Alt Folk Tag Archive

Recensioni #19.2018 – Des Moines / Armata Del Tronto / Ron Gallo

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Recensioni #12.2018 – Ryley Walker / Makai / Indianizer

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TOP 30 2017 || la classifica della redazione

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Recensioni #11.2017 – Protomartyr / Giulia’s Mother / Night Owls

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Danzando coi fantasmi | Intervista a Persian Pelican [SPECIALE PRIMAVERA PRO]

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Incontro Andrea Pulcini venerdì scorso a L’Aquila. Manca poco alla partenza per Barcellona ma lui e i suoi sodali hanno ancora un paio di faccende da sbrigare in terra italica.

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I DISCHI CHE NON TI HO DETTO | i primi sei mesi del 2016 in 11 album da non perdere

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Persian Pelican – Sleeping Beauty

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Potrei stare ore a scrivere litanie di aggettivi presi dal campo semantico del sonno, della morbidezza, della levità, per darvi un’idea sonora del disco di Andrea Pulcini, in arte Persian Pelican, ma mi annoierei io e vi annoiereste voi.
Invece vi dico che ho ascoltato questo disco lasciandolo depositare prima nel sottofondo della mia giornata e poi nello sfondo di una salutare e pienissima dormita. Una tale perfezione nell’accompagnamento onirico l’ho provata solo con certe cose dei Low. C’è chi – ne conosco qualcuno – si offende quando dici che la sua musica concilia il sonno. Io lo trovo un complimento bellissimo: vuol dire mano precisa, voce calibrata, scrittura carezzevole. Certo, se fai Metal magari fatti qualche domanda.

Il terzo disco di Persian Pelican è questo: preciso, calibrato, carezzevole. Ma con gli aggettivi mi fermo qui. Quello che posso fare d’altro è consigliarvelo sinceramente, soprattutto se vi piacciono le canzoni piccole, con le chitarre perfette nella loro imperfezione, con questi rampicanti di elettrica che fanno scintille leggere, con una voce che spunta cauta dal riverbero, malinconica ma quasi mai triste, serena anche se forse poche volte allegra (e va bene così). Canzoni lievi ma (ci casco ancora) puntuali, esatte, affascinanti. Canzoni sottovoce che pure la batteria, quando appare, non riesce a scardinare da questo abbraccio alle orecchie e al sogno. Anche se la loro forza non si esaurisce lì, fatevi un favore: dormiteci su o, almeno, ascoltatele a occhi chiusi. Non ve ne pentirete.

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Matt Elliott – The Calm Before

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A tre anni dal precedente Only Myocardial Infarction Can Break Your Heart il cantautore di Bristol naturalizzato francese ritorna con un disco che è la quintessenza del suo inconfondibile stile, profondo ed afflitto fino all’accettazione nelle liriche come nella musica, come sempre contaminata da luoghi e tempi vicini e lontani, come sempre attualissima. Siamo quindi ai livelli delle Songs? Forse leggermente sotto ma poco importa finché il Nostro continuerà a sfornare lavori di questa portata. Matt Elliott non ha cali d’ispirazione, i livelli compositivi sono sempre consoni al suo nome, coinvolgenti, abissali, veri, intimi, il suo linguaggio seppur lontano dal mainstream è universale ma colto, la sua voce e la sua chitarra sono una grotta, scura ma sicura, nella quale è sempre meraviglioso entrare, perdersi e ritrovarsi. Questo signore, un disco ai livelli della trilogia, o persino migliore, potrebbe inciderlo anche domani e comunque con questo lavoro non ci va lontano.

