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Colapesce – Infedele

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Recensioni #12.2017 – Beck / Kamasi Washington / Davys /

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VIAGGI MUSICALI | Intervista ai Captain Mantell

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Push Button Gently @ Garbage Live Club, Pratola Peligna (AQ) 10/12/2016

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Al Garbage Live Club di Pratola Peligna (AQ) si suona a terra, in mezzo al pubblico, tra la gente, sopra il sudore e le birre rovesciate che ti fanno lo sgambetto e ti buttano giù come se vodka e birra non bastassero. Si suona così per una scelta precisa; eliminare quanto più possibile il distacco tra gli artisti e chi li ascolta, che di ragazzini alle prime armi che si credono rockstar ne abbiamo fin troppi. I piccoli locali come questo, che danno spazio alle formazioni emergenti tagliando fuori le cover band e i karaoke, sono la palestra perfetta e necessaria per diventare grandi e imparare a costruirsi un pubblico, prima che sia il pubblico a cercarti. Lo scorso sabato, sul (non) palco del piccolo club abruzzese c’era una grandissima band londinese; anzi no, c’erano i Push Button Gently, che, musica a parte, di britannico hanno ben poco trattandosi di quattro ragazzi provenienti dalle parti di Como e Lecco. Musicisti in gamba, non proprio giovanissimi, che hanno preso in pieno lo spirito di questo locale integrandosi perfettamente tra la fauna autoctona già prima di iniziare il concerto. Non si tratterà di una band d’oltre manica, eppure, il loro suono non solo non ha nulla da invidiare a tante formazioni emergenti della City riportando alla mente, anche in maniera netta, un certo Brit Pop, di quello più sporco e sghembo. L’influenza dei Beatles è palese, soprattutto nella linearità del disco più che nel live, ma non tutto si riduce a questo e l’azzardata auto definizione di Technicolor Fuzz Rock prende una forma più precisa col passare dei minuti e dei brani. Non solo Brit Pop, dicevamo, e non è certo un caso se Francesco Ruggiero alla batteria sembra pestare come un matto avendo scoperto che Darkwave, New Wave e simili sono la sua primaria passione. Discorso simile per Julio Speziali, voce (ma anche chitarra e basso all’occorrente) della band, con una timbrica forse non pulitissima e perfetta stilisticamente ma che ha il pregio di incastonarsi perfettamente, col suo incedere volutamente claudicante, dentro i continui cambi di ritmo dei pezzi, nelle intercapedini tra note e rumore; voce che ha anche il pregio di mostrare una duttilità impressionante, riuscendo a evocare tanto il Soul yankee, quanto il Pop continentale e un certo cantautorato fuori dal comune. Mai forzato l’apporto di Natale De Leo ai Synth, che non esagera e si limita a impreziosire brani già dalla struttura portante ben salda mentre fondamentale è il lavoro di Nicolò Bordoli, che, oltre alla chitarra, aggiunge la sua voce a supporto di quella di Speziali.

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Il live inizia con “Hurkah”, opening dell’ultimo disco ‘Cause e il resto del concerto sarà tutto incentrato sulla presentazione dei suoi brani, con tutta la tracklist riproposta, più una versione alternativa di “Morning Sailor” nella parte finale. Ci penserà il bis, richiesto da alcuni, a farci ascoltare qualcosa di più vecchio e la cosa non potrà che farci piacere, considerando che, alle spalle, i comaschi hanno tanti altri lavori interessanti, tra cui Confortable Creatures, Fuzzy Blue Balloon e Uru. I quattro ci sanno fare, si dimostrano ottimi tecnicamente, meno nel rapportarsi col pubblico forse; ma sanno come scrivere canzoni, scegliendo ottime armonie e linee melodiche e fanno anche un lavoro eccelso in fase di esecuzione, riuscendo a mantenere intatta una certa propensione al Pop di fondo, pur suonando spesso “storti”, come ha detto qualcuno di fianco a me, cioè con variazioni continue, feedback, rumorismi, interruzioni, e schitarrate pesanti che, in alcuni punti, sembravano quasi volersi trasformare in note Stoner. Sono proprio i pezzi più potenti e nevrotici, quelli in cui i Push Button riescono meglio, mentre convincono meno nelle ballate più languide e morbide. Nonostante le influenze fuori confine siano molteplici ed evidenti, non possono mancare i paragoni col panorama italiano e qui, necessario è l’accostamento con i Verdena, specie per quella capacità di mantenere intatto lo scheletro dei brani mentre intorno sembra scatenarsi un cervellotico caos sonico. Nei lombardi sembra sempre un po’ troppo tirato il freno a mano, rispetto ai colleghi, ma le similitudini non sono certo una forzatura, nonostante la differenza di lingua (i nostri cantano in inglese); come non lo sono quelle con i veneti Jennifer Gentle, nei passaggi più psichedelici, o ancora con i milanesi Fuzz Orchestra, anche se l’aspetto sperimentale e rumoristico è molto meno presente.

