Fast Listening | recensioni brevi per ascolti intensi #22.2018

Rinunci a Satana? – Blerum Blerum

[ 20.09.2018 | Wallace Records / Edison Box | Heavy Metal, Post Rock, Hard Rock ]
di Silvio “Don” Pizzica

Secondo lavoro sulla lunga distanza per il duo milanese che omaggia, nel moniker, il libro di Taliesin, dibattuta opera del bardo britannico. Chitarra, batteria, sintetizzatore e poco altro a forgiare un sound nevrotico e arido, figlio degli anni a cavallo fra Sessanta e Settanta, con echi a metà tra uno stile occulto e rovinoso come l’Heavy Metal dei Black Sabbath e l’Hard Rock energico e sessuale di Page e soci. Non solo questo, però, è Blerum Blerum; Damiano Casanova (Il Babau e i Maledetti Cretini) tesse trame allucinogene e drogatissime creando atmosfere pagane e tribali in combutta con la batteria di Marco Mazzoldi (Fuzz Orchestra). L’opening è potenza cruda e senza deviazioni e introduce “La Veneranda Fabbrica del Doom”, uno dei momenti più ‘pesanti’ della tracklist. I lunghi minuti strumentali presentano diversificazioni ritmiche quasi Progressive mentre la doppietta successiva, “Blerum” e “Blerum II”, indica nuove chiavi di lettura più disinvolte, allegre e psicotrope per certi versi. Dopo un momento quasi disteso e dal forte sapore yankee, la sezione ritmica prende in mano le redini prima di tornare a quella sorta di Prog giocoso in precedenza solo accennato, con decise trasformazioni armoniche. Nel Blues di “Chi sta Scavando” fa il suo ingresso per la prima volta la voce che però è solo un contorno appena abbozzato e accessorio alla parte strumentale che resta protagonista assoluta. La chiusura è degno finale di un grande album, con una sorta di omaggio a quel glorioso passato d’oltreoceano cui tanto deve il sound dei Rinunci a Satana?.
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Alessio Bondì – Nivuru

[ 02.11.2018 | 800A Records | Cantautorato, World Music ]
di Antonio Azzarone

Alessio Bondì si ripresenta al pubblico con un secondo lavoro che segue il debutto uscito nel 2016, Sfardo, che gli era valso la candidatura alla Targa Tenco come miglior album in dialetto. Il trentenne cantautore palermitano conferma tutte le qualità già intraviste e con questo disco prosegue il proprio percorso, coniugando perfettamente sonorità moderne e variegate al cantato in dialetto siciliano. Se la comprensione dei testi infatti non è semplice per chi non ha confidenza col siciliano (ma sul sito ufficiale ci sono le traduzioni in italiano, inglese e spagnolo) l’impasto con la musica è di prima grandezza e tra gli ingredienti trovano spazio sonorità soul, afro, funk e latine. Momenti più intimi e profondi si alternano ad aperture più marcate nelle quali i fiati la fanno da padrone. “Ghidara” palpita di sensualità (U to corpu è una chitarra / Ca nun mi fa dormiri / È dintra ‘i mura, è supra ‘u tiettu / Mi cafudda ‘i sutta ‘u liettu). Degne di menzione su tutte “Savutu”, trionfo funk, e la ballad “Un favuri”, in cui pare far capolino una versione isolana di Jeff Buckley o Thom Yorke. Più che il tono del nero (“Nivuru” in siciliano), Bondì punta a mettere in luce le ombre per andare oltre quello che non si vede, indagando la vera essenza delle cose. Un perfetto esempio di world music senza oltrepassare i confini del nostro paese, ma allo stesso tempo in grado di esaltare il valore positivo delle differenze. In tempi di oscurantismo culturale, a dispetto del titolo, Nivuru illumina di accecante bellezza.
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Medicine Boy – Lower

[ 05.10.2018 | Fuzz Club Records | Dream Pop, Noise, Post Punk ]
di Vittoriano Capaldi

Algidi e oscuri, rumorosi e vitali: i Medicine Boy, duo sudafricano ma di stanza a Berlino, con Lower – il secondo lavoro della band, fatta eccezione per l’EP d’esordio, e il primo pubblicato sotto la sapiente supervisione della Fuzz Club – fanno centro proponendo un dream noise decisamente variegato. L’apertura con “Bottom of the Blue” è di fatto un manifesto del sound del combo di Cape Town: parte titubante col suo incedere oscuro per poi esplodere in una coda noise imbevuta di riverberi che non fa che aggiungere inquietudine a un brano al tempo stesso ferale ed introspettivo. L’alternarsi al microfono tra André e Lucy dà un tocco di colore a un album già cangiante e vario di suo: in “Yellow Eyed Radio Blues” le voci dei due concorrono a creare un’atmosfera che può ricordare il Lanegan più recente, quello sospeso tra cantautorato ed oscuri inserti post punk. Il minimalismo soffice ed etereo di un brano come “Carpels” riporta invece alla mente i Low elettronici degli ultimi lavori. L’oscura alienazione che trasmette “Diamonds”, con tutta l’urgenza espressiva che l’irrequieta chitarra può comunicare, fa da contraltare alla rilassatezza di un brano come “For the Time Being”, che appare quasi vulnerabile nel suo placido e fragile fluttuare. Quello di Lower è dream noise a tratti claustrofobico che, gentile e al tempo stesso feroce, riesce ad affascinare per tutta la durata dell’ascolto, proponendo i Medicine Boy come realtà in rampa di lancio e con buoni margini di miglioramento.
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