Aphex Twin Tag Archive

Torna il Manifesto Fest, dal 21 al 23 marzo a Roma

Written by Eventi

Tutte le info sull’edizione 2019 del festival romano dedicato alla musica elettronica e alle sperimentazioni.
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‘Chi suona stasera?’ – Guida alla musica live di novembre 2018

Written by Eventi

Iceage, Beach House, Mamuthones, Any Other, The Flaming Lips… Tutti i live da non perdere questo mese secondo Rockambula.

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Lettere da Barcellona | Primavera Sound Festival 2017

Written by Live Report

Anche questa edizione appena trascorsa ha confermato il Primavera Sound Festival come il punto di incontro fondamentale per gli amanti della musica da oltre 125 paesi. Si stima che gli spettatori di questa diciassettesima, tra i concerti al Parc del Fòrum e le performance collaterali in centro città, siano stati oltre 200 mila. Ai 346 live in cartellone se ne sono aggiunti una ulteriore quindicina, annunciati a sorpresa durante i tre giorni della kermesse. Ma basta ragionare in numeri, che non sono mai lo strumento migliore per dipingere atmosfere.

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Sixty Drops – Turquoise

Written by Recensioni

10 SONGS A WEEK | speciale Primavera Sound 2017 #02.12.2016

Written by Eventi, Playlist

Mercoledì mattina, dopo 12 ore di countdown sul sito ufficiale del festival catalano, è stata svelata la line-up dell’edizione 2017 del Primavera Sound. Dedicare la playlist settimanale agli artisti che si esibiranno sui palchi del Forum del Mar è d’obbligo!
Rileggetevi com’è andata l’anno scorso e affrettatevi con le prevendite.

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The Use – What’s the Use?

Written by Recensioni

Si può prendere la complessa lezione IDM (Intelligent Dance Music), per definizione distante dal grande pubblico, dalle masse e spingerla a un livello tale che possa essere compresa anche da chi cerca nell’Electronic Music trame quanto più possibili semplici e immediate? Prova a rispondere a questo interrogativo Michael Durek, il nucleo della formazione di Jersey City nominata molto semplicemente The Use e la sentenza non sarà per niente così scontata. Come accennato, nella costruzione delle aggrovigliate e mutevoli armonie elettroniche, il punto di partenza è da ricercarsi nelle tortuosità e nelle ostentazioni ritmiche dell’IDM di Aphex Twin, Boards of Canada e Autechre eppure la musica di The Use, pare andare ad affondare le proprie radici ancor più lontano, nella musica classica di Bach e Chopin, i veri maestri del talentuoso Michael Durek e coloro che ne hanno forgiato i tratti distintivi. Da questi elementi, attraverso una serie di esibizioni live, si è sviluppato con naturalezza il suono che poi andrà a formare questo What’s the Use?, carico di rumore e totalmente, o quasi, privo di precise tempistiche e struttura, in chiave perfettamente Glitch Hop, come suggerisce anche la biografia che lo vede al lavoro su opere di Dre, Cypress Hill ed Eminem. A tutto questo, aggiunge un tocco Wonky in stile Flyng Lotus ed ecco pronto un debutto degno di ogni attenzione. Ciò che farà da ponte tra il primo Durek e quello odierno, sarà l’esperienza, soprattutto live, con i Pas Musique.

Fatta questa doverosa premessa, resta da buttare giù delle considerazioni sul disco e rispondere alla domanda iniziale. Di certo The Use riesce a semplificare materia multiforme con destrezza e prova ne sono l’opening “Hello Everybody” così come diversi brani successivi (“Aunt Joanne’s Metaphysics”, “Slim’s Pursuit”, “Ripe”), spesso sfruttando suoni particolarmente vintage e accattivanti (“Where Ya Been feat. Trinitron”, “Dying Breed”). C’è tuttavia da ammettere che i cambi di ritmo, le spregiudicatezze Noise, le volute e ricercate imperfezioni (“Time Burton”, Bird Song feat. Rachel Mason”) rendono particolarmente arduo un ascolto trascinante, quasi danzereccio e comunque agevole sulla lunga distanza. Ciò che riesce a The Use è produrre transitori ed effimeri varchi tra due mondi più lontani di quanto si possa immaginare, attraverso vibrazioni e ritmiche attraenti ed esaltanti dentro contesti di natura antitetica.