È stato un live gradevole, soprattutto nella prima parte, che ha messo in mostra una band ancor più meritevole di quello che non poteva sembrare su disco. C’è ancora e ci sarà sempre tanta strada da fare per loro ma sono assolutamente già pronti per calcare palchi più importanti di quelli di piccoli club di provincia senza dimenticare quanto sudore hanno versato, quanta birra bevuto e quanto affetto hanno ricevuto in questi piccoli club di provincia.

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VIAGGI MUSICALI | Intervista ai Push Button Gently

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VIAGGI MUSICALI | Intervista agli Harmonic Pillow

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La Scimmia intervista Alan Parsons

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Qualche giorno prima del live di lunedì scorso 11 luglio al Laghetto di Villa Ada. Siamo sulla terrazza del 47 Hotel a Roma, a destra la Bocca della Verità, a sinistra l’anagrafe. Io e il mio manager diamo da bere alla smania con due peroncini pagato 8.50 euro l’uno mentre Parsons ritarda.

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Sara Velardo – 3

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Sara Velardo è una giovane cantautrice con un carattere forte, pochi peli sulla lingua e una quantità di energia e passione davvero invidiabili. Dopo due album di matrice prevalentemente acustica il suo terzo lavoro in studio, intitolato 3, evolve verso un sound più elettrico e Rock, riuscendo a trasmettere tutta la necessità espressiva dell’autrice, con ancora maggiore enfasi e impatto. Questa svolta elettrica la avvicina ancora di più e per molti versi a cantautrici Rock come Carmen Consoli e Paola Turci.

Sara Velardo, però, con il suo personale stile diretto, ma al tempo stesso carico di sensibilità, ci parla dell’attualità che spesso fingiamo di non vedere, raccontando dal suo punto di vista storie che si legano a doppio filo con tematiche sociali e di degrado, che includono riflessioni sull’immigrazione e sulla violenza sulle donne. Potremmo definirla come una dolce violenza, spesso enfatizzata dalla voce di Sara, dal cambio di registro linguistico e dall’uso del dialetto calabrese , che attraverso i suoi suoni ruvidi e incalzanti, come in “Trageriaturia” e “Migranti”, riesce a superare la barriera linguistica. In generale lo stile del disco non cede  mai il passo a frivolezze e mode passeggere e richiama suoni e sapori antichi, senza suonare vecchio e polveroso. Tra i nove brani si spazia molto: dal cantautorato americano un po’ sixties, che porta con sè tutta l’aria delle strade metropolitane ad episodi in cui la vena femminile e leggiadra prende il sopravvento per brani dalle atmosfere sospese, fino al Pop e agli spunti ritmici tribali.

Possiamo dire che 3 è sicuramente un disco sincero e vissuto, un racconto lucido e moderno in cui c’è spazio per una cover dei Beatles (“Tomorrow Never Know”), per un quasi Rap sperimentale de “I Confini Di Casa Mia”, fino alle ballate struggenti “Come Una Poesia”, senza sembrare contradditorio ne’ confusionario, anzi.

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The Winstons – The Winstons

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I The Winstons sono un trio formato da Enro Winstons (tastiere, fiati, voce), Rob Winstons (basso, chitarra, voce) e Linnon Winstons (batteria, tastiera, voce). Trattasi di un rockettaro, ma pur sempre amorevole, papà e dei suoi pargoletti? O forse di 3 giovani capelloni scapestrati conosciutisi in un college, magari a sud-est di Londra, che scoprendo di portare lo stesso cognome e strimpellare 3 diversi strumenti decidono di metter su un gruppo per far baldoria insieme? No, niente di tutto questo, almeno in parte, perché dietro ai nomi sopra citati si celano le figure di 3 rappresentanti di razza della musica italiana degli ultimi anni: Enrico Gabrielli (Enro), Roberto Dell’Era (Bob) e Lino Gitto (Linnon), vero però è che soprattutto a sud-est di Londra il trio tende lo sguardo, alla Canterbury dell’indimenticabile decennio 65-75, e trattandosi dunque di Progressive era pressappoco impossibile che ad occuparsi di loro non fosse che la AMS Records, casa discografica molto attenta al presente come al passato di questo genere musicale. Il disco si apre con “Nicotine Freak”, brano scelto anche come singolo ad anticipare l’uscita dell’album, scelta più che condivisibile poiché si tratta di uno dei pezzi migliori del lotto ed è capace di rendere da subito chiare le intenzioni del trio. La voce, seppur meno emozionale, richiama a Robert Wyatt, il lavoro sulle armonizzazioni vocali è più che buono e musicalmente “Nicotine” suona come un Progressive che col passar del tempo diviene sempre sempre più freak. Si prosegue con brani che pur conservando sempre una matrice Progressive e Psichedelica si muovono in diversi territori, passando da brani più jazzati (“Diprodton”, che porta in realtà un titolo giapponese) a caldi saliscendi Pop (“Play With the Rebels” e “She’s My Face”) senza lasciarsi sfuggire neanche atmosfere più cosmiche (“…On a Dark Cloud”) o colorazioni in parte più scure e robuste (“Dancing in the Park With a Gun”). I 3 Winstons si muovono piuttosto agevolmente tra tutti questi territori ed il disco scorre via piacevolmente, ma senza picchi in grado di regalare quelle vibrazioni, quelle sensazioni, capaci di rendere grande un album o comunque una canzone, e purtroppo nel trittico finale (trittico per chi li ascolterà su CD, MC o in streaming, poiché nella versione in vinile “Number Number”, altra canzone che in realtà porta un titolo giapponese, e che probabilmente risulta essere la migliore delle 3, non sarà presente) il trio mi sembra soffrire un po’ di manierismo, non la migliore delle sofferenze per chi propone questo tipo di sound. Ai nostri, qua e là supportati anche dall’immancabile Xabier Iriondo e dalla tromba di Roberto D’Azzan, va il merito di ricordare molti ma di essere uguali solo a sé stessi, durante l’ascolto oltre al già citato Robert Wyatt, non sarà difficile trovare influenze dei Gong come dei Beatles, di Kevin Ayers come dei primissimi Pink Floyd e molto altro ancora risalente al già citato decennio dal quale gli Winstons sembrano provenire e non solo amare e celebrare, o prendere a pretesto per sfornare un disco. Il trio suonerà live in lungo e in largo per l’Italia per tutto il mese di Gennaio (e non è da escludere vengano annunciate nuove date in seguito), consiglio agli amanti del genere di selezionare la data più vicina a casa propria e non mancare all’appuntamento, credo che dal vivo gli Winstons possano regalarci belle sorprese essendo ancor più liberi di poter suonare free.

