Jason Lytle – Dept. Of Disappearance

- Genere: Alt-folk, Songwriter
- Etichetta: Anti 2012
- Voto: 4/5
- Data uscita recensione: 31 Ottobre 2012
- Website: www.jasonlytle.com

by Max Sannella

Con lo straordinario ricordo fresco dei gloriosi Grandaddy che tanto hanno scritto e ricamato per l’indie a stelle e strisce e che ben sei anni fa decisero di “sparpagliarsi” per dare corso alle proprie idealità e percorsi personali, Jason Lytle, il leader della gloriosa band decide di vivere da orso nel freddo Montana, si isola per creare il suo primo bel disco in solitaria Yours Truly, The Commuter nel quale circola ancora tanta di quella buona aria alla Grandaddy ma che riscuote un egregio successo; e pensa che ti ripensa, a tre anni da quella prova discografica, Lytle torna sugli scaffali con un nuovo lavoro, “Dept. Of  Disappearance”, il disco che inspira aria e la rimette in circolo sottoforma di grazia, undici tracce che sanno di pini, umanità e dimensioni inappagate di libertà, libertà per tutto quello che è naturale, pastorale senza dimenticare il leggero nervo teso delle emozioni che, si sa, da queste parti geografiche sono dettagli non trascurabili.

Proprio una tracklist “ecologica” quella disegnata dall’artista californiano, una canzone più dolce dell’altra, musica che ci fa afferrare volentieri la paesaggistica interiore della pace dentro, della ricerca quasi spirituale che boschi, pinete senza fondo e prati verdi ci offrono senza pretendere nulla in cambio; il titolo l’ha dice lunga “Il dipartimento della scomparsa”, quasi un avvertimento e una volontà di Lytle di sparire nel nulla per rigenerarsi o ricrearsi una anima di scorta, una voglia di fondersi col nulla e con la natura, e con queste belle canzoni pare aver  raggiunto lo scopo, la sua dimensione giusta, la sua maturità di uomo.

Pianoforti malinconici “Somewere there’s a someone”, i colori marroni di Young Hangtown”, una strana quanto stupenda deriva Floydiana Young saint”, un guizzo psichedelico del Notturno di ChopinChopin, drives truck to the dump” e, se proprio vogliamo andare sul lusso e non farci mancare nulla, un saltino nel soft-brit che tira in “Get up and go”, ballata talmente friabile che è pericoloso maneggiarla troppo; ascolti dopo ascolti la cosa che sta alla larga da questo disco è la noia o la sovraesposizione alla retorica, tutto fila liscio e “nature” e Lytle è in gran forma, una poetica rarefatta e solida che si concentra nei punti precisi dell’ascolto e una musica che non fa nulla per rendersi antipatica.

L’onda Grandaddy sarà anche dura a morire o perlomeno ad  affievolirsi, ma intanto uno dei suoi rappresentanti ha intrapreso un discorso intimo e pacifico che testimonia quanto in fondo sia bello  – fino a prova contraria – essere a tu per tu con te stesso.

 

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