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Fucina 28 – La Pace Dei Sensi – Il Nulla

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Come scritto nella loro biografia, il progetto Fucina 28 nasce tra le mura di una casa, tra le piacevoli emozioni che solo una cena tra amici sa donare. Era il Novembre 2011 e quasi quattro anni dopo ritroviamo il gruppo pisano reduce da tour in giro per l’Italia e un primo album E’ Arrivato Il Tempo, accolto positivamente da critica e pubblico. Le otto tracce de La Pace Dei Sensi – Il Nulla, continuano a solcare l’onda sporca e abrasiva del precedente lavoro, senza nessun tipo di ammorbidimento. Sicuramente la scelta di una registrazione in presa diretta non avrà giovato in questo senso. La voce di Pietro Giamattei, mente e anima della band, ci introduce alla malinconica “La Guerra Dei Trent’Anni”, mentre con “Nel Paese Di Pinocchio”, il quartetto raccoglie i pro e i contro del sound dei Tiromancino. Avvolgente e più dinamica la titletrack “La Pace Dei Sensi”, ma è con “Amore Blu” che si fa il salto di qualità: un inno che si oppone al qualunquismo, scalfito da melodie estemporanee. E’ un fuoco di paglia, purtroppo: calma piatta in “Verde Mare” e “Te Stesso”. Si torna su buoni livelli con i riff di “Terrore”, il pezzo più lisergico del lotto, la quale si spegne come la fiamma di una candela al vento, lasciando spazio alla conclusiva “L’Incostanza Vol.II”: drammatica, quasi teatrale. Finito l’ascolto contesto la scelta della registrazione in presa diretta, troppo confusionaria e non all’altezza, ed è un dispiacere perché nei testi si scorge quel qualcosa in più che manca alla maggior parte della musica prodotta nel nostro Paese.

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La Bestia Carenne – Catacatassc’

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Che Django Reinhardt si sia reincarnato in Campania fondendosi con le sonorità locali? Questo il primo pensiero che salta alla mente quando inizio ad ascoltare “Catacatassc’”, primo brano del disco d’esordio de La Bestia Carenne. Intendiamoci bene però: qui l’influenza del famoso ed indimenticato chitarrista belga si sente già dalle prime battute ma di Jazz c’è giusto qualcosa, solo un timido accenno; c’è tanto invece di rumorismo tipico della No wave newyorkese e persino di musica tradizionale mediterranea (in particolare greca). Folk quindi? Probabilmente sarebbe piuttosto limitante ascrivere queste tredici canzoni in un solo genere, per cui forse è meglio procedere continuando l’analisi brano per brano senza scadere in inutili “etichette”. In fondo di idee il gruppo è pieno, come si evince in “Il Sapore”, che a tratti ricorda anche Vinicio Capossela, e in “Billy il Mezzo Marinaio”, un dolce e malinconico Swing che ci riporta indietro fino agli anni cinquanta. L’inizio di “Le Cose che Desideri” addirittura rimembra lo stile Frippiano, ma conclude collegandosi con una traccia di appena ventuno secondi dal titolo eblematico “#1” in cui un piccolo vociare fa da sottofondo a un cantato in lingua inglese; giusto il tempo di introdurre “La Vacanza di un Ferroviere” dedicata a una categoria di lavoratori di cui spesso ci si dimentica di parlare nelle canzoni. Il viaggio sonoro prosegue con “Transkei” e “Una Macchina Trasversale”, in cui Giuseppe Di Taranto (voce e chitarra acustica) Antonello Orlando (chitarra elettrica), Paolo Montella (voce, basso e tastiera) e Giuseppe Pisano (percussioni) raggiungono l’apice del mio personale indice di gradimento. E così si giunge al secondo spartiacque, “#2” , che però forse avrei evitato, in quanto non aggiunge né toglie nulla al valore artistico del disco. “Jeanne” è un piccolo concentrato di perfetta arte sonora, genuina e spontanea, tanto quanto lo scorrere molto enfatizzato ed accentuato delle dita sulle corde della chitarra in “Toccare”. “Uno Studente e Vysotskij” e la malinconica “Cadillac” chiudono questo disco che è praticamente privo di difetti . I quattro ragazzi campani hanno già un curriculum fatto di oltre ottanta concerti di cui molti in apertura per artisti quali Brunori Sas, Francesco Di Bella, Folkabbestia, Giovanni Block, Nick Mulvey, Nino Bruno e le 8 Tracce, Modena City Ramblers e 24 Grana ma sono sicuro di una cosa: verrà il tempo (presto… molto presto!) in cui saranno loro i veri headliner della serata! Bob Dylan e Neil Young sono stati avvisati.