Ricordate la domanda iniziale? Si può prendere la complessa lezione IDM e spingerla a un livello tale che possa essere compresa anche da chi cerca nell’Electronic Music trame quanto più possibili semplici e immediate? Per ora la risposta è un secco no (si prendano le ultime due tracce, “And God Created Great Cephalopods” e Halo Alchemy” come esempio in tal senso) con un “ma” enorme però. Quello che si può fare, ciò che The Use nella persona di Michael Durek ha fatto in questo What’s the Use? è un tendere la mano, accompagnare un ascolto arduo attraverso l’uso di elementi e sonorità più semplici, gradevoli al primo ascolto, un modo per avvicinare e spingere a provare anche i più scettici, evitando di creare muri tra ascoltatore e artista. Questo è il grande merito di What’s the Use? che, per contro, difetta per brani veramente memorabili e suoni fuori dal comune. Un disco ordinario, con un intento straordinario e centrato solo a metà.

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Aphex Twin – Syro

Written by Recensioni

Molto è già stato detto a proposito di Syro, ma “discretamente spettacolare” è senz’altro la definizione più improbabile tra quelle che ho avuto modo di udire. Al cospetto di Aphex Twin il timore reverenziale prende il sopravvento e il critico si arrampica sugli specchi scalandoli a suon di ossimori. Credo di poter affermare con una buona dose di certezza che, in questi tredici anni che lo separano da Drukqs, nessuno di noi ha avuto alcun dubbio sul fatto che l’atteso ritorno di Richard David James in versione Aphex avrebbe confermato la qualità delle sue produzioni, indiscutibilmente impeccabili dal punto di vista tecnico per ognuno dei moniker dietro cui si è celato in questi anni. Il problema però è che quando sei uno che ha in curriculum almeno un paio di album che definire stelle nel firmamento musicale dell’era moderna è riduttivo, poiché si tratta piuttosto di comete dalla lunga e feconda coda, se non di veri e propri Big Bang da cui è schizzato fuori il futuro, quand’è così non puoi tenerci tutti sulla corda per oltre un decennio e poi sperare cavartela con un disco come Syro. Dopo un primo ascolto che mi lascia nello stato d’animo con cui formulo i pensieri impuri di cui sopra, mi viene da prendere il primo aereo per Londra per andare a citofonargli e chiedergli il perché, ma in redazione giudicano la mia trovata un tantino fuori budget, per cui mestamente ripongo la valigia e per capirci qualcosa in più sono costretta ad attendere di poter spulciare la lunga intervista di Philip Sherburne (http://pitchfork.com/features/cover-story/reader/aphex-twin/#cover ). È vero, assimilare i risultati dell’estro schizofrenico dell’uomo noto ai più come Aphex Twin, incasellare dischi come Selected Ambient Works 85-92 nel panorama dei generi, e ancor più comprenderne con lungimiranza gli effetti, non è mai stata cosa immediata. Pare che le registrazioni abbiano occupato gli ultimi sette anni. A sentirlo però, Syro non ha affatto la faccia di una produzione spalmata su un arco temporale così ampio. Sebbene sia stato confezionato passando per ben sei diversi studi e saltellando come di consueto tra svariati universi sonori, si tratta di un’opera tutto sommato omogenea, ed è questo uno dei fattori che la rende il lavoro più accessibile tra quelli di Richard. Non ci sono le grida raccapriccianti di “Come To Daddy”, non c’è l’impasto sonoro viscoso di “Window Licker”. Pop friendly e senz’anima, questo è quanto al primo impatto, e non è certo la foggia con cui ci si aspettava di vederlo tornare dopo l’Ambient sopraffino di Drukqs. Oh sì, Richard caro, se mi avessi invitata a cena al posto di Pitchfork il mio sarebbe stato un vero e proprio cazziatone. Consapevole lui stesso che di innovazione non si tratta, Aphex definisce Syro conclusivo di una fase, un gesto doveroso prima di poter aprire il nuovo, nuovissimo capitolo che dice di avere in serbo – which is kind of uncategorizable, stando alle sue parole – in linea con la leggenda che narra dei suoi hard disk pieni zeppi di materiale inedito che si rigenera in perpetuo.

