Fast Listening | recensioni brevi per ascolti intensi #15.2018

- Data: 05.10.2018

by Maria Pia Diodati

Adam Naas – The Love Album

4151L-0GjLL._SS500[ 21.09.2018 | Mercury Records | Synth Pop, Neo Soul ]

È una voce che difficilmente si dimentica, quella del giovane crooner francese giunto al suo primo full-length. Io l’ho conosciuta la scorsa estate su uno degli stage di Ypsigrock, dove ha tenuto banco con appena un EP all’attivo e una presenza scenica detonante. Lui la propria musica la definisce Dark Romantic Soul e – se è pur vero che di synth pop in salsa r’n’b in giro ce n’è fin troppo – Adam Naas vale la pena di scoprirlo proprio perché soul lo è nel senso più letterale e meno modaiolo del termine: pur muovendosi in territori sonori easy e danzerecci, è la potenza espressiva – delle liriche e dei temi così come delle prodezze vocale di Adam – a determinare lo scarto sostanziale tra The Love Album e le furbate commerciali. Intenso ed onesto, questo ragazzo cresciuto a pane e Michael Jackson, che traduce mirabilmente il proprio vissuto in storie universali (e cos’altro bisognerebbe pretendere da un bravo songwriter pop?) mentre il suo timbro androgino occhieggia a quello di Macy Gray (“Shalalalove”) o sale in sensualissimo falsetto per un intero brano (“The Love”) e poi con la stessa disinvoltura saltella tra ottave a due a due in “Love is Never to Blame”. Coinvolgente sempre, che si tratti di ballad o di irresistibili episodi uptempo spudoratamente anni 80 (“Cherry Lipstick”). Da ascoltare e riascoltare.
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Any Other – Two, Geography

two-geography[ 14.09.2018 | 42 Records | Slacker, Emo, Indie Rock, Songwriting ]

Il secondo lavoro di Adele Nigro con i suoi Any Other esce dopo un lungo tour accanto a Colapesce, con cui Adele non solo ha rivelato ai più le proprie doti di performer, ma ha anche innescato un duplice fenomeno per il quale ora accade che, da una parte, i seguaci del cantautorato italico scoprono con stupore che i propri ascolti non erano poi tanto indie, che sotto alla scena cosiddetta indie si cela un strato ancora più indie, e dall’altra parte invece tutt’a un tratto gli estremisti anti-canzonetta si avventurano ai concerti di quell’Infedele di Lorenzo Urciullo (qualcuno persino sbilanciandosi con moderati apprezzamenti). Fatto sta che quando parla in prima persona la Nigro non cede alle lusinghe dell’it-pop – neanche se si tratta di quello più sostanzioso – e continua ad avere lo sguardo rivolto verso il Midwest, con la stessa urgenza dell’emo seminale già dipanatasi nell’esordio di quattro anni fa, quel Silently. Quietly. Going Away di cui questo sequel conserva l’attitudine slacker e un posto in primo piano per le chitarre, pur aggiungendo moltissimi ingredienti: vezzi orchestrali (il crescendo di “Breastbone” e un reiterare lirico che galoppa e poi muore senza languire), esplorazioni in territori soul (“Capricorn No”), arrangiamenti pregevoli e volitivi che si accompagnano a linee vocali smaliziate (in “Traveling Hard” potrebbero essere quelle di Ani DiFranco). Ogni colpo è messo a segno. Senza dubbio tra le migliori uscite nostrane di questo 2018.
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Bad Pritt – s/t

42316891_855109824877744_3762763115075207168_n[ 21.09.2018 | Shyrec Records | Neoclassical, Ambient, Darkwave ]

Esordisce in toni apocalittici questa prima prova per Luca Marchetto col moniker Bad Pritt, con l’imporsi degli archi dell’opener “The Ghost in My Bed”, che introduce alla solennità del beating tribale delle tracce che seguono a comporre il debutto eponimo. Il fondale è elettronica pulita e puntuale, evocativa come una colonna sonora, che di rado sovrasta gli elementi orchestrali e i melanconici cori al sapore di Vocoder: gli ingredienti di base sono quelli dell’ultimo Bon Iver, ma l’aulica aura darkwave rende gli esiti emotivi nettamente diversi. Gli spazi sonori sono volutamente angusti (il reiterare del fraseggio inquieto di “Stalagmite”), anche quando la melodia la fa da padrone, come in “Falls Like a Domino”, dove un lieve sfasamento è sufficiente a perturbare un mood apparentemente serafico. La cifra caratteristica del disco è il continuo oscillare degli arrangiamenti tra suggestioni ancestrali e scenari post-moderni, un duello silente e raffinato, che sale al culmine della tensione in “International Dark Sky Association” mentre un robotico spoken sibila tra gli interstizi di una coltre di suono, e giunge all’armistizio solo in chiusura col dispiegarsi purificatorio di “Burning Bridges”. Un ottimo inizio.
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