Darkwave Tag Archive

Recensioni #15.2018 – Adam Naas / Any Other / Bas Pritt

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10 SONGS A WEEK | la settimana in dieci brani #30.04.2018

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Le Classifiche 2016 di Silvio “Don” Pizzica

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Dade City Days – VHS

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Nati nel 2013 a Bologna, i Dade City Days sono un trio composto da Andy Harsh (voce, chitarra, synth), Gea Birkin (basso, voce) e Michele Testi (batteria, drum machine) che giunge alla pubblicazione del primo full length, prodotto da Lorenzo Montanà per Swiss Dark Nights, dopo aver già condiviso il palco con artisti come The Soft MoonShe Past Away e Modern English.
La settima arte, per la quale l’amore del trio è evidente oltre che dal titolo del disco già dal loro stesso nome (Dade City è la città dove si trova il castello del delizioso Edward Mani di Forbice di Tim Burton), è tra le principali fonti d’ispirazione nel metodo di stesura dei testi il cui sound si ispira, con sguardo moderno, ad alcuni dei generi che caratterizzarono la scena musicale dalla seconda metà degli anni 80 alla prima dei 90 (periodo che è anche quello del passaggio dalla massima fama sino ai giorni precedenti il suo superamento del Video Home System), troveremo dunque un’alternanza di brani prevalentemente di matrice Shoegaze e Darkwave trattati con cura Pop e/o nei quali troveremo un imponente uso di synth.
Una delle caratteristiche della band è quella di cantare in italiano, cosa affatto scontata vista la proposta, per quanto le parole arrivino chiaramente solo in alcune occasioni facendosi spesso strumento tra gli strumenti; i testi, dalla discreta qualità media (sicuramente buona in un paio di occasioni abbondanti) risultano al contempo tangibili ed incorporei, neri e fucsia.

Il disco si apre come meglio non potrebbe con “Jukai” nel quale, in un’atmosfera decadente e riverberata, il trio ci accompagnerà tra gli alberi ed i cappi della foresta giapponese celebre teatro di numerosi suicidi; altri buoni momenti si troveranno nel Dark malinconico, ma dal ritornello spinto, di “Luna Park”, nell’ipnotica miscela di Pop sintetico e sognante di “Fernweh”, nel bel singolo “Polaroid” (il brano più Shoegaze del lotto) ed in quel “Dade City Days” che sin dal titolo possiamo considerare il brano manifesto della band, un amaro e delicato chiaroscuro dal corpo Pop, ma all’interno del quale scorre sangue corvino e sintetico, dedicato all’amore della favola moderna di Burton tra Edward e Kim ed impreziosito da parole capaci di ricrearne l’emotività facendoci cadere addosso qualche fiocco di neve dalle statue di ghiaccio scolpite dal protagonista, difficile non voler bene a questo brano se si è amato il film.
Purtroppo nei pezzi dalla struttura più ballabile la band perde qualcosa, pur riuscendo in un paio di casi (“Siderofobia” e “Preghiere e Decibel”) a sfornare dei ritornelli capaci di colpire già dopo pochi ascolti, venendo meno di quel flusso omogeneo e di quella coesione presenti nei brani precedentemente citati nei quali il trio pur risultando ovviamente paragonabile ad altro risulta distinguibile, caratteristica che nei momenti più spinti e danzerecci viene a mancare. In ogni caso questo esordio non può che essere considerato un incoraggiante lavoro sfornato da 3 ragazzi affamati di storie e capaci poi di condensarle in 3 minuti di canzone, ragazzi che spero, maturando ulteriormente, sapranno migliorare le cose che funzionano meno insistendo nel modo giusto in quelle già valide di modo che le non poche soddisfazioni fin qui raccolte non possano che crescere ulteriormente.

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The Underground Youth – Haunted

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Tanta cassa dritta, voce cupa, monotona e suoni sommessi e ovattati. Non è un caso che The Underground Youth provenga dalle stesse terre della più grande band Post Punk mai esistita, i Joy Division. Il solco è quello ma con sfumature sintetiche e psichedeliche maggiori, un’attitudine rivolta più al Gothic che al Punk e un suono tendenzialmente Wave che se non fosse per l’indolenza delle ritmiche sarebbe perfetto per far ballare i vampiri quasi a guisa di violenta Ebm (“Drown in me”). Quelli che sembrano i punti di forza di Haunted finiscono inevitabilmente per diventarne gli stessi limiti. Laddove le chitarre osano con più insistenza, si evidenziano non solo le influenze della band di Manchester ma anche le similitudini con formazioni contemporanee ben più note e talentuose. Stessa cosa possiamo rilevare nella sezione ritmica e se da un lato ci si potrebbe aspettare un qualche conforto dalla voce, non resta che rassegnarsi anche alla sua banale piattezza e timbrica involontariamente sgradevole. Tutte queste considerazioni sembrano far protendere il giudizio verso una solenne bocciatura eppure c’è qualcosa di buono in questo settimo Lp della band formatasi solo nel 2009 (certo quello che non le manca è la prolificità). Quando le derive psichedeliche si fanno più marcate e Craig Dyer e soci prendono le strade più Experimental Noise Rock (la parte iniziale di “Self Inflicted” ad esempio o “The Girl Behind” che può ricordare certi Have a Nice Life o ancora “Slave”) mostrano tutto il loro potenziale talento e il rimpianto è di non aver assistito alla definitiva crescita stilistica di una formazione che probabilmente avrebbe potuto dare molto di più al genere pur avendo fornito prova di evoluzione considerevole rispetto agli esordi.

