Kaleidoscopic

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by Maria Petracca

kaleid

Ciao ragazzi, cominciamo dall’inizio. Chi sono i Kaleidoscopic, e cosa hanno a che vedere con quell’apparecchio ottico capace di generare svariate forme geometriche grazie ad un sapiente gioco di riflessioni?
Kaleidoscopic sono un gruppo rock di Arezzo composto da Fabio Meucci, Marco Ciardo, Francesco Magrini e Francesco Mazzi. Il nostro nome, che ha poco a che fare con il concetto di psichedelia tanto di moda in questo momento, è nato dal nostro bisogno di poter suonare musica senza dover necessariamente rispettare alcun “genere” o “filone”. Di fatto Onironauta, il nostro disco, è il prodotto delle molteplici influenze e sfaccettature che ci caratterizzano. Crediamo che sia vario e non facilmente etichettabile, vogliamo pensare che nel far musica ognuno debba essere libero come lo siamo stati noi nel creare Onironauta. Kaleidoscopic, in questo senso, era il nome più adatto perché crediamo i nostri pezzi abbiano forme, colori e sfaccettature diverse uno dall’altro.


Il vostro album d’esordio ha il suggestivo titolo Onironauta, traducibile con “sognatore consapevole”. C’è anche un significato nascosto dietro al titolo che avete scelto? Quale?

Per dare un indizio direi che c’è un percorso d’ascolto che tocca temi di vita comune, che vengono raccontati dall’aspetto superficiale fino ad uno stato di introspezione più profondo. L’Onironauta è il protagonista che compie un viaggio per ogni singolo aspetto, riuscendo a coglierne il vero significato e a vivere l’insieme delle sfaccettature della vita come esperienza anche interiore. Il percorso lo si può intuire facilmente ma è un segreto (ride ndr)


Il vostro album è un cocktail di sonorità oscure e rumorose, a tratti epiche, senza dimenticare ritmo e melodia. Quanto è stato influenzato il sound da Nicola Manzan (Bologna Violenta), che ha lavorato al disco come produttore artistico e arrangiatore? Come sarebbe stato Onironauta senza Bologna Violenta?

Nicola Manzan è un musicista professionista che abbiamo conosciuto suonandoci insieme. Da lì è nato un profondo sentimento di rispetto, ammirazione ed amicizia che ci ha condotto ad incrociare le nostre strade lavorando insieme. Nicola ha notevoli capacità in fase di arrangiamento e un gusto musicale che ci ha entusiasmato: insieme a lui siamo riusciti a mantenere un “tiro” costante in tutti i pezzi e a lavorare in funzione del risultato finale. Di fatto abbiamo imparato a guardare una canzone nella sua omogeneità, musica e testo, che devono uscire come una cosa sola. Abbiamo messo da parte virtuosismi lavorando esclusivamente sull’atmosfera e il messaggio che ogni singolo brano avrebbe dovuto trasmettere e il risultato ci ha entusiasmato: crediamo che Onironauta sia un buon disco e quantomeno era quello che volevamo, come lo volevamo. Nicola non ha stravolto nulla ma ci ha aiutato a indirizzare il disco nella giusta direzione. Del resto abbiamo imparato più in un mese di lavoro con lui che in molti anni a suonare in un garage. Un esperienza che ci ha lasciato tantissimo, dal punto di vista artistico e soprattutto umano. Onironauta senza Nicola? Sarebbe uscito ugualmente, molto simile ma sicuramente.


Per l’esordio avete scelto (su indicazione di Manzan) di passare alla lingua italiana. Qual è stato il vero motivo di questa scelta? Quanto questa è da ritenersi una necessità per essere apprezzati dal pubblico della penisola visto che in pochi sono riusciti a crearsi un buon seguito puntando su altri idiomi o sullo strumentale?

La scelta di cantare in italiano è stata una nostra esigenza appoggiata, in primis, dallo stesso Nicola. Arrivati al punto dove eravamo sarebbe stato impossibile trasmettere certi concetti, messaggi senza l’utilizzo della nostra lingua. Vogliamo che la gente possa ascoltare e magari riflettere anche solo un secondo su quello che vogliamo dire, cosa che sarebbe stata impossibile cantando in inglese. Siamo un gruppo che fa rock ma che vuol suonare per trasmettere un qualcosa, non cerchiamo e non abbiamo mai cercato di far canzoni con l’intento di mettere allegria attraverso versi senza contenuto, canticchiabili e magari rendendoli “danzerecci” con una buona base musicale. Quello lo lasciamo ad altri. L’ intento dei Kaleidoscopic è tutt’altro e pensiamo che ascoltando Onironauta, il nostro impegno in questa direzione, sia chiaro.


