guimauves

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Il multistrumentista, musicista e compositore svizzero (Ginevra) Cedric Vuagniaux, alla soglia dei trentotto anni confeziona la sua opera più matura sempre nel pieno rispetto di una passione innata per la strumentazione vintage elettronica ed etnica che l’ha portato già all’età di sei anni a realizzare le prime registrazioni. Le Clan des Guimauves è opera dal sound sperimentale e profondamente tradizionale al tempo stesso che ha il sapore d’un pomeriggio assolato d’aprile trascorso in un Café di Ginevra a prendere in giro i passanti. Nella sostanza, è la colonna sonora ideale d’una grottesca pellicola di fine anni sessanta che narra, musicalmente, le avventure di una gang di gitani extraterrestri smarriti sul pianeta terra, le cui particolarità fisiche sono l’avere un grande naso e sette dita nel piede sinistro (vedi cover) e la cui riunione avrà lo scopo di cercare un senso onorabile alla libertà.

Alla sua nona uscita (singoli inclusi) da Souvenirs Elettroniques, esordio del 2011, Vuagniax mira a obiettivi più ambiziosi per sé e per la sua etichetta Plombage Records eppure Le Clan des Guimauves riuscirà ben poco a stupirvi e appassionarvi, vuoi per un utilizzo poco coraggioso della materia prima elettronica, vuoi per le abbozzate e poco incisive incursioni delle più svariate strumentazioni tradizionali e folkloristiche.

Alla fine, sarà dura immergervi in quella surreale storia di alieni che dovrebbe essere il cuore del disco nonostante l’uso sporadico d’un esplicativo Spoken Word in francese e se quello di raccontare una storia, rendervi parte della stessa, era l’obiettivo primario come suppongo, dispiace dirlo ma questo non è affatto un centro pieno.

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