Recensioni

Home » Recensioni » A Dog To A Rabbit | A Dog To A Rabbit

A Dog To A Rabbit | A Dog To A Rabbit

C'è un cane che dice a un coniglio....non è l'inizia di una barzelletta zoologica con un un trip su immaginari animali che parlano. Il riferimento è oscuro, anche se qualche idea mi è venuta in mente sul perché di questo titolo. Ma ultimamente non ci indovino mai, quindi, per evitare di spargere falsi miti sul web, mi astengo. E parlerò di quello che ho nelle orecchie. Il disco omonimo dei "A dog to a Rabbit", esordio della band proveniente dalla culla del Rinascimento, (aspirate la c di culla per favore, sennò non rende bene), formata da Marco Burroni, Davide Mollo e Donald Renda. Pigiare play è stato un bel respiro di sollievo. Reduce da una mattina all'insegna di una play list da rainy days, i giovanotti hanno risvegliato un po' di sana energia che scaturisce da contorte chitarre psichedeliche su linee potenti, che danno brividi di piacere. Nel complesso il primo lavoro del cane e del coniglio tocca le corde giuste ed è in perfetto equilibrio tra l'eleganza della forma e la voglia di ribellione in stile grunge. Ma meno sgangherati e allo sbando. Questi ragazzi un obiettivo sembrano avercelo, l'adolescenza è passata ma è rimasta la splendida creatività dirompente e incontrollata che la contraddistingue. Un disco che è un po' un viaggio nel tempo con omaggi a vari generi collegati bene tra loro, in un disco intenso e fluido, dove la chitarra non si dà pace e resta costantemente in tensione in ogni pezzo, facendo salire l'adrenalina dallo stomaco fin su dritta alla gola, mentre la sezione ritmica vanta un basso cavernoso e gutturale che possiede una vita propria e un'atmosfera viscerale. La batteria non si limita ad accompagnarlo, ma si fa protagonista insieme agli altri strumenti. Il ritmo dell'album è sempre sostenuto ma mai titaro al massimo per non far esplodere il piacere e perdere la tensione. E' per questo che si continua ad ascoltare con questa costante sensazione edonistica. Hanno la durezza asciutta americana unita al garbo inglese. La prima traccia, "Rock Abuse", rimane aggrappata in testa con gli artigli, impossibile non caderle ai piedi, con il suo riff di chitarra che indossa stivaleltti britannici. "Flavor" si butta invece nelle camice di flanella di un proto - grunge che ha attraversato la generazione degli anni '90 e si è incarnato adesso in gruppi come "Queen of the Stone Age", ma il risultato non è una scopiazzatura che ricorda vagamente qualcosa. E' un pezzo profondo, intenso, evocatore di immagini e sensazioni distorte e forti. Parte il basso a farla da padrone, nero e pesante, per poi scoprire la chitarra impazzare di suoni educati ma euforici, psichedelici ma non troppo, sempre e comunque comunicativi. Spicca "Liar" per gli arrangiamenti curatissimi, un ritmo cadenzato e un cantato ispirato, vagamente Pearl Jam, una lezione da non dimenticare mai. Sospeso nel tempo è il brano che dà il titolo all'album, con la chitarra lunatica e trasognante, dolci suoni che aspettano di esplodere tra riverberi e delay. Forse è la canzone più interessante di tutto l'album, senza niente togliere alle altre. "Chemical" strizza l'occhio a qualche ascolto punk- rock, mentre "Animal Face" si snoda per stili diversi, modulati, orecchiabili, da rock ballad. Bravi ragazzi. La porti un bacione a Firenze.

Clarissa Tempestini