The Calm Before, titolo scelto per quest’ultima fatica, non può che far pensare all’espressione la calma prima della tempesta, e ci troveremo ad attenderla questa tempesta che durante l’ascolto verrà più volte sfiorata, accennata, ma senza arrivare mai con quell’impeto che dovrebbe contraddistinguerla se non forse in un caso nel quale non toccherà né a noi né all’autore subirla. Il disco si apre con una breve introduzione musicale per portarci subito alla splendida title track che lungo i suoi 14 minuti ci descriverà l’arrivo imminente di una tempesta sia dal punto di vista meteorologico che metaforico, tra gocce di pioggia, macchie di sole e fogli danzanti, così come tra mostri e fantasmi ben conosciuti che riaffiorano, scopriremo come la tempesta, col suo spazzar lontano la polvere, potrebbe essere il momento opportuno per combattere le nostre ombre interiori e ricominciare se si avrà la forza di non soccombere ad essa. Nel brano, minimale ma ricco ed orchestrato, la voce profonda e la chitarra triste e quieta di Matt saranno accompagnate dal pianoforte e da un contrabbasso distante, archi accennati e rumori di sottofondo a dar voce al vento ne completeranno l’atmosfera. Nella successiva “The Feast of St. Stephen” il Nostro, con la sua nuda interpretazione, renderà trasparente il nero degli abusi sessuali e psicologici di miseri uomini d’ordine religioso su piccoli ragazzini descrivendoci inoltre genitori assenti ed un Dio che preferirebbe non vedere come la sua fede venga corrotta e tradita, ma fortunatamente, come Matt ci ricorda nella suggestiva “Wings & Crown” anche i presunti intoccabili, a qualunque livello, possono cadere e quando ci si schianta da certe altezze l’impatto può essere tremendo. Siamo a contatto col brano più ritmato del disco, la voce è meno grave, la chitarra suona un Flamenco che è un fuoco che soffoca e divampa e che con l’ottimo supporto degli altri strumenti riesce e regalare profumi d’Europa, d’Africa e d’Oriente mentre le linee di basso disegnano la globale instabilità della superbia; in questa densa atmosfera vedremo spezzarsi ali e corone, ad ognuno la propria tempesta. La nostra è tutta dentro, da sempre, sarà la meravigliosa e struggente “I Only Want to Give You Everything” a ricordarcelo, il brano è il più tipicamente ellottiano del disco, un Tango zigano in cui Matt canta il tormento dell’amore non corrisposto e nel quale la tempesta, infine trattenuta, sembra poter esplodere durante quel but you don’t love me che col tempo diventa un coro spettrale che pare chiamare a sé tutte le anime ferite da questa tipologia d’amore, e che più viene ripetuto più guadagna in potenza e pathos (anche musicalmente), per poi però giungere all’ultima ripetizione senza più forze andandosi a spegnere nella drammaticità e nell’accettazione del finale strumentale. Il disco si chiude con la pacificata rassegnazione di “The Allegory of the Cave” piuttosto vicina alla title track per quanto più scarnificata ed evidentemente riferita all’allegoria della caverna di Platone; nel brano la registrazione meno pulita può effettivamente regalare la sensazione di trovarsi all’interno di una caverna, uscendone il viso e gli occhi bruceranno al sole che picchia ma le infinite domande che si agitano dentro continueranno a non trovare risposta costringendoci a vivere comunque nel buio per l’eternità.

Matt Elliott, ancora una volta, riesce a colpire nel segno riuscendo con la sua voce e la sua chitarra a scolpire le nuvole prima della tempesta e con loro tutto il cielo che le circonda, ascoltarlo è rannicchiarsi in sé stessi osservando ed accettando le proprie debolezze ed i propri dolori e sapendo accogliere quelli altrui senza dimenticare di portarci dentro le giuste dosi d’angoscia e perplessità riguardo ad un mondo malato. Se la tempesta dovesse poi arrivare veramente finirebbe col sedarsi incontrando le melodie di Matt. Se la tempesta dovesse poi arrivare veramente non sarebbe che la calma durante, ma non pensate che faccia meno male.

Imprescindibile. L’uomo, ancor più del disco.


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Davide Solfrini – Muda

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Dopo Circadian Blues e Shiva e il Monolocale (primi due EP autoprodotti) ed un album live, Davide Solfrini ci presenta, in collaborazione con New Model Label, il suo album di debutto: Muda. È romagnolo, è ispirato e sa quello che fa e ce lo comunica attraverso un album da tener d’occhio. Lo stile è ispirato senza dubbio ad un Pop datato, ma di notevole interesse, al punto tale da avere il retrogusto di un tentativo modernizzazione dello stesso. Le dieci tracce di cui si compone l’opera risultano tutte ben riuscite. Lo strumentale è leggero ed orecchiabile, com’è giusto che sia nel rispetto del genere. L’ingrediente segreto a garanzia del risultato risiede nel particolarissimo e sottile timbro vocale di Davide, che non può assolutamente passare inosservato, congiuntamente con la stesura di testi coinvolgenti ed intriganti. Inevitabile la domanda: ma cosa vuol dire Muda?