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Sydyan – Benefico Perturbante

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I Sydyan dicono nel terzo pezzo di questo Ep: “C’è divisione tra bene e male”. Ma in questo caso ci sono solo elementi buoni che permangono durante l’ascolto di Benefico Perturbante. Il gruppo veronese nasce nel 2005 dalla penna di Michele Ambrosi e dal bisogno incipiente di dare voce alla propria soggettività trasponendo in musica le suggestioni del quotidiano vivere.
Dopo aver assunto la forma di quintetto tante cose sono cambiate sia nella dimensione live sia in quella da studio. Ecco quindi che spunta fuori lo strano ed inusuale incrocio musicale che assume le fattezze di un  taglio cantautorale già vivo negli esordi e di una componente elettrica istintiva, incalzante, a tratti vicina a certa psichedelia rarefatta ma sempre viva dei giorni nostri.
Sono proprio queste le atmosfere che si respirano sin dall’iniziale “(Se so) Stare con te”, in cui ci sono suoni che ricordano da vicino i Subsonica, i Bluvertigo e i Soerba (insomma la creme del Rock Elettronico anni Novanta italiano). In “Vuoto” invece è una chitarra allegra a far da padrone almeno per gran parte del brano (fino a quando non arriva un piano a ricordare quelle melodie care ai Gazebo di “I Like Chopin”).
La convivenza fra i due strumenti è pacifica e spontanea anche nel successivo brano, il già citato “Sia Bene e Male”. “Profumo” odora (concedetemi il gioco di parole) di Indie Rock alla inglese, anche se lascia trasparire qualcosa di natura italica (giusto per non allontanarsi troppo dalle origini). “Aspettiamo” è l’unico video per ora tratto da  Benefico Perturbante, una scelta giusta perché la canzone ha degli arrangiamenti più curati rispetto al resto dell’Ep ed ha tutte le carte in regola per diventare un caso da migliaia di visualizzazioni su Youtube. Mentre mi concedo questa recensione le visualizzazioni sono a quota 287 ma certamente il numero crescerà di giorno in giorno.
“Larutinmiaiuta” mette fine (purtroppo) a questo lavoro che lascia un po’ di amaro per la sua brevità (poco più di venti minuti la sua durata) ma lascia ben sperare per il futuro del gruppo.
Se si fosse optato per includere almeno due o magari tre brani in più i Sydyan avrebbero potuto guadagnare forse qualcosa ma va bene anche così.
Le scelte artistiche non si discutono mai in fondo…

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Einila – Altrimenti

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Einila è lo pseudonimo sotto cui si cela un trentenne polistrumentista nato e vissuto a Marghera  con alle spalle militanze in diverse band (Sthenia, Vinyl Fucktory) ed oggi arrivato finalmente al suo primo progetto solista.
Questo lavoro appare abbastanza variegato nelle atmosfere anche se ci sono spesso chiari riferimenti ai Lunapop e al suo leader Cesare Cremonini (oggi stimato solista), soprattutto nell’opening track, “Sei Fiero di me?”.

Qualità lo-fi invece per le successive “Non c’è Più Energia” e “Share Revolution” in cui possiamo dire che si tocca il top (nel primo caso citando il pop più Indie di Moltheni, nel secondo caso facendo ricorso a un inaspettato e geniale Electro Pop).
“Chiudo Gli Occhi” invece ha un sapore più sixties anche se le chitarre sono abbastanza in risalto rispetto a tutto il resto (penalizzando leggermente l’ascolto) mentre una base ossessiva caratterizza “10.000 Estati al Mare”, in cui un testo mai troppo scontato fa capire che Einila ha la stoffa per aspirare a diventare famoso.
Non è esaltazione o celebrazione di un fenomeno, ma “Prima Cover” riassume il succo di quanto detto precedentemente chiudendo quello che sarebbe secondo scaletta la conclusione del lato A della cassetta (che è ritratta anche in copertina sotto forma di una d-c 90 Tdk come si usava negli anni ottanta).

Il “lato b” inizia invece con “Marghera” dimostrazione d’amore per la patria del cantautore One Man Band e prosegue con “Ho Fame”, canzone che non avrebbe sfigurato su un album dei Bluvertigo o dei Subsonica.
“Fish & Chips & Maccheroni” sembra uscita dalla penna (o dalla chitarra) di Beck, mentre “.L.T.I.D.A” forse è l’unico pezzo che sinceramente non avrei incluso nella tracklist in quanto troppo ripetitivo nei suoni.
Concludono il tutto “Enna Per la Vergogna” e “Seconda Cover” che per fortuna rialzano di molto la media con una voce che finalmente non risulta coperta massicciamente dal resto.
Le basi per un buon futuro ci sono tutte, ma forse la prossima volta è meglio ricorrere all’ausilio anche di altri musicisti e soprattutto di un valido produttore che sappia dare maggiore incisività sui suoni.

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Giacobs – La Rivoluzione Della Domenica

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La malinconica e accattivante “Come Vento” apre l’album d’esordio La Rivoluzione Della Domenica di Giacobs curato da Rossano Villa (Meganoidi) presso gli Hilary Studio di Genova ed uscito a marzo 2013 distribuito in solo formato digitale da Zimbalam.
Della canzone è stato girato anche un bellissimo video, che vi consiglio vivamente di vedere su Youtube, realizzato da Sfiamma Production in cui l’animazione fa da padrona.

