Eddie Vedder Tag Archive

Pain Check – Pain Check EP

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Push Button Gently – Fuzzy Blue Balloon

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In un mese dove l’uscita del nuovo disco dei Pearl Jam doveva essere l’evento musicale dell’anno (ma non lo è stato) fa molto piacere recensire il nuovo lavoro dei Push Button Gently, che dall’Italia fanno capire ai colleghi americani che il Grunge non è morto e che avrebbero dovuto impegnarsi di più. Alla composizione e all’arrangiamento dei brani partecipano: Nicolò Bordoli (chitarra – voce) ex Dirty Sanchez, Natale De Leo(basso), Francesco Ruggiero (batteria) e Julio Speziali (voce – chitarra) di Endigma e Keibe che ha anche registrato il tutto. Il mastering è stato curato invece da Lorenzo Monti al “Le Mont Studio” di Morbegno (So). L’anima di Eddie Vedder & co. sembra essere stata per tutto il tempo della composizione nella stanza in cui il gruppo si è dato da fare, soprattutto in “The Bottle” e nella successiva “Tarpit Cock and the Bazoukie”. Che il gruppo ami sperimentare a livello sonoro è già chiaro dai brani più brevi “Weirdo Will”, “Incoming”, “Go to be Ready” (o got come si legge nel loro bandcamp ufficiale) e “After all this” (che ha l’ingrato compito della chiusura). Esperimenti che ai più potrebbero apparire senza senso ma che se ascoltati nel loro intero contesto hanno un perché e persino un ruolo fondamentale (se non vi dovessero piacere potete sempre mandare avanti il cd in fondo). Un po’ di Stoner, un po’ di Rock anni Settanta e persino qualche influenza da parte dei Radiohead rendono nel complesso piacevole il tutto. In “Kilgore Trout” ci sono persino dei bassi alla Offspring e una voce effettata alla Damon Albarn dei Blur. Sembra quindi non esserci un filo conduttore ma in realtà il senso di tutto ciò è proprio nella varietà dei suoni, mai scontati e banali e sempre curatissimi. Apprezzabile e degno di nota è anche l’artwork di Giorgia Barbieri che non farà certamente rimpiangere l’assenza di un booklet che avrebbe però dato un tocco di classe in più soprattutto se fosse stato curato dalla stessa persona. Non lasciatevi quindi sfuggire questa piccola gemma del sottobosco Indie italiano!

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EVIL – EVIL

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EVIL: questo il nome del progetto nato a Sulmona (Aq) nell’Ottobre 2012 da un’ idea del chitarrista Alessandro La Civita che chiama a far parte della band da subito Marco Di Ianni (basso e synth) e Giovanni D’Ambrosio (batteria). Dalle loro menti nascono le prime bozze acustiche da cui viene estratto e arrangiato il materiale definitivo di questo ep, pubblicato ad Agosto 2013, che si avvale anche della collaborazione di Maurizio Tavani (En Declin, Droning Maud) che offre una performance vocale pressoché perfetta. Lo stile di quest’ultimo ricorda da vicino infatti quello del più malinconico ed intimo Eddie Vedder dei Pearl Jam e si incunea nelle melodie ben tessute dai suoi tre compagni di gruppo.

Il nome della band tradotto in italiano vuol dire “male”; anni fa i Sonic Youth ci scherzarono sopra sulla parola intitolando un loro disco Evol, anagramma di love (Amore) e distorsione di evil appunto. Ed effettivamente di cattivo la band ha ben poco, in quanto le quattro tracce contenute in questo ep sono molto pacate e malinconiche. La venatura pop e il taglio stilistico appaiono ben chiari sin dall’opening “Meaningless” (poco più di quattro minuti di assoluto piacere sonoro) e dalla successiva “Winter Thoughts” in cui graffianti chitarre riecheggiano le atmosfere dei Radiohead di “Creep” e di “High and dry”.

In “Trapped” invece la batteria inizia ad acquisire un peso sempre maggiore (essendo stata finora un po’ in disparte) scandendo chiaramente un tempo che raramente subisce variazioni (ma ne è proprio questa la bellezza; ricordate una certa Moe Tucker che con i Velvet Undeground faceva tanto con pochi pezzi del suo strumento? Ebbene, il tocco di D’Ambrosio non sarà forse così minimalista, ma di certo neanche troverete in esso virtuosismi alla Terry Bozzio o alla Mike Portnoy, ex Dream Theater). Conclude il tutto in bellezza “Mae” che inizia con una serie di armonici alla chitarra per poi proseguire in un Pop raffinato. I testi di tutte e quattro le canzoni sono stati scritti da Susanna Camerlengo. Poco più di quindici minuti che offrono alla band un ottimo bigliettino da visita che sicuramente sarà utilissimo per trovare date dal vivo.

