Recensioni #01.2017 – Brian Eno / Jumping the Shark / Tiger! Shit! Tiger! Tiger! / Il Diluvio / Duke Garwood

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Brian Eno – Reflection (Warp Records | Ambient | 2017)
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Brian Eno in quest’ultimo disco, ascoltabile dal primo giorno del nuovo anno, ci offre un’unica traccia di 54 minuti di durata che si collega ad alcuni dei lavori offertici nei suoi oltre quarant’anni di attività (Discreet Music, Thursday Afternoon, Neroli, Lux), ma che è soprattutto parte di un progetto molto più ampio di musica generativa: il lavoro può infatti, tramite un’applicazione per iPhone, iPad ed Apple TV, suonare infinitamente maturando variazioni dettate da un sistema di algoritmi che cambiano anche in base al momento della giornata scelto per l’ascolto. Si tratta di thinking music acquatica basata su geometriche armonie nella quale i suoni si dissolvono, si espandono e si sgonfiano, si riassestano, svaniscono. É la musica discreta di Eno, che può essere ascoltata o ignorata ma che, quasi inevitabilmente, finisce per catturare e liberare il pensiero. Se questa tipologia di Ambient music risulta oggi fin troppo canonica rispetto ad altre proposte complessivamente più seducenti (ma assai differenti sin dall’idea di partenza), c’è da dire che nei particolari Eno continua ad essere un maestro, ed è peculiarità tutta sua saper dipingere una luna riflessa nel pozzo capace di risultare così tangibile, prima di sprofondare, irraggiungibile, nell’oscurità del fondo del pozzo, immersa in quello stesso silenzio dal quale si era manifestata.
[ascolta su Spotify]

Jumping the Shark – Amami (Bananophono Records | Indie Rock, Pop | 2017) jumping the shark amami copertina
Giovane duo proveniente da Pesaro formato da Leonardo Antinori (batteria, voce) e Tommaso Tarsi (chitarra, cori). Amami, che segue Fonzarelli e l’Ep Sogni Pesaresi, è disco dal sound sicuramente più variegato, ma allo stesso tempo più accomodante, rispetto ai precedenti episodi ed alterna spunti interessanti a momenti che, soprattutto durante i ritornelli, scivolano spesso verso soluzioni piuttosto scontate. Il disco, nel quale si rincorrono momenti più spinti ad altri più melodici e nel quale non mancano misurati innesti elettronici come passaggi più (Hard) Blues, scorre comunque via lasciandosi ascoltare e, come spesso capita a questo tipo di proposte (vedi Bud Spencer Blues Explosion), in sede live potrebbe guadagnare molto, ma, sicuramente, le capacità per fare di più e meglio anche in studio a questi ragazzi non mancherebbero; forse prima ci sarebbe però da chiedersi cosa si vuole diventare ed a chi ci si vuole rivolgere. Un ultraquarantenne, ancor più se irrealizzato, non può che tifare per chi ha la metà dei suoi anni, non solo per il bene della musica.
[ascolta “Vera Show”]

Tiger! Shit! Tiger! Tiger! – Corners (To Lose La Track, Miacameretta Records |  Tiger! Shit! tiger! tiger! corners copertinaAlt Rock | 2017)
Corners, terzo full length per il trio di Foligno, come il suo predecessore, è stato registrato in presa diretta in modo da rappresentare già su disco l’impatto live di una band che si conferma tra le migliori realtà (non solo per quanto riguarda il nostro paese) di quel sound stracolmo di riferimenti all’Alt. Rock degli anni 80 e 90 (Pavement, Dinosaur Jr., Sonic Youth, Swervedriver, Guided by Voices, e via dicendo). Si tratta di un disco sincero, diretto, che rappresenta la perfetta fusione dei due album precedenti: c’è atmosfera, c’è rumore, è ben presente un’urgenza espressiva che si manifesta però in modo meno irruento rispetto a Be Yr Own Shit (come fosse un ulteriore riverbero, che in questo caso nasce però da dentro), così come non manca una certa spigolosità, che per quanto arrotondata rispetto al precedente Forever Young non fa perdere una virgola in impatto. Insomma, si centra il bersaglio riducendone il diametro, cosa che dimostra quanto i Nostri non cessino di maturare e di personalizzare sempre più la loro proposta.
[ascolta “Weird Times”]

Il Diluvio – Il Diluvio (EP) (Autoprodotto | Alt. Rock | 2017)
il diluvio copertinaPartiamo del presupposto che una band bresciana con un Omar alla chitarra al sottoscritto non può che far simpatia già in partenza (ero un fan dei Timoria, ai quali tutt’oggi sono ancora legatissimo, ed Omar Pedrini occupa un pezzo importante del mio cuore). Detto questo, Alessandro Serioli (tastiere, voce), Simone Bettinzoli (chitarra elettrica, voce), Omar Khrisat (chitarra acustica) e Piero Bassini (batteria) ispirandosi a nomi di livello (Steven Wilson, Death Cub For Cutie e tanti altri, anche di epoche più lontane) sfornano un debutto che mostra sicuramente delle buone capacità. I quattro propongono un Rock atmosferico piuttosto suggestivo, costruito con eleganza, che tende ad inasprirsi durante le code strumentali, creando atmosfere sospese (come sospesa risulta essere la poetica delle liriche) accompagnate da un cantato morbido ma denso. Eppure manca qualcosa, manca la visceralità del Diluvio; i ragazzi sanno comporre, suonare, cantare, hanno imparato bene la lezione. Talmente bene da regalare spesso l’impressione di una proposta che, suonando più derivata del dovuto, autocastighi la propria personalità, un peccato viste le capacità, ma correggibile. Li aspettiamo all’esordio lungo, sicuri che, se matureranno il giusto ed acquisiranno consapevolezza nei propri mezzi, potremmo parlare di un buon lavoro.
[ascolta su Spotify]

Duke Garwood – Garden of Ashes (Heavenly Recordings, Pias | Minimal Folk-Blues, Songwriting | 2017)
duke garwood garden of ashes copertina
Musica che bolle sulla pelle, voce che sazia di polvere, intime preghiere liberate in un personalissimo deserto, che pare quasi scorretto poter ascoltare. Come sempre dalle parti dell’amico Mark Lanegan (qui presente in cabina di missaggio), del compianto Leonard Cohen, e dei vari Bill Callahan, Nick Cave, Hugo Race e via dicendo, in questo suo sesto album in studio l’artista londinese ci offre torbide e sciamaniche ballate Folk, blues oscuri e psichedelici e avvolgenti e sognanti ninne nanne, creando, attraverso strutture che non superano mai il confine dell’essenzialità, atmosfere apocalittiche ed al contempo salvifiche. Un uomo, la sua profonda voce e la sua sublime e maledetta chitarra (col supporto di Emily Mackey e delle Smoke Fairies ai cori, di Paul May alla batteria e di Pete Marsh al contrabbasso, ma potrebbe benissimo trattarsi di fantasmi), ci concedono, dopo il buonissimo Heavy Love, un disco probabilmente ancor più spirituale, misterioso e seducente, che non nasconde i segni dell’incendio dell’esistenza. Siate scorretti, ascoltatelo. Ma per favore, non solo una volta.
[ascolta “Coldblooded“]

Last modified: 20 Febbraio 2019