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TOP 3 ITALIA dei singoli redattori di Rockambula

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Tymon Dogg – Made of Light

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La luce artificiale in copertina potrebbe ingannare. Una luce fredda e squadrata che poco si intona con il violino del musicista britannico. Cinquant’anni di carriera e un portfolio da far raddrizzare tutti i peli in corpo. Collaborazioni con Paul McCartney, James Taylor, Jimi Page, The Moody Blues, Ian Hunter. Per non parlare della sua fraterna amicizia con Joe Strummer, che l’ha portato a militare anche nei Mescaleros (stupendo il suo violino in “Silver and Gold” dall’album “Streetcore”). La luce è dunque vivida, offuscata dalle nuvole della Gran Bretagna, bagnata come la rugiada e bianca come la pelle dell’ormai sessantacinquenne Tymon Dogg. Made of Light è un album estremamente maturo eppure così vicino alle radici della musica Folk d’oltremanica, con un piede nella prateria e uno verso la grande città. Un suono di altri tempi trapiantato nel 2015. La forza della sua voce e del violino vengono subito sprigionate dalla rabbiosa “Conscience Money”, violenta, virale, quasi a risvegliare Strummer e i fantasmi della ribellione. “A Pound of Grain” è proprio un inno al veganesimo. A detta di Tymon la canzone è stata proprio ispirata dai discorsi con l’ex Clash riguardo lo sfruttamento degli animali da parte dell’uomo. I suoni sono acustici ma risuona in ogni nota la prepotenza del Punk degli anni d’oro e quello spirito gypsy che strappa sempre un sorriso sulle labbra. La title track è intensa, liturgica, grido straziante a richiamare un Dio dimenticato. Qui Tymon si fa accompagnare da chitarre classiche, mentre il violino innalza la voce verso il cielo. Le sfaccettature di questo disco non finiscono qui; “Like I Used to Be” e “Perfect Match” sembrano rubate ai Beatles di Revolver, un bel sorriso in un giorno esageratamente estivo in un paesino d’Inghilterra. La melodia danza indisturbata anche nella meravigliosa ballata “As I Make my Way”, simbolo della spontaneità e della semplicità di questo onestissimo musicista. Un canto quasi ubriaco, e per questo vera quanto mai. La voce di Tymon Dogg è tremendamente inglese e tremendamente saggia, in una canzone è capace di descriverci la meraviglia della vita buttando dentro suo padre, suo figlio e tutto se stesso. Aggiungiamoci la forza di un violino Punk mai troppo invadente e di una luce tutt’altro che artificiale, capace di illuminare il nostro paesaggio creando colori abbaglianti e ombre che con questo suono fanno meno paura.

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Il Video della Settimana: Roxanne de Bastion – “Seeing You”

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La berlinese Roxanne de Bastion ha scelto Londra, circa sette anni orsono, per iniziare una carriera in compagnia della sua chitarra e della sua voce. Dalla city ha iniziato a girovagare per tutto il regno portando la sua musica ovunque fino a raggiungere anche l’Italia, dove in questi giorni è in tour. Il primo album, dichiaratamente ispirato a Beatles, Dylan e Regina Spektor  è del 2012 mentre da poco è disponibile il suo Ep Seeing You e proprio il brano “Seeing You” è il protagonista del nostro nuovo Video della Settimana che trovate di seguito ed in homepage.

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