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Alessandro Bevivino – I Corti di Verbo Nero Original Sound Track Scene Eliminate

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Un personaggio tutto da scoprire Alessandro Bevivino. Sempre pronto a stupirci con la sua carica e la sua energia artistica e propositiva. Anche in questo I Corti di Verbo Nero Original Sound Track Scene Eliminate fa praticamente tutto da solo. Testi, musiche, produzione e artwork. Più che un artista un vero e proprio arsenale d’ispirazione per lo più capace di non prendersi mai troppo sul serio, scherzando e dissacrando con intelligenza tutto il mondo che si è creato intorno. Questo disco non disco come lui stesso lo definisce è solo l’ultima (crediamo, perché non so cosa stia ancora combinando) fatica che in realtà rappresenta un modo per divertirsi e sfuggire dalla realtà. Non è un disco Metal, Western, Southern, Punk afferma Bevivino. Forse è Stoner, forse Folk Rock, forse Blues, forse Rock sperimentale aggiungo io. A dirla tutta è tante cose eppure ha un sound estremamente vintage, classico e affascinante. Dieci pezzi che mi sfido e vi invito a scoprire uno a uno, incespicando magari nelle sue follie, nei suoi richiami, nelle sue oscure profondità d’animo. Bevivino ondeggia con la sua chitarra in una danza calda come l’inferno, sputando sabbie e fumi di rituali indigeni nordamericani (“Fuga di Zakkaria W. Da Broken Pub City”) oppure facendosi trascinare in meandri rappeggianti (“Out of Control”) o ancora sciogliendosi in vortici lisergici e bollenti (“Preludio”, “I’Ma Shit Blues”), perdendosi in contorte intromissioni Glitch ed Experimental Rock (“Western Session”, “Verbo Nero”, “Minimal Cross In ‘Auge”) o accennando ritmiche quasi Punk (“Luisa And Bomber”). La sua voce riesce ad adattarsi perfettamente al ritmo che contraddistingue i pezzi, andando a convergere in timbriche stile Piero Pelù, ma anche Eddie Vedder se non addirittura Garbo (per non andare a scomodare i nomi più altisonanti della Western music a stelle e strisce). Per Bevivino un disco che è quasi solo un gioco. Ascoltatelo e capirete che ancora una volta non sta scherzando perché c’è tanta qualità anche in questi ventidue minuti di scene tagliate, compendio necessario a un film fenomenale.

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The Urban Jungle – S/t

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Ci ho messo un po’ troppo a mettermi ad ascoltare questo primo disco dei The Urban Jungle ma volevo farlo per bene. L’ho fatto girare nello stereo una volta, due, tre, fino ad annoiarmi. Anzi, ancora non mi sono annoiato e lo riascolto. Un sound molto semplice quello di Liuk, Diego e Mario, i tre giovanissimi (classe 88/89) creatori di questo lavoro eppure nella testa rimbombano mille dubbi. Decido cosi di esternare le mie sensazioni e le mie impressioni e di parlarne con qualcuno, come se dovessi sfogarmi di qualcosa che ho dentro. Non vi dico chi è quel qualcuno, forse è la parte buona di me, la mia coscienza, il mio subconscio; forse è un mio amico, forse qualcun altro; non è importante. Al limite, ve lo dico alla fine. Appassionante questo primo pezzo, “Pray”. Rock alternativo semplice e diretto. Indovinato il giro di chitarra in loop per tutto il brano che dà un tocco di psichedelia. Che ne pensi?
Ricorda un loop quasi Maroon 5 e molto interessante il testo che parla di spazio e di stelle. Ti fa venir voglia di ballare.
Secondo me sarebbe stato ancor più affascinante con un ritmo più veloce, dinamico; magari con una seconda chitarra a mescolare le carte. Non credi?
Sì, certo. Sarebbe diventato un bel singolo se fosse stato più veloce. Ancora più di facile ascolto. Che io sappia nei live viene fatto, infatti, molto più veloce.

Ottimo. Ma non capisco una cosa. Il cantante cerca di imitare in alcuni passaggi il leader dei Placebo o è una mia impressione?
Non credo sia tra i gruppi preferiti dalla band; probabilmente gli è stato consigliato di scandire bene le parole per fare in modo che risultasse facile da ascoltare.
Effettivamente la cosa si sente molto. Niente male anche “Another One”, sound più calmo e delicato rispetto al precedente nella prima parte ma molto energico nella seconda. Ci sono tanti ascolti Grunge dentro.
Moltissimi. Io sapevo che i primi tempi dei The Urban Jungle furono trascorsi a cercare di non imitare Eddie Vedder, purtroppo entrato nelle corde. Canzoni come “Another One” fanno tornare alla mente le prime cose fatte ma sono quasi inevitabili per la band.
“Qualcosa In Cui Credere Ancora” sembra tornare allo stile del primo brano, molto più dinamico e Brit Pop. Ma che succede? Che c’entra il cantato in italiano?
Con l’italiano forse la band cerca di far suo un pubblico, come dire, più vicino. A mio parere usare troppo l’inglese, se vuoi rimanere in Italia o almeno farti conoscere prima qui, non serve a un granché.
Servono però testi con i “controcazzi” altrimenti la gente pensa troppo a quello che dici e poco a quello che suoni.
Vero.

