(G)OLD FRIENDS | Anniversari musicali #4 Trent’anni di Surfer Rosa dei Pixies

- Data: marzo 2018

by Claudia Viggiano

(G)OLD FRIENDS è la rubrica mensile che Rockambula dedica agli album che compiono gli anni esplorandone i motivi per cui sono diventati i nostri dischi del cuore.

Pixies – Surfer Rosa (1988, 4AD)

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Uno scenario post-apocalittico di grattacieli in fiamme, due reietti che si tengono per mano, e sullo sfondo partono i cori spettrali di Kim Deal, la chitarra acustica di Black Francis e poi quella elettrica di Joey Santiago con la batteria di David Lowering: per molti la conoscenza dei Pixies è passata attraverso il finale di Fight Club, film surreale che il surrealismo torbido di un brano come “Where Is My Mind?” non poteva che celebrare. L’importanza e l’impatto dei Pixies nel mondo dell’Alternative Rock va ben oltre, ma inizia proprio da qui: da Surfer Rosa, il primo vero e proprio album pubblicato dalla band di Boston, nel 1988.

La storia dei Pixies suona quasi come la loro musica dei primi tempi: folle, estemporanea, urgente. Black Francis va a studiare in Porto Rico, torna, conosce Joey Santiago, abbandona l’università e i due decidono di formare una band. All’annuncio per una bassista risponde Kim Deal, che non aveva mai toccato un basso in vita sua, e che invita Lovering a suonare la batteria. Surfer Rosa arriva due anni dopo – dopo un demo e il mini-LP Come on Pilgrim – sotto l’ala della 4AD e della produzione di Steve Albini, all’epoca nei Big Black.

Le influenze dei Pixies sono facili da individuare – Violent Femmes e Hüsker Dü in primis, ma anche Velvet Underground, Stooges e in parte il Rock più classico – ma la spinta della band è nello spirito con cui è nata, Punk nel profondo perché anche goliardico, nonsense e indisciplinato nell’esecuzione. In Surfer Rosa compare quello che diventa l’elemento caratteristico della band: la dinamica dell’alternare i volumi dal sussurrato più melodico all’urlato violento e distorto, elemento che Albini sporca ulteriormente facendoli registrare in bagno o filtrando la voce attraverso un amplificatore per chitarra come nell’isterica “Something Against You”. Ed è un elemento che tiene su l’intera dinamica interna al disco, rendendolo poliedrico in un modo immediato, che non ostenta tecnicismi fini a sé stessi.

Ma la cifra stilistica della band va anche oltre l’impronta di Albini, che lì definì molto aspramente ‘dei buoi capaci di essere trainati in studio'; se la produzione fa certamente la sua parte, è soprattutto grazie a una scrittura delirante, onirica, inquietante e sovversiva che la mano cruda e sporca di Albini trova spazio per operare al meglio. In Surfer Rosa la penna di Black Francis indaga il tema sessuale con una punta di ossessione e feticismo, esplorandolo nella forma della violenza fisica, dell’incesto e dei tabù (“Bone Machine” in apertura, “Break My Body”, “Gigantic”), con testi che spesso sfuggono a interpretazioni consistenti – e che Francis attribuisce in gran parte all’immaginario cristiano con cui è cresciuto – ma destinati a perseguitare l’ascoltatore allo stesso modo dei cori sinistri di “Where Is My Mind?”. La seconda metà dell’album è invece quella che vede la band più sciolta, goliardica, delirante: lo spanglish reduce del viaggio in Porto Rico di “Vamos” e di “Oh My Golly!” accompagna con leggerezza divertita il supereroe di “Tony’s Theme” e la conversazione di “I’m Amazed”. Eppure, nonostante l’importanza dei Pixies nella scena Garage Rock, una delle loro più grandi attrattive risiede in una vena profondamente Pop volutamente sporcata su diversi piani, ma che pur sempre Pop rimane: “Gigantic” uno dei pochi brani scritti e cantati principalmente da Kim Deal, ne è uno dei maggiori esempi in catalogo.

Ripartiamo proprio da quella “Gigantic” per rintracciare le influenze dei Pixies su quella che sarebbe stata la musica dei decenni successivi. Il basso ciccione di Kim Deal sembra riecheggiare in “Come As You Are” così come la musica dei Pixies nel grunge di Nevermind dei Nirvana: Kurt Cobain non ne fece mai mistero, ammettendo di aver rubato ai Pixies il Pop dell’album, successivamente scegliendo Albini come produttore di In Utero. Molto del Grunge è debitore ai Pixies, così come lo sono molte band dell’Indie Rock di fine anni 90 – citavamo, qualche mese fa, l’influenza di Black Francis sulle linee vocali di Isaac Brock dei Modest Mouse. Tra le cover eccelse c’è addirittura un’interpretazione di “Cactus” da parte di David Bowie, oltre alla ormai famosissima versione di “Where Is My Mind?” dei Placebo. Qualche anno dopo Kim Deal avrebbe contribuito a tessere la trama degli anni 90 con i Breeders – attivi tuttora col nuovo All Nerve – mentre la storia dei Pixies è una che è decollata lentamente, portandoli ad essere la band che oggi riconosciamo come imprescindibile.

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