Quanto è importante il testo e la sua comprensione all’interno dei vostri brani e quanto è rilevante nella musica contemporanea?

Il testo ha un’importanza fondamentale perché è tramite questo che possiamo comunicare chiari concetti ma è solo grazie agli altri strumenti che queste parole possono impattare sul lato più profondo dell’animo umano creando la musica appunto. Si può comunicare anche solo con le note ma le parole durante un concerto possono essere un grande aiuto per entrare in contatto con il pubblico. Oggi come sempre nella musica le parole sono usate con una importanza molto variabile. Più che altro c’è da dispiacersi di come proprio nei generi più ascoltati e con audience colossali non si usino le parole per parlare di cose più profonde ribelli o nuove. Solite situazioni, falsi problemi e ultimamente sempre più spesso false soluzioni. E pensare che con la musica si potrebbe cambiare il mondo…


C’è qualche aneddoto o curiosità riguardante Onironauta che vi va di raccontare?
Durante la composizione di Onironauta ne sono successe tante di cose. Le migliori la sera: finite le sessioni di registrazione Nicola Manzan ci allietava, fino a notte fonda, con canzoni di cantanti neomelodici (di cui è un grande fan). A forza di ascoltare ci siamo appassionati anche noi e, tutt’ora, ci informiamo e ci scambiamo  brani, cercando di rimanere sempre aggiornati sui nuovi tormentoni. Vi diciamo solo che Fabrizio Ferri è davvero il nostro nuovo idolo.


Racchiudere le note dentro generi e definizioni è feticismo da giornalisti più che strumento utile alla comprensione dei brani. Come descrivereste la vostra musica senza usare paletti come Noise, Alt Rock, Stoner o simili?
Come già dicevamo la nostra musica è essenzialmente rock, un rock caratterizzato da suoni duri e distorti. Ci piace aver sempre ben presente una certa energia, soprattutto live, da poter convogliare verso il pubblico. Gli alti volumi e dosi massicce di sudore sono due cose che ci caratterizzano. La nostra musica non fa parte di niente e non è di nessuno, è libera come lo siamo noi, ognuno può ascoltarla e trovarci dentro quello che più gli piace o non piace.


Il Tour promozionale di Onironauta ha ormai toccato diverse tappe. C’è un’esibizione live che ricordate particolarmente? C’è un elemento al quale date maggiore importanza nelle vostre esibizioni live?
Sicuramente per essere una band emergente con poco seguito, al momento, come è logico che sia abbiamo fatto diverse date che, ognuna per motivi diversi, ci ha davvero caricato. Quindi una data che ricordiamo in particolare non c’è, ci teniamo solo a ringraziare tutte le persone che ci hanno permesso di poterci esprimere e tutte quelle che lo faranno in futuro, perché i Kaleidoscopic come mille altri gruppi validissimi hanno bisogno di poter suonare live davanti a delle persone. Fare dischi è stupendo ma la band vera e propria si riesce ad apprezzare solo quando è sopra al palco, secondo noi. Per quanto riguarda le performance cerchiamo sempre di dare il 150%, cercando di far arrivare al pubblico il messaggio che vogliamo dare, come detto precedentemente. Per noi non fa differenza suonare davanti a 10,100,1000 persone, è di vitale importanza che la gente sia attirata da quello che diciamo e che riesca a rimanere attenta durante la nostra esibizione. È la cosa che più ci rende contenti.


C’è un brano del vostro disco che ho trovato di una bellezza disperata e straziante. Da dove arriva “Sensitivo”?
Sensitivo è un pezzo che sento molto vicino. Parla di come un uomo quando si ferma ad osservare la realtà della vita finisca per accorgersi della sua assurdità e di impulso ne reclami una ragione. E’ da questa disperazione che può e deve nascere la voglia di esplorare il lato più profondo della nostra coscienza per dare il giusto senso a tutto e tornare a vivere da soddisfatti padroni del proprio destino. Ma nulla può essere appreso se non tramite i sensi . Usarli è il miglior modo per cogliere e capire l’assurdità del sistema in cui viviamo e di conseguenza le menzogne che ci circondano.


Siamo alla fine dell’intervista, vi ringrazio, e per concludere vi chiedo di parlarci dei vostri progetti futuri.
I nostri progetti futuri sono poter riuscire a suonare Onironauta il più possibile in giro perchè, come dicevamo, la dimensione live è troppo importante per una band emergente. In seguito vedremo cosa ci riserverà il futuro.

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