Devo aggiungere una cosa. Se non prendono una seconda chitarra, quella che c’è e il basso devono darsi da fare. Soprattutto le quattro corde sono suonate in modo troppo semplice ed elementare. Non riescono a dare uniformità alla musica.
Effettivamente sì. In pezzi come “Pray” vedrei bene un piano anzi, ancor più un synth.
Ho molti dubbi sul cantato in lingua madre come in “Fragile”. Rende la musica troppo pseudo Pop-Rock all’italiana. Del tipo che non amo.
Una canzone come Fragile però (come struttura) faccio fatica a immaginarmela in inglese, sinceramente. Ma è anche vero che l’italiano a volte può essere quasi un difetto, vai a finire in generi che non ti saresti nemmeno immaginato.
Sì e proprio per questo forse la formula giusta è piuttosto quella di “City Above”.
Bel pezzo “City Above”.
Tanto grunge anche qui, sia nel cantato sia nelle ritmiche. La chitarra alterna momenti eterei a riff più taglienti e aggressivi. Pensi che il pubblico italiano abbia cosi tanta necessità di capire i testi?
Penso che non sia necessario effettivamente che il pubblico comprenda i testi (che poi anche in inglese li comprende, se vuole) ma un live fatto di musica italiana e straniera, in Italia, può come dire,….spezzare.

“Invisibile” chiude l’album. Tralasciando il ritorno all’italiano, dall’intro sembra che The Urban Jungle si rifacciano ancora al Brit Pop classico ma i riverberi chitarristici seguenti ricordano anche i momenti più rock dei Piano Magic. Che te ne pare? Oltre al Grunge che tipo d’influenze hai notato?
Dunque, sento sonorità a tratti molto Muse o U2 ma sono i delay a fare da padrone e in più si sente molta attitudine synth pop.
I dieci secondi finali sono la parte più omogenea, carica e potente di tutto il disco. Spettacolari. Questo è quello che avrei voluto fosse il cuore dell’opera. Può essere un punto di partenza dal quale sviluppare l’album futuro.
Certo!! Può e deve esserlo. Il finale con quel riff di basso che arriva dopo un crescere di batteria per completarsi in una chitarra potente come la voce deve far capire che il trio è unito e omogeneo oltre che potente.
In realtà l’album ha ottime potenzialità, anche perché ci sanno fare con le melodie. Se vogliono restare un trio però, devono sforzarsi e lavorare di più. Le uniche cose che non concepisco sono: perché tanta disomogeneità? Un pezzo che guarda all’Inghilterra, uno a Seattle, ora l’inglese, ora l’italiano. E forse poca originalità. Bisogna mettere in chiaro le idee e trovare uno stile peculiare, non trovi? Ammetto che hanno tutto il tempo per inventare qualcosa.
Giusta considerazione. Credo che sia dovuto ai diversi background musicali di chi compone la formazione. Credo che da un lato possa essere piacevole sentire un gruppo che spazia, ma deve spaziare bene tra le varie sfumature del rock.

Dopo queste esternazioni, penso di aver capito molto di più della musica di The Urban Jungle. Ho rafforzato alcune delle idee critiche che avevo all’inizio, ma sono ancora più convinto che le cose possano palesemente migliorare, col tempo. Hanno il futuro dalla loro parte e l’energia di chi è giovane e ama la musica.

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London Overdrive – London Overdrive

