Different Times è il nuovo album dei Giardini Di Mirò | Intervista Track By Track a Corrado Nuccini

- Data: 05.12.2018

by Maria Pia Diodati

Different Times è l’atteso ritorno dei Giardini di Mirò con un album di inediti, uscito il 30 novembre scorso per 42 Records. Dopo averlo ascoltato a lungo ho messo da parte ogni pudore, delle mille domande un po’ marzulliane che mi sono venute in mente ne ho scelte nove, una per ogni traccia, e le ho rivolte a Corrado Nuccini.

01. Different Times

Cambiano i tempi ma la devozione dei Giardini di Mirò al post rock no, quella non passa: la title track è stata il primo estratto da questo nuovo lavoro e con quegli otto minuti abbondanti di chitarre distorte e percussioni incalzanti ha messo subito in chiaro che si sarebbe trattato di un ritorno convinto alla materia prima delle origini. Eppure la scelta di quel campetto da calcio che fa da copertina a Different Times – una foto che potrebbe essere stata scattata a Cavriago ma che in realtà ritrae un angolo di una periferia cinese – ha tutta l’aria di avere un significato ben preciso.

La copertina del disco ha una genesi complessa. Prima di scegliere la foto di Simone Mizzotti abbiamo vagliato alcune ipotesi senza trovare l’idea del disco. Un po’ per sfinimento, un po’ per culo abbiamo trovato questa foto della periferia cinese: porta i segni di un tempo ordinario ma non canonico, un tempo che fa i conti con la propria trasformazione. In quel contrasto tra palazzi ultramoderni e un campo da calcio è messa in scena un’immagine romantica che ci piace perché ci ritroviamo qualcosa di noi. Ma soprattutto è utile per non confonderla con i dischi trap su Spotify.

02. Don’t Lie (w/ Adele Nigro)

Trovo che uno dei pregi di Different Times sia il giusto dosaggio di intermezzi come questo, più melodici e immediati, e la presenza di Adele Nigro a dar voce al tutto è una gradevolissima sorpresa. Per un giovane artista, una collaborazione con chi la scena indipendente ha contribuito a definirla ha un po’ il sapore della consacrazione. Che ne pensate dello slacker rock dei suoi Any Other? Secondo voi quali novità dell’underground italico meritano di essere di tenute d’occhio? Sì, insomma, che c’è di buono all’orizzonte per quegli ascoltatori che non riescono a rassegnarsi al dilagare di trap e it-pop?

Adele è bravissima e siamo molto contenti di averla con noi nel disco. L’ho anche vista live da poco e mi ha confermato tutto quanto di buono si legge in giro. Per tutto il resto sì, musica che merita ce n’è tanta, non vivrei però questo momento di musica pop-giovanilista come una sconfitta per noi, i primi della classe (!!!) o ex primi della classe. La nostra etichetta, 42records, produce da Cosmo fino ad Any Other e c’è un senso. C’è sempre un senso, un filo conduttore tra le cose, se siamo veri primi della classe, o lo siamo stati anche solo per un minuto, dobbiamo vederlo e accettarlo. Nomi di musicisti italiani bravi? Indian Wells, Arto, Stefano Pilia, Zu, Enrico Gabrielli e tutte le sue band, Asso, Andrea Belfi. Alcuni sono amici e mi vergogno un po’ a citarli, altri non li conosco ma mi piacerebbe. Tra i nuovi pop mi piace molto Giorgio Poi, non credo però sia nelle playlist del gruppo.

03. Hold On (w/ Robin Proper-Sheppard)

Questa è una di quelle magie che da sempre fate con gli ospiti, riuscendo a enfatizzarne la cifra stilistica semplicemente avvolgendoli col sound peculiare dei GdM. Quello con Robin Proper-Sheppard suona come un mutuo scambio, un incastro fecondo tra il suo cantautorato esistenzialista e il vostro modo di intendere il post rock. Com’è nata la collaborazione con lui? E come nasce in generale l’esigenza, per voi frequente, di includere altri artisti nel processo creativo?

