Fedora Saura

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by Lorenzo Cetrangolo

I Fedora Saura si agitano nel loro cabaret folle in La Via della Salute, secondo disco della formazione svizzera capitanata da Marko Miladinovic. Scambiamo proprio con lui qualche parola sul disco, sulla band e sull’immaginario d’altri tempi e insieme estremamente attuale che s’infonde dalle parole e dai suoni delle loro canzoni.

Ciao Marko. Iniziamo questa storia come tutte le storie che contano: con una genesi, un prologo. Come nasce il progetto Fedora Saura? Com’è arrivato al secondo disco, e attraverso quali peripezie?

La nostra storia conta dici, grazie! Ma il problema è proprio nella storia: non insegna chi ne fu privato. Giacché noi si nasce con la storia e si muore con le biografie. E bé, si creda o no al destino, tutt’al contrario è! Quell’attestato fa da biografia. E dagli esordi universali, come il filo d’erba che m’è rimasto sotto la scarpa… bisogna certificarlo! Almeno in Svizzera… e appunto qui svizzerai… zz… zz… e inizia Fedora Saura, in amicizia… In vacanza a Siena… la vidi storna e grigia che non prendeva posto… Di una donna ci si innamora anche soltanto del nome. Figuratevi una cavalla! Zeno Gabaglio e Luca Viviani della Pulver und Asche Records sono stati di grande aiuto e tuttora lo sono. Anche Simone Bernardoni (The Pussywarmers & Réka), da cui abbiamo registrato è stata una preziosissima conoscenza e pure lui rimane. Poi Marco Guglielmetti (produttore di Ex Europa Samba I II III) e oggi e domani chitarrista. Prima Giovanni Cantani, produttore del primo disco “Muscoli in Musica / Scelta degli Uguali” e poi bassista. E prima ancora Zeno Maspoli, compagno di nove anni di scuola e batterista con il quale conobbi i sopraccitatati e molto più. Ciò che è buono trova sempre una fuga, una via d’uscita, come d’altronde ciò che è cattivo… ma il primo ci mette un po’ di più, perché ne cerca molte. E poi rimane il fatto che nessuno di noi può vivere senza superare se stesso, e se vive, non vive che per il suo scopo. E così arrivano i secondi dischi, i terzi, i concerti, le amicizie… l’arte tutta e le peripezie pure. Permettetemi una vanità che dico a nome di tutti quanti ho citato: per noi i salti mortali sono semplici capriole.

Che cos’è “La Via della Salute”? Dove porta, ma soprattutto, perché?

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Conduce al giorno in cui nessuno dirà al tempo che deve vergognarsi perché è brutto e cattivo, ma avrà scoperto, dopo che il tempo gli avrà dato dell’imbecille, che è proprio lui stesso, l’uomo, ad avere più umori del tempo e non doversene preoccupare affatto. Alla vita ci pensa già troppo la morte, non guastiamola con le preoccupazioni.

Anti-cristianesimo, anti-capitalismo. Ma con un afflato poetico che ricorda il futurismo, le avanguardie novecentesche. Che bandiera sventola sopra le vostre teste? Sempre che ne sventoli una…

Ci vuol tanto esercizio per solo un po’ di poesia! Per questo ci vogliono molti poeti! Di bandiere e bandierine ne facciamo stracci per ripulire la cucina… scusate l’arroganza… Al più possono servire per fare imparare le forme e i colori a un bambino, ma piuttosto egli preferirà impararle sulla vesti di una sconosciuta… o sui tatuaggi di una che s’è spogliata… Sulle nostre teste non sventolano bandiere, soltanto i nostri capelli… e valgono più di qualsiasi bandiera: belli, biondi, grigi, bruni e pece. A noi importa ogni sfumatura, ma non si possono scegliere né tantomeno ordinare. Qualche volta fa il vento…  scompiglia le mèches! A chi compra una bandiera, Fedora Saura consiglia anche l’asta di ferro al quale sarà issata, perché un fulmine non la manchi.

Parole che scorrono come battute d’una commedia dell’assurdo, scambi, botte e risposte, declamazioni, giochi di parole. Quanto teatro c’è in La Via della Salute? Quanto teatro c’è nei Fedora Saura?

