Sophia @ Auditorium Pacetti, Monteprandone (AP) 01.12.2017

by Maria Pia Diodati

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You deserve more concerts, decreta un sorridente Robin Proper-Sheppard rivolto alla platea del Centro Pacetti, entusiasta di un sold-out forse meno prevedibile degli altri collezionati lungo la carriera ormai ventennale dei Sophia. Vengo dall’atarassia indotta della provincia, e anche se questa non è la mia del pienone di questa sera sono entusiasta anch’io, perché le province in fondo si somigliano un po’ tutte. Se ti piace certa musica non puoi sperare troppo in amministrazioni illuminate, o che imprenditori audaci e appassionati investano in un settore poco redditizio come quello che ruota intorno ai live. D’altra parte però se non puoi permetterti trasferte ogni settimana farai meglio a rimboccarti le maniche. Com’era la storia di Maometto e della montagna? Beh, i prossimi che i ragazzi di Pink Rabbits hanno in programma sono i Turin Brakes: non male per un’associazione che opera nel territorio di una città, Ascoli Piceno, che conta meno di 50 mila abitanti, che dalle realtà padane è troppo distante ma al tempo stesso, nell’ottica delle agenzie di booking, forse troppo vicina. Una posizione un po’ infelice che il sud delle Marche condivide col mio Abruzzo, e che però a conti fatti si rivela un ponte tra il fervore del Nord Italia e quel meridione puntualmente tagliato fuori dalle mappe degli eventi musicali: questa sera c’è chi viene da Barletta e persino da Taranto, mi dice Massimo Bonfigli, che dopo anni alla direzione artistica di alcuni locali in zona si è unito a Pink Rabbits nell’impresa di riuscire a portarsi sotto casa la musica che ama.

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Il valore aggiunto della performance di stasera è la percezione netta del fatto che il protagonista tutto ciò l’abbia compreso perfettamente. È l’empatia di Proper-Sheppard con un pubblico che la sua musica l’ha bramata per mesi, e che spera che l’eccezionalità di questo evento possa farsi buona prassi, ad amplificare un’intensità in versione live su cui non c’erano dubbi da nutrire.
Nell’intimità del piccolo auditorium va in scena una sostanza che non ha bisogno di contorni, non servono ausili per scivolare nell’essenza del repertorio targato Sophia, neanche i pochi effetti di luce predisposti per l’occasione, a cui il frontman rinuncia dopo un paio di brani appena, optando per una penombra tinta di rosso caldo. Dal vivo la malinconia struggente del cantato di Proper-Sheppard si alterna a spasmi Post Rock, in un incedere umorale che conferisce ritmo alla performance e che con sinfonie annidate in muri di suono celebra la memoria dei suoi The God Machine. Le ballad esistenzialiste in chiave Slowcore che giocano sull’ossessività di poche frasi ripetute in loop, liriche scarne e un timbro viscerale, sono caricate dai crescendo di chitarre distorte, lunghe code strumentali che sono esplosioni corroboranti. Dagli albori di “So Slow” alle melodie rotonde del loro ultimo As We Make Our Way, è un catartico abbandonarsi alle matasse sferzanti generate dalle corde di Robin e sodali e al potere lenitivo del suo songwriting schietto.

Lo straordinario può diventare consuetudine, le eccezioni a volte sono solo un inizio: in bocca al lupo a Pink Rabbits, da queste parti speriamo tutti che le cose vadano esattamente così.

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