L’Officina della Camomilla – Palazzina Liberty

- Genere: Cantautorato, Indie Rock, Ambient, Noise
- Etichetta: Garrincha Dischi
- Voto: 6,5/10
- Data: 2016
- Website: https://www.facebook.com/officinacamomilla
- Data uscita recensione: 22/03/2016

by Lorenzo Cetrangolo

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Torna Francesco De Leo con un disco di inediti dopo i tre Senontipiacefalostesso (1, 2 e b-sides). Il gruppo che è stato alfiere dell’Indie Pop Lo-fi da cameretta riesce qui finalmente a smarcarsi – in parte – dalle sonorità che più hanno caratterizzato la sua storia: il Cantautorato naif e surreale in punta di chitarra e tastierine giocattolo da un lato, e il Rock(ettino) alternativo à la Strokes che tanto pesava sui primi dischi targati Garrincha.

Dopo una serie di collezioni spurie, De Leo torna a scrivere e mette in pratica spunti che arrivano da esperienze esterne al gruppo (Soutine Twist, la parentesi con Ubba + Bond) giungendo ad un sound sempre eterogeneo come da tradizione camomilla ma spostato in territori di sporcizie Noise e sospensioni Ambient, soprattutto negli intermezzi strumentali, parte importante del lavoro: 7 su 13 tracce totali. Intermezzi che vanno dalle gustose “Noise sull’Oceano” e “Altri posti” (la prima tutta rumori e riff inquieti per quasi 7 minuti, la seconda coinvolgente e ipnotica tra accenni World, fiati e percussioni) alle prescindibili “Exit” (una roba Lounge elementare) o “Macchina Metallica”, concreto e ripetitivo esperimento rumorista anche interessante ma che nell’economia del disco suona un po’ superfluo. Ecco, si nota forse qui la necessità impellente de L’Officina di stupire a tutti i costi, anche così, giocando sull’aneddotica, sulla stranezza fine a sé stessa: che senso ha la cassa dritta di “Triangolo Industrial”? Cosa vorrebbe rappresentare? L’unica risposta che riesco a darmi è: nulla, ovvero letteralmente, per mimesi, il non-senso di una frammentazione, che è esistenziale, geografica, precipuamente urbana. Ma forse sto esagerando, chissà.

Passiamo alla parte cantata del disco, che si divide in personalità alquanto diverse. C’è il lato (simpatico ma, a dirla tutta, poco incisivo) dove comandano batteria e chitarra dritte, testi da cut-up ossessivo, fotografie allucinate e poco a fuoco di non-luoghi che sono apparentemente a Milano ma in realtà ovunque: “Palazzina Liberty”, singolo fuorviante, o “Ex-Darsena”, che già immagino ballata da fan in visibilio ai concerti che verranno, pur nel suo essere un pezzo tutto sommato semplice e bello dritto (probabilmente proprio per questo). C’è poi il lato da cantautore d’antan, a volte vicino allo spirito di un Capossela (“Signora del Mare”) o a soluzioni più folkeggianti (il valzerino gonfio e storto di “Mio Fior Pericoloso”). Un lato che solitamente prediligo, ma che qui non ha quei guizzi che aveva in passato, quelle zoppie da etilismo zen, da verità casuale pescata da un mare magnum di immagini insensate come si pescava l’immagine in 3D dagli stereogrammi quando andavano di moda. La colpa di questa mancanza può anche essere mia, intendiamoci: facile che io non sia più capace come una volta di incrociare gli occhi nel modo giusto. Può capitare.

Rimangono poi i miei brani preferiti: “Soutine Twist”, dall’andamento trascinante e giocoso con punte malinconiche, che nel finale, molto “francese”, tocca vertici interessanti, e “Penelope”, che ci trascina in un’atmosfera sospesa e onirica, dove l’ossessione ripetitiva della voce diventa una litania sensuale, ondeggiante, tra mari di sintetizzatori e inserti di violino, batterie dondolanti e distorsioni.

Per tirare le somme: cambio di rotta apprezzabile, soprattutto perché sottintende la voglia di cercare sempre qualcosa che sia più in là, anche solo di un obliquo, piccolo passo. È un ingranare la marcia che ha permesso di arrivare a “Noise sull’Oceano”, a “Altri Posti”, a “Soutine Twist” e soprattutto a “Penelope”. L’Officina si dimostra poco disposta a restare appollaiata sempre allo stesso ramo, e se ne vola di qua e di là, caoticamente, incessantemente: buon per noi. Le rimane difficile centrare un punto: ciò che le riesce meglio è l’esplorazione di atmosfere, di mondi immaginari presi per allusione e risonanza, e anche nelle liriche preferisce il gioco intorno a un linguaggio (potremmo dire “liquido”) alla definizione (potremmo dire “solida”) di un discorso. Niente di male in questo, anzi: ma è una frammentazione che suona ancora fuori fuoco, ancora poco determinata. Il piede è arrivato sul gradino, tocca ora salire la scala.

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