Esclusi i giochi di parole… Esattamente quanto hai detto tu, e ancora troppo poco. C’è di quel teatro che quando fu, fu impossibile… tanto vale e valeva fare il possibile! Ciò può bastare per sentirsi degli infermi, ma ogni infermo vi grida “Fate l’impossibile!”. E questo è il teatro… non un pubblico di infermi… ma questa cosa che tocchiamo e cade, riprendiamo in mano e non ci riesce schiudere il pugno per vederla.

Che Europa ha in mente Fedora Saura?

Una Europa dove i preti sono tutti neri, sudamericani, australiani, americani o indiani e fanno loro le pubblicità in televisione, nelle piazze, sui giornali e i banner su internet. Dove la vergogna è bel che scappata per la goccia che ha fatto traboccare il vasino e chi rimane ne è imbarazzato. Non c’è colpa, ma sì qualche buon torto! Dove si preferisce essere traditi piuttosto che vivere col torcicollo e una coda che spunta dagli occhi (quale non rovina la vista, ma annebbia tutto il campo visivo). È finita la miseria del mondo preceduta dalla misericordia. Resta tuttavia la povertà… di dire ciò che si pensa e pensare ciò che si dice. Credere rimane una demenza e un lusso. Il dolore è caro e privato a ognuno, parla molto, fa tanto, e non riscuote con la sofferenza, perché ella per tanto soffrire non ha retto, così anche il coniuge si è lasciato morire: la compassione. Dove se mi taglio il dito, mi spezzo l’osso o mi lasciano la donna e il cane, non fa meno male perché un altro se l’è tagliato o l’ha spezzato, ha trovato la donna e investito il cane. Insomma, dove nessuno è consolato dal dolore altrui perché non c’è proprio consolazione. Poliglotta è la lingua, non la mano… neppure serve viaggiare molto, ci si allontana anche solo di qualche passo. Così mi sono allontanato dall’idealismo, per vedere questa Europa! Questo mio sogno… Mi sono reso conto che l’idealismo rimane un cerottino sul corpo dell’utopia. Ma tolto quello, non ho visto nessuna ferita.

Come definiresti la vostra musica, così scarna, viscerale, festiva, e allo stesso tempo caotica, inquietante? Se la vostra musica fosse una rivoluzione, che rivoluzione sarebbe?

Tu l’hai definita benissimo. Aggiungo solo l’etichetta: musica contemporanea europea. Non so se può essere una rivoluzione, almeno… quelle falliscono e lo sanno tutti. Ma non tutti sanno che le rivoluzioni devono fallire… perciò bisogna farle! Anzi, una rivoluzione sì! Quella che ha da venire… CONTINENTALE! Che possa fallire meglio di tutte!

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Quanto conta il fatto di essere svizzeri? Una semplice implicazione geografica, o c’è qualcosa di più?

Conta poco e costa molto. Siamo minori e da questo stato di minorità vogliamo conquistare l’Italia. Non è la nostra storia ma sì è la lingua in cui sogniamo, pensiamo, leggiamo, chiacchieriamo e scriviamo. Cosa può fare una sovranità contro la lingua? Ci mette la polizia, le tasse e poco più. Noi, con la nostra opera, vogliamo (ri)annettere culturalmente il Ticino all’Italia. Dopodiché l’Europa.

Nei crediti del disco segnate il 2014 d.C. anche come 126 d.N. Ci puoi spiegare cosa significa?

La prima lo sai… il calendario di papa Gregorio XIII,… nel quale si nasce male e si vive peggio per poi morire pessimamente, ma con ottimismo! La seconda rientra invece in ciò che ho riconosciuto come calendario laico: dopo Nietzsche. Lo segna in chiusura al suo Anticristo, il 30 settembre 1888, in cui cade il primo giorno del calendario. Per accedere a questo cronologia, basta soltanto rifarsi il vocabolario, ed è un bell’andare di corpo! Io ti chiedo invece: Cristo ha avuto il cristianesimo, perché mai a Sade e Masoch son toccati il sadismo e il masochismo? Poveretti!