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Black Fluo – Billion Sands

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Scelgono l’eleganza del nero, nel nome, nell’artwork e nello stile. La raffinatezza dell’assenza di luce, della disperazione, del lato oscuro dell’anima, delle tenebre, della morte, della scoperta di quello che superficialmente ci sforziamo di sotterrare. Un nero fluorescente, come visivamente può esserlo la dicitura Billion Sands incisa sul nero opaco di copertina. Un nero fluorescente che ha la frenesia di mostrarsi in tutto il suo inquietante splendore. Black Fluo è essenzialmente un quartetto di Chiasso che miscela musica Elettronica e Neo Classical, il tutto frullato in un contenitore di contaminazioni psichedeliche e cosmiche che sciolgono il sound, spezzano i legami molecolari delle note, lasciando sgocciolare materia oscura, liquida e caldissima. Billion Sands è l’esordio di questo progetto che va ben oltre la semplice definizione di band, comprendendo anche grafici e attori. Peccato, a tal proposito, non avere tra le mani quel libro/non libro che rappresenta il packaging ma solo la copia promozionale per la stampa. Immagino sarebbe stato un ulteriore motivo di estasi per i miei sensi.

Da un punto di vista musicale, le attese speranzose possono dirsi, almeno in parte, divenute realtà. L’apporto di Zeno Gabaglio (cello in “La Fin”) e Luca Broggini (batteria in “Les Vagues Caleidoscopiques”) è ulteriore garanzia di qualità ma è nell’insieme che Billion Sands convince a metà, o forse qualcosa di più. Quasi impossibile dare una collocazione temporale alle note dell’opera, sospese come sono nello spazio e nel tempo. Le strumentali che ci introducono al lavoro, dal vago sapore tra certo Slowcore stile Black Heart Procession e conturbanti introduzioni funeree degli Have a Nice Life. Quel cocktail di note oscure, riverberi ed echi cosmici e sconvolgenti che quasi ci trascinano in una dimensione irreale presto diventano sperimentazioni dalle lievi ritmiche tribali, sulle quali si staglia una narrazione eccitante, tra John Cale e Sol Invictus (“Whisper”). Non mancano momenti più canonici, a modo loro, sabbiosi, quasi tendenti al Folk desertico, come dei Calla in giornate particolarmente deprimenti e tristi (“Death of a Sun”) o ancora più vicini al più conforme cantautorato sempre in chiave Neoclassical Darkwave (“Scarborough Fair”, “Narcosia”), un po’ Black Tape for a Blue Girl e un po’ Lisa Gerrard, grazie anche all’apporto di Adele Raes. Dunque, ritmiche ossessive e marziali sullo sfondo di timbriche vocali eteree e sofferenti, tutto in una chiave psichedelica moderna e lisergica ma anche uso sapiente della materia chitarristica (“Les Vagues Caleidoscopiques”) che sul finale apre una porta Psych Rock totalmente nascosta fino a quel momento, quasi a mostrarci una esistenza parallela che deformi totalmente i nostri pensieri prima di mandare tutto in frantumi con il claustrofobico e terrificante finale (“Caledonia”) che alterna speranza e disperazione. Particolare attenzione è opportuno dedicare alle liriche, perfettamente in linea, grazie al loro ermetismo e simbolismo, con lo stile musicale dei Black Fluo. Per il resto uno splendido album che poteva essere ancor più intenso, se si fosse insistito su certe idee e che finisce per apparire ottimo senza lasciarci veramente fluttuare a mezz’aria in una nascosta interzona dell’anima, una volta scoccato l’ultimo dardo dall’ultima nota.