La tracklist evoca i gingilli dell’elettronica primordiale (“CIRCLONT6A [141.98]”, “CIRCLONT14 [152.97]”, lo stesso singolo “minipops 67 [120.2]”), di cui come consueto Aphex fa largo uso. Gli si perdona l’ossessione per il passato, comun denominatore della contemporanea elettronica e non solo, perché lui è il passato. In lui la devozione all’analogico è un fattore che rende il prodotto finale atemporale e riconoscibile, nelle sue geniali opere di mixaggio abilmente calibrate e irripetibili di esperienze sonore estremamente distanti. Ma Syro rompe schemi che Richard James ha già mandato in frantumi da tempo. Ciò lo rende poco più di un elegante esercizio di stile, in cui per giunta non si prodiga in episodi memorabili. Nella sua chiacchierata con Sherburne, Richard rimpiange gli anni della Rave culture, quando l’evoluzione della scena musicale seguiva il suo corso senza le interferenze di internet che rende i progressi compiuti accessibili a tutti ma contemporaneamente tutto appiattisce: The holy grail for a music fan, I think, is to hear music from another planet, which has not been influenced by us whatsoever. Or, even better, from lots of different planets. And the closest we got to that was before the Internet, when people didn’t know of each other’s existence. Now, that doesn’t really happen. Che in altre parole suona un po’ come un “Ok, comprendo perfettamente la vostra ricerca spasmodica per il ‘mai udito prima’, ma il web è un calderone di ispirazioni di cui si fa un uso sconsiderato e arido, ed è per questo che poi succede che Syro non risulta essere la ‘musica da un altro pianeta’ che l’intero pianeta si aspettava da me”. Eccoci perciò di fronte a un disco che fluisce pulito e puntuale, in atmosfere certo più fruibili che in passato sebbene a volte i tempi risultino eccessivamente dilatati, come in “XMAS_EVET10 [120][thanaton3 mix]”, che esordisce frenetica per poi dilungarsi a declinare il tema in matasse di synth. Alcuni episodi garantiscono la nota inquietante, come il ritmo pulsante e asimmetrico dei glitch sui vocalizzi robotici di “CIRCLONT6A [141.98]”. “syro u473t8+e [141.98]” viaggia invece sul tracciato Electro battuto nell’ultimo decennio dagli EP Analord. C’è spazio anche per divagazioni Space Funk (“minipops 67 [120.2]”) e Drum’n’Bass magnetica e caotica (“s950tx16wasr10 [163.97]”), con tregue di sensuale Chillwave (“produk 29 [101]”). Un saggio completo delle proprie capacità eseguito magistralmente, che lascia però perplessi, e quasi ci persuade del fatto che sia il caso di maledire il progresso se per avere internet sul telefonino il prezzo da pagare sia un Aphex che non riesce più a rigenerarsi. In realtà tra Drukqs e Syro ci sono state un sacco di cose oltre alla musica e all’avvento del web. C’è la Scozia, e poi una moglie e due bambini, di cui campiona le voci per incastonarle nei suoi esperimenti, distorte e irriconoscibili ma molto presenti (pare che dai suoi lombi sia venuto fuori un ragazzino che ora ha 6 anni e fa anche lui musica, col suo Mac e una versione pirata di Renoise che si è procurato autonomamente). Quasi in chiusura, “aisatsana [102]” si scioglie in Downtempo a base di piano, parentesi catartica più unica che rara in Syro. La traccia che ha per nome l’anagramma di quello di sua moglie Anastasia nasconde forse il germe della metamorfosi da lui annunciata? Non so se riuscirò ad aspettare altri tredici anni per poterlo scoprire. Daje Richard.