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Direttamente dalla capitale albionica, i London Overdrive ci donano questo disco da 8 tracce dove mescolano rock molto melodico con qualche ingrediente folk (l’armonica di Satellite, l’intro di Collision) ad un’idea di pop da stadio molto british (i Coldplay di qualche tempo fa, ma senza pianoforte): il tutto, ovviamente, in inglese.
Il lavoro è fatto bene, e ci sono almeno un paio di pezzi che richiamano un secondo, terzo, quarto ascolto. Ottimo il lavoro fatto sulle acustiche, soprattutto negli arrangiamenti: rende il disco vario, saltando dal rock sostenuto ma sempre molto orecchiabile di Gasoline fino alle carezze di Back home, passando da pezzi “double face” come Sweet poison part one, che parte con un introduzione fulminea e dolce di acustiche per poi giungere ad un tiro che definiremmo “pop punk” (di quello diluitissimo degli ultimi anni) se non fosse per la voce, altro punto forte (e non potrebbe essere altrimenti, per fare un genere di questo tipo).
Un timbro che mi ha ricordato più di una volta Eddie Vedder (e non è qualcosa che si dice con facilità), forse soprattutto perché accostato a questo mistone di rock/pop/folk molto morbido, molto “smooth”.
Per gli amanti del genere, un disco da ascoltare più volte (tanto più che non vi costa nulla: è scaricabile gratis dal loro Bandcamp) e un gruppo da testare dal vivo – più in acustico che in elettrico, mi verrebbe da dire. Niente di nuovo sotto il sole, ma un disco sincero e ben fatto: ce ne sono tanti, è vero, ma forse è meglio così.

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Thony – Birds

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Essere donna e musicista non è sempre un’impresa molto semplice. Generalizzando, ma neanche poi troppo, gli uomini giudicano più il tuo aspetto fisico che la tua performance e le donne giudicano più il tuo aspetto fisico – nel 90% dei casi rosicando- che la tua performance. Insomma: fuoco incrociato. Se sei troppo aggressiva, qualcuno sbava e qualcuno ti addita come ennesimo stereotipo del rock in gonnella con zebre e leopardi su vestiti, chitarre e scarpe col tacco, magari fantasticando anche sul livello di porno che suggerisci. Se sei troppo dolce, ti relegano nel panorama della canzoncine d’autore melense e strappalacrime, adatte solo a un pubblico di adolescenti che confondono l’ormone con l’amore.
Federica Victoria Caiozzo, palermitana classe 1982, si presenta al pubblico con uno pseudonimo androgino, Thony, che mette subito le cose in chiaro: è una donna – anche molto affascinante, con qualcosa della giovane Giorgia e qualcosa di Pj Harvey e della sua sosia nostrana Paola Maugeri – ma con due palle così. Femmina nel senso più puro del termine, determinata e fragile al tempo stesso, è in grado di mettere a tacere le malelingue di ambo i sessi e far parlare solo la sua musica. Intanto ha dalla sua una grande vocalità: timbro caldo, una certa quantità di quella sensualissima aria che per i puristi del belcanto è un difetto, un falsetto delicato e ben controllato. In secondo luogo, ha saputo evidentemente circondarsi di musicisti con una competenza tecnica e un gusto per gli arrangiamenti tali da creare un disco davvero molto buono. Difficile indicare Birds, realizzato come colonna sonora per l’ultimo film di Paolo Virzì, Tutti i santi giorni, semplicemente come il lavoro di un cantautore: Thony emerge come compositrice, polistrumentista, esecutrice e interprete, il tutto in armonia con l’apporto qualitativo delle collaborazioni, fondamentali e mai casuali. Esattamente come la presenza di Giuliano Dottori.
Fin dalla prima traccia, Time speaks, è chiara la direzione vocale intrapresa: echi di Emiliana Torrini, di Julia Stone, con la nasalità di Marisa Monte e la pienezza nelle note gravi di Julieta Venegas. Aria e acqua sembrano gli elementi che legano le 14 tracce: dal timbro della sega musicale su Quick steps, col suo effetto strascicato e ben poco temperato, a Birds che ricorda le sonorità di Ukulele Songs di Eddie Vedder e le doppie voci eteree degli Imogen Heap di Hide and Seek. La cura per l’arrangiamento è evidente soprattutto in Promises, costruita per intero su un passaggio continuo dalle tonalità maggiori a quelle minori, con una oscillazione di tensione sottolineata da frequenti cambi motivici e timbrici strumentali. Le dissonanze di apertura in Water e in Blue wolf tradiscono un’influenza classica quasi madrigalistica, mentre è Debussy il faro che guida Birds interlude. Nyctinasty rivela una grande attenzione anche in fase di registrazione, visto che addirittura l’attrito delle dita sulle corde, oltre a contribuire a un certo calore sonoro, diventa quasi tematico. Non manca l’alternative rock più puro, come nelle prime battute di Dim light, che richiama l’intro de L’estate degli Afterhours, e in Sam, in cui Thony si lascia andare a un canto meno contenuto e sussurrato, rivelando anche una discreta potenza alla Florence.
Nell’insieme, Birds è gradevolissimo e nostante non brilli per originalità, ha una sua elegante personalità e una certa tensione comunicativa. Thony non è LA voce, ma è una splendida voce in grado di sostenere il confronto con altre splendide voci. Si potrebbe dire che non aggiunge e non toglie nulla, soprattutto se inserita in un panorama musicale dal respiro internazionale, ma, dalle nostra parti, avercene.

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