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The Foreign Resort – New Frontiers

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Fino a venti anni fa, in piena epoca Grunge ed Alternative Rock, orde di capelloni, depressi e disillusi in camicia di flanella e jeans strappati si accanivano ferocemente contro tutte quelle sonorità fredde e look da fighetto che rappresentano a tutto tondo quel caleidoscopico calderone denominato Post Punk o New Wave che dir si voglia. Dai primi anni Zero, grazie al successo di gruppi quali Interpol e Franz Ferdinand, è avvenuto un vero e proprio revisionismo storico nei confronti della “Nuova Onda” che ha attraversato il panorama musicale dal 1978 al 1983, regalandoci gemme che risplendono prepotenti ancora oggi nel firmamento Rock. La rivalutazione di tanto spessore e la continua citazione da parte di band emergenti sta rendendo nauseante e borioso il magnetismo oscuro di un’era artistica così estrosa, sia nei costumi e nel make-up, quanto permeata da un nichilismo e da un senso di disgregazione che ha fatto le sue vittime (Ian Curtis e  Adrian Borland su tutti).

I Foreign Resort sono un trio originario di Copenaghen, vero e proprio cuore nero d’Europa (basti pensare agli Ice Age), attivi sin dal 2009 e composto da Mikkel B. Jakobsen (chitarra e voce), Henrik Fischlein (chitarra e basso) e Morten Hansen (batteria e voce). Sfornano questo New Frontiers imbastendo un flusso sonoro carico di velata malinconia e di fantasmi mai svaniti che ormai è divenuto un cliché dal sicuro impatto sul pubblico anche se annoia brutalmente. Mikkel. voce e penna della band, strizza l’occhio a Robert Smith con quel cantato affogato e lontano per tutte e nove le tracce; musicalmente domina la ritmica funerea dei Joy Division , condita ora con elementi Synth Wave tanto cari ai Depeche Mode quanto ai Cocteau Twins, ora da sferragliate di feedback nella migliore tradizione Shoegaze (My Bloody Valentine, Jesus and Mary Chain).  Per quanto i riferimenti ai fasti del passato siano gloriosi, si finisce per essere risucchiati da un vortice tedioso e stucchevole; al massimo cercate un po’ di brio  nello spedito Post Punk a tinte epiche della titletrack.

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La Band Della Settimana: Christine Plays Viola

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La band abruzzese è ormai una vecchia conoscenza per i più affezionati lettori di Rockambula, dopo la recensione del loro ultimo Ep, la video intervista realizzata sempre da Ulderico Liberatore e il live report ad opera di Riccardo Merolli. Chi li ha imparati a conoscere sarà rimasto affascinato dalla loro musica misto di Darkwave, Gothic e Post Punk, tra Depeche Mode, Piano Magic, Christian Death, Bauhaus e Sister of Mercy.

Ora la redazione di Rockambula ha deciso di premiare i Christine Plays Viola freschi del ritorno dall’ennesima data fuori dai confini italiani. Zurigo è solo l’ultima tappa di una serie interminabile di date in cui Massimo Ciampani, Fabrizio Giampietro,  Desio Presutti e  Daniele Palombizio si sono esibiti in giro per l’Europa. In attesa di assistere alla loro esplosione anche in terra italiana, gustiamoci ancora il sound oscuro dei Christine Plays Viola.

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Christine Plays Viola – Leocadia EP

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Leocadia è il nuovo Ep noir dei Christine Plays Viola, band abruzzese che sta percorrendo le scene Darkwave dell’europa centrale. Dopo il grande successo di Innocent Awareness che li porta fuori dal contesto italiano, un po’ stretto per il loro genere, tornano a lavorare sul secondo album studio e ce ne danno un assaggio con questo Ep dalle tinte oscure: Leocadia. Ispirati dalla pittura del Goya che in un momento particolare della sua vita lavorò su una serie di “dipinti in nero”. “La Leocadia” raffigura una donna in abiti neri, forse da funerale, appoggiata di un fianco su un “cumulo” con lo sguardo perso nella tristezza assoluta che cerca di sfuggire allo spettatore. Ed è proprio in questa raffigurazione che si incastra questo Ep dalle tinte cupe e sonorità scomposte e sfuggenti.

Con la chitarra disturbata e le trame riverberate del synth, un basso secco e rapido, batteria martellante e voce tonda i Christine ripartono dai sound tipici degli anni ottanta, loro mentori i Bauhaus per la chitarra scomposta di Fabrizio Gianpietro, evidente in “Leocadia”, ma anche il synth tipico di quegli anni, prendiamo i Depeche Mode per intenderci.Per ricondurli all’ombra dei giorno nostri senza troppi compromessi. La profonda voce di Massimo Ciampani fa da trama componendo un’atmosfera nebbiosa, uno stacco glaciale sulla melodia come si sente in “Keep my Scorn Warm”. Mentre il basso di Desio Presutti e la batteria martellata di Daniele Palombizio in “Scattered In The Dust (Slay With Dismay)” fanno da cornice a questo quadro cupo, a questa Leocadia assorta a causa dei suoi perturbamenti.

Un lavoro curato, un concept macchiato di nero che ci trasporta sulla parte in ombra di noi stessi per lasciarci guardare da dentro le nostre paure, le nostre ansie, i nostri disagi, senza prevaricazioni esterne.

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