In molte recensioni del vostro disco ho colto un riferimento al passato, a tempi diversi, per certi versi più complicati – o per lo meno, tempi in cui la complessità era più affascinante e più accettabile di oggi, nel bene e nel male. Quanto vi sentite “complessi”? Vi sentite fuori tempo, di un’altra epoca? E nel caso, di quale?

Tornassimo alle epoche passate, potremmo sembrare dei santarellini… vista la morale con cui siamo stati. Non vorremmo fare figuracce con ‘sti viaggi nel tempo! È dal nostro presente che cerchiamo il confronto con quanto di bello e grande fu, e neppure troppo tempo fa. Allora si può essere contemporanei alla scoperta del fuoco, a Epicuro, alla bomba nucleare e grazie al razzo alle invenzioni, gli accordi e a tutti gli altri che in vita dissero “io”. Lo diremo nel prossimo disco che cos’è l’io… ma giacché di già lo suoniamo in concerto con “Canta la bambina”, è bene dirlo subito: “io = nana microcefala anoressica con invisibile areola priva di capezzolo su mammella iperbolica”. Così… giusto per ricordarselo la prossima volta che si inizia una frase. Intanto auguro a chiunque di dire io soltanto se richiesto, dalla polizia, dai preti, dalle amanti, dalle madri, sorelle e in quest’ordine. Dopodiché… a che servirebbe il complicato se lo si semplificasse? E poi la semplicità non è meno complicata: vedi esempio 2. Questo invece il primo: “Nella vita altro dalle cose complicate non c’è, fuori dalla vita altro non c’è”. Questo è semplice no? La vita invece è complessa. Senza origine né risultato. Una volta e per infinite: l’esistenza rimane senza scopo. Ma molta passione!

Ho letto spesso accostati al vostro i nomi di Gaber, dei CCCP… altre influenze meno ovvie ma che potrebbero gettare luce sulla vostra opera? Se i Fedora Saura fossero uno scrittore o un poeta, chi sarebbero? E se fossero un pittore, uno scultore?

Il gioco delle mazzette! Questa domanda l’ho lasciata per ultima, perché mi è proprio difficile. Mi va di dire questo: c’è una pesante scultura a Mendrisio (Ticino), si chiama Alpha (1972), di André Ramseyer. Qualche anno fa, come dice l’Archivio e vedevano i miei occhi, stava nel “Bâtiment de la Poste”. Dopo il rinnovo della stazione l’hanno spostata e messa tra la ringhiera delle scale per accedere ai binari e i parcheggi dei motorini, costretta da entrambi i lati. Si sono impegnati molto quelli del comune e pensato niente. Per rispondere alla tua domanda: nel momento in cui Fedora Saura non saprà diventare altro da ciò che è, in quello stesso istante prenderebbe corpo in quella scultura di granito.

Prossimi passi? Progetti per un nuovo disco, magari qualche data italiana?

Oltre al mecenate, tre coriste nere, un’orchestra e un bombarolo, cerchiamo pure una booking italiana. Si facciano avanti pertanto… e daremo loro quanto di meglio hanno visto e sentito! Intanto, per il quanto di meglio, si cerca invano di chiudere una data tra Veneto e Friuli Venezia Giulia (per l’11 ottobre). Poi risaliremo la Costa Adriatica per toccare la Slovenia (al KUD di Ljubljana il 12 ottobre), Croazia con Rijeka (13 ottobre) e Split, dove suoneremo il 15 ottobre per la Adria Art Annal. Partiremo dopo le date in Ticino del 2 ottobre allo Studio Foce di Lugano per l’Associazione Oggimusica e il Conservatorio della Svizzera italiana, il 3 ottobre a La Fabbrica di Losone per il Performa Festival e il 9 ottobre a Chiasso per il Gwenstival – Festival di musica e radiofonia. Ci sarà certamente un disco ma “Prima va suonato questo!” ci dice l’etichetta…

Grazie Marko per la disponibilità. Alla prossima!

Vi auguro ozio e felicità! E qualche miliardo perché no! A ridarlo bastano gli interessi! A presto sentirci!

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