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Marcus Fjellström – Epilogue M Ep

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Nato nel 1979 a Luleå, nella provincia di Norrbottens län in Svezia, il giovane artista e compositore ha presto intrapreso la difficile strada di una musica ineffabile e con notevoli difficoltà a far breccia nelle anime delle diverse tipologie di pubblico. Dall’esordio full lenght del 2005 di Exercises In Estrangement, album Electroacoustic il cui l’ultimo pezzo ha titolo italiano (“Campane Morti e Acqua Crescente”), passando per l’evoluzione Experimental e Dark Ambient di Gebrauchsmusik, fino alle conferme stilistiche e Modern Classical di Schattenspieler e gli eccessi di Library Music 1 (i cui diciotto brani non hanno un vero titolo e vanno da “LM-101” a “LM-118”) le sue realizzazioni sonore hanno affascinato sia per la commistione della parte orchestrale con quell’elettronica sia per la presenza di preziosismi visivi. Nonostante la sua musica si presenti come elaborata, complessa e strutturata, Marcus Fjellström, ora trasferitosi in Germania, non ha mai trovato il favore del pubblico italiano (più confacenti le scene nordeuropee e certamente l’ascolto vi aiuterà a capire perché) ma ora vuole provarci, sulla scia delle grandi sperimentazioni teutoniche che stanno interessando anche il pubblico nostrano (vedi Teho Teardo & Blixa Bargeld), pur non adattandosi al caldo clima mediterraneo ma sempre attraverso note fredde, taglienti, inquietanti e oscure.

La giovane età e lo scarso interesse della platea italiana non facciano però pensare a un artista inesperto e dal magro curriculum. Diverse sono le sue collaborazioni (Swedish Royal Ballet, Scottish Chamber Orchestra) intavolate dopo aver studiato composizione e orchestrazione presso la Scuola di Musica di Piteå e aver conseguito il diploma e svariate sono le opere audiovisive da lui realizzate. I sei pezzi di Epilogue M, comprovano tutta la saggezza di Marcus Fjellström e portano a compimento un processo di decostruzione e ricostruzione sonora tesa a unire gli opposti, elevando gli elementi più superficiali e popolari della musica elettronica e abbassando a un grado più accettabile dalle masse, quelli nobili e raffinati propri della musica classica. Una sorta di fusione, sempre in chiave Avantgarde e sperimentale, sulla scia dei maestri come György Ligeti e John Cage, tra classicismi moderni di Bernard Herrmann, Angelo Badalamenti e Zdeněk Liška e l’elettronica e l’IDM di Aphex Twin e Autechre.

Non è certo il capolavoro di una vita, né sarà il disco che farà da colonna sonora ai vostri giorni più felici; non è un traguardo originale visto che tanti hanno provato la stessa strada, da William Basinski a Jóhann Jóhannsson passando per tantissimi altri anche in ambito Soundtrack ma Epilogue M è comunque un’intelligente conferma per un artista ancora da scoprire. Chi di voi non ama ascoltare la musica classica nel vero senso del termine, quella di Bach, Mozart o Beethoven ma ha interesse a scoprirne il lato oscuro e sperimentale troverà in Marcus Fjellström un ottimo spunto.

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Garaliya – Garaliya

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Due galli affascinati dalle immagini psichedeliche che finiscono per comporre musica dietro a delle drum machine, ecco chi sono i Garaliya. Il vinile è il loro cibo, il campionamento è la tecnica di degustazione, e i campionatori l’apparato digerente. Non producono musica di scarto, ma scatti di musica. Per capirci meglio il loro mondo assomiglia molto a quello di Aphex Twin, sia per le affinità noise che per la scelta di utilizzare delle visual importanti all’interno delle loro esibizioni, che trasformano i live in una vera e propria performance art. Lin MoRkObOt e Mizkey si sono messi insieme ed hanno creato i Garaliya, due galli cibernetici che al posto di cantare al mattino, preferiscono ruggire di notte atmosfere tekno-noise, jazz ed a tratti trip pop (trip come Hoffmann più che come i Massive Attack). Un progetto musicalmente diverso per l’Italia, o perlomeno per l’ascoltatore medio di musica elettronica. Un progetto per orecchie argute ed addomesticate al rumore, che mi auguro vivamente non diventi un live set pulito e senz’anima.

Sicuramente da assaporare live, perché é quella la formula in cui i Garaliya prendono interamente forma, e sicuramente da tenere d’occhio per tutti gli amanti dell’ IDM (Intelligent Dance Music). Se pensate ad un duo di musica elettronica convenzionale vi sbagliate, se pensate a due nerd forse ci azzeccate, sicuramente non sono due sprovveduti che aprono per la prima volta Ableton Live e pretendono di fare musica (come purtroppo succede spesso ultimamente).

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