Il disco vede anche la partecipazione di Michele Savino alle tastiere, ai pianoforti e ai cori, del già citato Rossano Villa ai fiati e alle fisarmoniche, di Saverio Malaspina alle batterie e percussioni, di Laura Marsano alle chitarre acustiche ed elettriche, di Dario La Forgia al basso e di Fabrizio Cosmi alla chitarra elettrica nel brano “Tu Non Cambiare Mai”, che pur essendo a metà della scaletta risulta certamente il migliore episodio sia musicalmente sia liricamente.
La scuola genovese ha da sempre prodotto i migliori artisti in Italia in tutti i campi, da Gino Paoli a Fabrizio De Andrè per passare per Paolo Villaggio e forse Giacobs è l’ultima grande scoperta nell’universo cantautoriale italiano.
Il suo stile ricorda  a tratti quello di Luca Carboni a tratti quello di Federico Fiumani dei Diaframma ma tanti altri potrebbero essere citati ancora come riferimenti (persino la musica dei Les Negresses Vertes e dei Manonegra) anche se c’è molto di originale nel suo modo di scrivere e interpretare i pezzi.
“Non mi Rimane Che Aspettare (Perché tu Sei Perfetta)” è infatti allegra, spensierata e ballabile quanto basta per poter dire che è “bella da morire” (per citare alcuni versi della canzone).
Di tutt’altra pasta è invece la successiva “Vivere Vivendo”, lento caratterizzato dalle note del pianoforte che ben si mixano con la voce e che fanno da padrone rispetto a quelle degli altri strumenti.
“Il Leone e la Gazzella Sono Anche Qui in Città” ha un titolo tanto emblematico quanto bello e leggendone bene i versi si intuisce che è una semplice parafrasi della vita di città della società moderna.
“La Rivoluzione Della Domenica” ricalca un po’ i Tiromancino mentre “E’Impossibile” è aperta da tastiere che ricordano un po’ quelle del purtroppo da poco defunto Ray Manzarek dei Doors.
“Il Desiderio” invece è forse la più rock delle dieci canzoni contenute in questo disco mentre la successiva “E un Fiore Coglierò Per te” è intrisa d’amore e dolcezza.
Chiude il tutto “Questo Cielo è Una Dolce Poesia” pezzo acustico unplugged dalla durata breve (poco più di due minuti).

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Zocaffe – Noi Non Siamo Figli

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Certi dischi sono inequivocabilmente belli o brutti. Questo secondo disco Noi Non Siamo Figli dei lucchesi Zocaffe oltre che bello, è un disco necessario in un tempo in cui, come profetizzato da molti, la bieca civiltà dei consumi omologa di tutto e tutti come dentro un lavandino dopo che gli si è tolto il tappo, e pare che sia arrivato a fagiolo per programmare e trascinare un manciata di buona musica molto personale e con le diottrie giuste per vedere lontano.

Lavoro contro e con tutte le atleticità a posto per un ascolto intelligente, un ciclone creativo che infila generazioni a confronti, quella patina di provincia capace di tirare dalla propria parte l’orecchio, quel ruspante declinato a personaggi, storie e vicissitudini che – insaporite da Folk, Funk, frizzi Punkabilly e lazzi Rock’n’Roll – portano a sintesi un affresco genuino ed un repertorio coloratissimo di padronanza e verve; dieci tracce che non riescono assolutamente a bilanciare qualsiasi cosa che attiri noia, un giro sonoro che innesta spavalderia a mille, uno scossone vitale che non ha compromessi, o lo si ama o lo si odia, e l’amarlo è la cosa più spontanea che possa esistere. Un disco che riparte dalle meraviglie accusatorie di un Rino Gaetano, la titletrack, “I Boschi di Fiano”, “Tatiana”, la stupenda ballata con tanto di brass al seguito “Il Funerale”, lo scatto vulcanico del Pan Del Diavolo “Paoletta” e l’anima folk di un Giuradei o Muschitiello “Gianni”, tracce che raccontano  sfighe, amori, difetti, spensieratezze sospese e luci ombrate, un pozzo senza fondo di piccole gemme che si inseguono una con l’altra e che rimangono in aria per un tempo non calcolabile.

A fine ascolto tutto lascia pensare che molti altri ascoltatori si accontenteranno anche solo della confezione ordinaria per portare a casa questo meraviglioso cd, trattandosi – senza esagerare – di uno dei dischi più ispirati e beatamente squilibrati in circolazione, un album che i nostri Zocaffe hanno messo insieme pur di allungare la loro parabola artistica che non accenna – anche dopo aver lussato le giunture nei ritmi sausaliti di “Matrimonio” –  a perdere un milligrammo

http://www.youtube.com/watch?v=SiTId3QqVxY&feature=youtu.be

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