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Violassenzio – Nel dominio

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Non è vero che tutto il rock armato di spirito psichedelico o – se vogliamo anche includere – con le visionarie attitudini della forma allucinatoria – è uguale, forse lo è nello spirito di chi lo fa, ma c’è sempre visione e visione, e quello dei ferraresi Violassenzio è straordinariamente particolare, ottima perché ha le forze e le credenziali idonee per incontrare favori e gradimenti anche da chi il genere non lo ciancica e tanto meno lo deglutisce.

Nel Dominio” è il secondo work che la formazione veneta ricompone per dialogare elettricamente con il pubblico, quattordici tracce che – a parte la bulimia esponenziale – partoriscono un appagamento  quasi cantautorale e d’udito eccellente, che non si rassegna ad essere solamente un flusso costante di rock amplificato, ma baricentra pure un’ossessione sociale, un malessere che dal profondo dentro sfocia in un’illusione massificata, la spersonalizzazione umana in cambio di un codice a barre che si appunta nello spirito imperfetto di chi da sopra gestisce e omologa pensieri ed espressioni che si vorrebbero in libertà.

Non ci sono punti di fuga, il suono indelebile dei Violassenzio è un approccio forte ad una certa metafisica amplificata che si unisce a filo rosso con il brivido delle pedaliere, struggenze ed esplosioni incandescenti si susseguono come cavalli indomiti in corsa, figlie di quell’impressionistica che trova – scorrendo i brani della copiosa tracklist – la precisione e la determinazione di un disco arrivato per restare a lungo nella scaffalistica underground di smalto; l’onirico grigio topo Kuntziano “Rinchiusi in una scatola”, “Nelle fabbriche”, il pathos agrette di una wave alla NeonAmo chi sogna”, la dolcezza di un ricordo di un lontano BenvegnùCome un risveglio” oppure lo scatto di un orgoglio anfetaminico e liquido che esplode in “E’ un paese per vecchi”.

Un bel disco che non vuole rimanere solo un bel disco, ma una performance a tempo determinato per compattare “il dentro ed il fuori” di una società malsana con l’arte del suono a traiettoria di bengala, per illuminare metamorfosi e cazzoni di potenti nei loro loffi intenti; ma poi arriva “Solo nei sogni” e quello che mancava per riflettere sul repertorio di questa band, arriva come un subbuglio di bellezza che non solo tramortisce il cuore, ma lo spalanca come fosse un sole di mezzanotte, che nelle loro visioni dei Violassenzio esiste anche se noi non lo vogliamo vedere.

Magnetico come pochi e che ci fa dare “i numeri” senza pietà.

 

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Following Friday – Outside The Fence

Written by Recensioni

E’ già tempo di maturità al secondo colpo quello della Bay Area Band Riminese Following Friday, fortemente coesi per consentirci d’essere presenti con gli orecchi al secondo loro sforzo amperico “Outside The Fance”, ed è veramente un buon sentire, un perfetto incarnare lo spirito passionale e fun che sin dai primissimi giri di piatto si pone come una fistola prepotente sulle terga incontinenti di tanti Finley, Lost e dAri  che credono di imbambolare teen e ombrosi Emo senza catene; sei tracce percussive per un Ep che scalda il giusto, punk affiancato da arrembaggi rock che paiono arrivare anche dalla parte dell’attuale scena newyorkese con i protagonisti strapazzati di Ours o The Sea And CakeFuture lover back problems”, “A dive into the ocean”, dunque buone influenze e scuola quelle che i nostri FF utilizzano per costruire quello che è sicuramente un alto livello d’intesa sonica, ed anche – perché non ammetterlo – quella qualità ed estetica che può benissimo reggere il confronto con  altre magnifiche “banderuole” italiote che li hanno preceduti.

E se punk deve essere, che punk sia, Ep come questi, che ancora sopravvivono ai cavalloni spumosi e le tavole da surf  Californiane, vanno salutati con affetto e riguardo, sono piccole lezioni di una gioventù ribelle-educata che amplifica poesia, amore e dolorose istantanee generazionali che segnano il messaggio profondo della “voglia di esserci”, dell’essere protagonisti di una nuova era scalmanata mai autoreferenziale, piuttosto fondante; ed allora a manetta dentro il fuoco incrociato di “First shot is the hardest”, a radente nelle filologie hard-rock che permeano la ballata “Out on the deck”, al centro dell’ansia di tastiere e chitarre sincopate “Dear Charlie you ruined my life” o nelle sgassate di purissimo tween-pop che intossicano di pogo “Girls like that”.
Grandi schitarrate spigolose vi attendono disponibili per farvi un bel giretto a bordo di questa tensione elettrica dall’anima cortese, un modo di intendere la musica come un contatto da innescare tra pancia e cervello, tutte cose che una volta messe in moto da questa band dalla doppia Effe faranno da collante per un atletica artistica che vi mozzerà il fiato. Ammesso e non concesso!

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