La risposta perviene direttamente dall’artista attraverso la open track, che dona il titolo all’opera. Muda è il caos, la legge che governa gli equilibri di cui l’intero Universo non può fare a meno. E ce lo racconta attraverso sfumature Folk, che sanno quasi di ballata nottura intorno al focolare, adornata da riti tribali. Senza dubbio la versione live, che trova collocazione come credit track, rende molto meglio l’idea. I toni si fanno più aggressivi e l’autore non si risparmia orazioni dal tono sostenuto. Di differente interesse sono tracce come “Marta al Telefono”, un richiamo al Pop di Battisti in perfetto stile, adornato da chorus sottilissimi e quasi impercettibili, o come “Domenica”, di ritorno agli 80 di Viareggio. Track by track è possibile scorgere influenze Folk che richiamano gli America e tutto lo scenario che ha caratterizzato l’epoca, ruotando intorno al genere. A dir poco invidiabile la capacità di Davide di sintetizzare al meglio passato e presente, sporcandolo qui e lì di tracce di un futuro che forse saremo in grado di apprezzare meglio nei suoi prossimi lavori. Un disco alla portata di tutti e che ben saprà interessare la critica anche più pretenziosa. Discorso a parte per la “poppeggiante” “Equilibrio”, simpatica, interessante e che sa ben farsi cantare ai piedi di un palco, un po’ come il disco intero. Difficile non canticchiare le melodie proposte, dopo un attento ascolto dell’opera nella sua integrità.

Un lavoro assolutamente notevole, dunque, Muda, meritevole di ripetuti ascolti e di minuziosi approfondimenti. A quanto pare Solfrini ha colto nel segno e fa del suo disco d’esordio un “disco zero”, dall’intenso profumo di promessa. Testi e musica si miscelano a formare un’intensa esperienza d’ascolto, pur mantenendo le proprie identità ben identificabili in ogni secondo inciso. D’altronde è il caos, che tutto confonde e che tutto regola con assoluta precisione matematica. L’algoritmo perfetto per il Big Bang (per chi ci crede). Chissà che non ce ne sia uno in serbo anche per il talentuoso romagnolo.

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La foto di Zeno – Redistance

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La foto di Zeno è Neil Halstead che quasi spoglio di ogni residuo elettrico va a ritrovarsene se stesso nei campi del modenese, lo si intuisce sin da ‘J’, epitomica apertura di questo ‘Redistance’.
Rarefazioni quindi…nebbie, sussurri, chitarre e piano zoppi, a rincorrere melodie, a perderle, a ritrovarle, qualche impennata percussiva, qualche scossa elettrica, di tanto in tanto, ma sempre destinate ad affondare in atmosfere di vapore acqueo ed elettronica analogica, come fossimo nei punti migliori del secondo Bon Iver.
Dopo l’iniziale ‘J’ che disvela anima ed umori di Zeno ‘The Ways Of Sorrow’ e ‘John, The Beard Man’, rispettivamente tracce due e tre del disco, fanno lo stesso con il repertorio di tecniche ed incastri detenuto dai nostri, dunque gli arrangiamenti si fanno notevoli, si complicano, saltano da folk a country come fosse nulla, descrivono paesaggi, foreste in chiaroscuro, che ora si rabbuiano ora lasciano passare il sole.
Il lamento che apre ‘Brown Leaves’ lascia intendere un ritorno agli umori bassi e tenui dell’apripista ‘J’, e invece no, pochi secondi e Zeno, nella sua foto, si scatena in un country quasi rubato ad un saloon di quelli cari a Terry Allen, in quel del Texas, attenzione però, ho scritto quasi.
Poi ‘Sad Spoon’ e ‘Two Books’, due storie tristi, chitarra e voce, giusto qualcos’altro qua e la, due canzoni che ti aspetti in un disco così, ma che non possono e non devono mancare all’appello, perché quella di Zeno è una foto sbiadita, scattata chissà quando.
Traccia numero sette, ‘Still I Wish’, il gioiello del disco. Si parte marciando, un basso turgido e vibrante a dettare il passo, attorcigliandosi a battiti scarni e marziali, attorno alla voce, che si fa sicura qui, abbandona le incertezze del resto del disco, come se detenesse una verità, una verità scura, condivisa con i Fleet Foxes degli esordi e perché no con lo Yorke marziale di ‘Therethere’,ha da dire poco però questa voce, lascia presto spazio a tutto il resto, ad una coda immensa, densa di elettronica sibilante, di battiti concitati, di chitarra e piano che incuranti della foresta che gli si infittisce intorno continuano per la loro strada, per la loro linea melodica senza speranze.
‘In This Garden’ calma tutto e chiude il disco come deve chiuderlo, con malinconia e armonica.

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