Kamasi Washington @ Viteculture Festival | Ex-Dogana, Roma 20.07.2017

by Maria Pia Diodati

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Probabilmente il contesto suburbano dell’Ex-Dogana non è tra i migliori che Roma ha da offrire alla musica dal vivo in estate, ma con le sue quinte post-industriali e le due corse della Tangenziale Est a sovrastare lo stage allestito per il Viteculture Festival di certo somiglia a quelli che apprezziamo all’estero, quei contesti ad alto tasso di hipsteria su cui misuriamo la coolness delle capitali europee. Un’essenza ibrida, quella della location incastonata nel quartiere di San Lorenzo, che funziona decisamente, un po’ come il modern jazz dell’artista che ha accolto giovedì scorso, all’interno di una rassegna che proseguirà fino all’inizio di settembre con un programma estremamente vario, che include i grandi nomi della scena indipendente internazionale così come i fenomeni più fortunati del pop italico contemporaneo.

Come prevedibile gli accoliti di Kamasi Washington sono un pubblico attento e appassionato. Meno prevedibile era il numero dei presenti, che è sostanzioso per un giorno feriale e per trattarsi di una proposta musicale non proprio di largo consumo. Un lavoro, quello uscito per Brainfeeder due anni fa, che di epico non ha solo il nome ma ogni aspetto (durata, perizia, devozione alle proprie radici), temerario nel formulare una proposta in quell’ambito sconfinato che è il jazz e servirla a un pubblico, quello indie, che nonostante le ostentazioni è pressoché digiuno del genere.

Tra l’evocazione di leggende della musica black e una innata propensione all’improvvisazione ludica e sfrontata, Kamasi modella le composizioni intorno al suo sassofono, e questo modus operandi caratteristico in The Epic è tonificato in versione live, anche grazie a una schiera di musicisti straordinari e alla palpabile sintonia che emanano. Il sax tenore di Kamasi imposta ogni episodio dettando ritmo e mood per lasciare poi il centro ai suoi talentuosissimi compagni di viaggio, uno per volta, a prodursi in gioiosi assoli ricchi di peripezie, mentre il deus ex machina ne segue orgoglioso le gesta, con lo sguardo, col ritmo frenetico con cui scuote il capo e col suo sorriso contagioso: Kamasi è il cerimoniere su disco come dal vivo, un direttore d’orchestra che i musicisti seguono per osmosi e non per imposizione.
La sezione ritmica è massiccia ma mai invadente, col contrabbasso che si alterna al basso elettrico e ben due batterie (I love drums because they can have conversations, dice Washington prima di lasciarci a un rapsodico duello di percussioni). Oltre a ottoni, piano rhodes e sintetizzatori, alla destra di Kamasi Patrice Quinn provvede a completare il quadro con soffici vocalizzi e movenze composte ma sinuosissime.
Nell’ora e mezza abbondante di set, tra morbidi intarsi sonori e ritmi spasmodici la musica del giovane compositore  statunitense attinge a tutta la palette dei neri che la musica ha sfoggiato nell’ultimo secolo per generarne una nuova tonalità, un sound evocativo al limite del religioso che ogni volta si tinge di vitalità afro evitando così di prendersi troppo sul serio.

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