Legittimo Brigantaggio – Liberamente Tratto

- Silvio Don Pizzica: recensioni

legittimo

“Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d’infamare col marchio di briganti.” A. Gramsci
Prima di parlarvi di quest’album cosi ambizioso e complesso (vedremo a breve se lo si possa effettivamente considerare tale e perché), una promessa è doverosa. La musica dei Legittimo Brigantaggio è quanto di più distante esista dalla mia idea di musica. Funzione sociale prima che arte pura, astratta, emozionale. Musica oggettiva, anti individualista, per cui il fruitore è solo un mezzo di trasporto del messaggio non molto nascosto tra le parole, nella voce, che diventa l’elemento primario lasciando alla parte strumentale solo un ruolo gregario. Questa premessa ha uno scopo ben preciso. Gran parte delle mie considerazioni, vengono proprio dallo scontro di queste diverse concezioni e quindi, il fatto che possiate apprezzare o no “Liberamente Tratto” sarà dovuto soprattutto al vostro modo di considerare la musica, più che alla qualità pura di ciò che ascolterete. Baudelaire affermava che “L’arte è la creazione di una magia suggestiva che accoglie insieme l’oggetto e il soggetto”. Ingabbiare la musica nella sua funzione sociale può distruggere quella magia. La musica smette di essere arte e diventa altro oppure niente. Prima di leggere e ascoltare, fatevi questa domanda. Che cosa è per voi la musica, quale il suo scopo?

I Legittimo Brigantaggio sono Gaetano Lestingi (vocals, acoustic guitar, electric guitar), Davide “Zazzi” Rossi (accordion), Pino Lestingi (electric guitar), Domenico Cicala (bass), Gianluca Agostini (electric piano, synthesizer) e Gianfranco Vozza (drums, percussion). Nascono a Priverno, nel Lazio, nel 2002 e il primo lavoro è l’Ep “Quando le lancette danzeranno all’incontrario”, uscito l’anno seguente. Dopo tre anni e tanti live, nasce “Senza troppi preamboli…”, primo album della band, al quale partecipano tante voci celebri del panorama Folk italico, tra i quali Billi e Fiori de I Ratti della Sabina. Nel 2009 esce il secondo album, “Il cielo degli esclusi”, che ripresenta la formula della collaborazione con nomi ancora più di calibro. Modena City Ramblers e soprattutto Yo Yo Mundi, i quali rappresentano la band di riferimento dei briganti laziali.
Nel 2011 ecco a noi “Liberamente Tratto”, concept album sul tema dell’abitudine (strano visto che il sound è quanto di più abituale esista nel mondo folk italiano) nel quale ogni brano prende spunto da un’opera d’arte, romanzo, poesia, quadro, da Saramago a Pasolini, il tutto avvolto in un voluminoso e accecante mantello rosso. Affascinante, vero? Come rendere in musica le emozioni della penna, della macchina fotografica, del pennello? Come riusciranno a trasmettere quelle sensazioni tipiche della lettura, delle intermittenze della morte o del tempo di uccidere? Semplice. Non ci riescono. Al massimo, e questo sarebbe sicuramente un ottimo risultato, riusciranno ad incuriosire con qualche frase, a mettere voglia di leggere un autore o di appassionarsi ad un testo o una rappresentazione. Ma io stesso ci credo poco, perché i riferimenti non sono cosi immediati come si potrebbe credere e la musica non riesce a generare le diverse atmosfere necessarie a rendere al meglio le opere musicate.

Da un punto di vista strumentale, siamo disperatamente incollati al classico Folk dei già citati Modena City Ramblers e Yo Yo Mundi. In alcuni passaggi, soprattutto sotto l’aspetto vocale, c’è una certa similitudine col Cesare Basile più popolare e alcuni accenni allo Ska balbettano troppo deboli per essere considerati caratteristici del suono dei Legittimo Brigantaggio. Le melodie non sono ricercatissime, né molto orecchiabili, esclusi un paio di pezzi, e alla lunga l’ascolto può essere pesante e noioso. L’aggiunta dell’elettronica, del synth e del pianoforte elettrico, non serve a salvare la musica dalla marea di banalità nella quale affonda ed è cosi nascosta nell’ ombra del folklore italico da suonare impercettibile mancando un’attenzione maniacale e minuziosa. La musica in sé, voce esclusa, è dunque la parte meno importante dell’opera, cosa evidentemente intuibile già da come il disco si presenta. Non riesce quasi mai a trasportarci veramente, non trasmette la carica e la rabbia necessaria, è poco elaborata e strutturata (questo non sappiamo quanto volutamente, nella possibile necessità di non mettere nel lato oscuro la parte più particolare dell’ opera) e finisce col riproporre meccanicamente una formula ormai logora abbandonata in un affannosa ritirata nella fortezza di Nyen distrutta sotto i colpi della rossa monotonia sinistroide. Senza bisogno di aggiungere altre parole, avrete capito che tipo di sound vi aspetta e avrete capito che non saranno le chitarre o la batteria a spingervi ad ascoltare l’album (so che è una cosa orrenda da dire quando si recensisce un disco). Veniamo dunque alla parte più interessante, l’ elemento che forse spingerà i più temerari compagni ad ascoltare e parlare del disco. Anche se il timbro vocale risulta poco incisivo, in alcuni punti quasi in crisi d’ ossigeno, isolata dal fuoco della musica popolare e dal muro della rigida scelta testuale, è proprio nel canto o meglio nelle parole che potreste trovare un qualche giovamento.
Abbiamo detto che ogni brano è liberamente tratto da un’opera d’arte. Vediamo nello specifico quali collegamenti ci sono tra canzoni e artisti e quali temi sono trattati di volta in volta. Ripeto che lascerò da parte l’aspetto musicale perché totalmente inutile e ripetitivo e non ritengo neanche necessario soffermarsi in maniera puntigliosa sulle opere, visto che del disco parliamo e non di letteratura o pittura:
“Uscita operai”. Visione del dipinto “il Quarto Stato” di Giuseppe Pellizza e trattante il tema del lavoro e del mercato.
“La lettera viola”. Romanzo “Le Intermittenze della Morte” del portoghese Saramago, già autore del bellissimo “Il Vangelo Secondo Gesù Cristo”. Il tema è la morte, la sua assenza, il suo desiderio.
“Il diavolo nella camera oscura”. Eliografia “View from the Window at Le Gras” di J. N. Niépce. Parla dell’invenzione della fotografia e della difficoltà dei benpensanti ad accettare la novità.
“I cieli non sono umani”. Romanzo “Una Solitudine Troppo Rumorosa” di Bohumil Hrabal. Praga, seconda guerra mondiale. Un boia di libri redento e un amore che sparisce nel fuoco.
“Il dado è tratto”. Film “I Quattrocento Colpi” di François Truffat. Accusa alle nuove forme di pedagogia.
“Eucalyptus”. Romanzo “Canale Mussolini” di Antonio Pennacchi dedicata alla cittadina laziale Latina.
“L’Attimo Ideale”. Romanzo “Niente di Nuovo sul Fronte Occidentale” di Erich Maria Remarque. Paura dell’atomica, accusa all’opprimente occidente.
“Ruvido”. Saggio “L’Ospite Inquietante” di Umberto Galimberti. Nichilismo e gioventù.
“Affari di famiglia”. Poesia “La Guinea” di Pier Paolo Pasolini. Speranza contro la caduta dei potenti governanti italiani.
“Tempo di uccidere”. Romanzo “Tempo di Uccidere” di Ennio Flaiano. Guerra d’Etiopia, amore, morte, rimorsi e paura.

Ora avrete tante domande tra le tempie. Non è che questa formula è più semplice di quello che la stessa vuole farci credere? Non è che scrivere basandosi su testi o altro di grandi artisti crea una sorta di obbligo morale nella testa di ipotetici pseudointellettualigiovanidisinistra per cui “deve necessariamente piacermi, non posso sembrare ignorante o fascista”? E poi, il musicista non dovrebbe essere artista prima che divulgatore di opere d’arte altrui? Che cosa è la musica, quale il suo scopo? Dov’è la magia, in questo disco, dov’è la musica? Cari Briganti, non è che mi state fregando?

  • Genere: folk rock
  • Etichetta: Cinico Disincanto
  • Voto: 2.5/5
  • Data di uscita: 14 Dicembre 2011
  • Link: http://www.legittimobrigantaggio.com

Silvio Don Pizzica

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