Tante voci nei nostri dischi? Nei Giardini il posto è vacante sin da quando Cammo abbandonò nel 1998, da allora siamo un gruppo che prende voci a prestito anche quando tocca a me o Jukka cantare. Per il resto le collaborazioni sono una cosa ricorrente in musica e a noi piacciono parecchio, forse perché siamo più fan di musica che musicisti in senso stretto.

04. Pity The Nation

Le liriche asciutte e perentorie fanno di questo brano il più politicizzatodel lotto. A stare a sentire i fiati sull’incedere marziale di “Pity The Nation”, sia concettualmente che musicalmente la scelta sembra vicina a quello che fa PJ Harvey da quando ha deciso di rivolgere lo sguardo al di fuori del suo Dorset. Però, in questi tempi estremamente social, quando un artista dice la propria su questioni sociali o politiche, spesso dal pubblico si sente rispondere cose del tipo che dovrebbe farsi i fatti propri e pensare a fare musica. Voi come la vedete? C’è un’implicazione che va oltre l’aspetto musicale in quello che fate?

Abbiamo scelto le parole di Ferlinghetti, che a sua volta riprende quelle del poeta libanese Khalil Gibran. Ne esce una composizione che va dritta al punto. Sconvolgente per franchezza e semplicità. Pietà per la nazione i cui leader sono bugiardi i cui saggi sono messi a tacere e i cui fanatici infestano le onde radio. Pietà per la nazione che non alza la propria voce, tranne che per lodare i conquistatori e acclamare i prepotenti come eroi. È colpa nostra se un Gibran, un libanese cristiano maronita, ha una voce ancora così contemporanea?

05. Failed The Chart

Non è la vostra prima volta con il frontman dei Piano Magic, e ritrovarloqui ci riporta inevitabilmente al 2007 di Dividing Opinion e all’evocatività del suo spoken in “Self Help”. His was a dark and noble art but his songs they failed to chart: stavolta, a volerla intendere nel modo più letterale, quella esternata dalla voce di Glen Johnson è una riflessione rassegnata sul complicato rapporto tra il fare arte e il mercato discografico. È il mondo di oggi, dove il successo si misura in base al numero di ascolti distratti in streaming, oppure è sempre stato così? E al di là dei mezzi a disposizione dei fruitori, cos’è cambiato negli ultimi 20 anni per chi la musica la fa?

Credo si riferisca, con un po’ di humor nero, al fatto di essere un mito per qualcuno e uno sconosciuto ai più. Glen, reform the band and play again. Your songs, they have skewered by heart. But no pleading and begging can detract from the fact. Those songs, they have failed to chart. Se la cosa ci può tranquillizzare, ai Giardini di Mirò delle classifiche, dei numeri, delle radio, etc etc, non è mai fregato un cazzo, anzi, spesso amiamo le canzoni modello “Failed The Chart”, quelle che fanno piangere i cuori e straziano i conti in banca, ma se rinasco mi faccio furbo.

06. Void Slip

L’ambientazione sonora è quella di un morbido shoegaze ma anche questo è un brano in cui torna la forma canzone. “Void Slip” un po’ mi ricorda le atmosfere degli Alcest in Shelter, la loro parentesi più vicina al dream pop, e tutto sommato anche Different Times risulta un album più accessibile se confrontato con le imprese in cui voi vi siete cimentati in passato. I tempi sono cambiati anche in questo senso? Il vostro approccio – quello che Marco Braggion ha definito ‘interiorizzazione del pensiero’ e ‘rifiuto della comunicazione verbale’ – come si coniuga al tempo presente, nell’era dell’interazione istantanea e compulsiva? (“Different Times” è anche il titolo del libro con cui Braggion ripercorre la parabola artistica della band, uscito giovedì scorso per Crac Edizioni, ndr)

Il disco ha diverse anime, alcune piu pop altre meno però tutto suona con il marchio GdM. Se dopo tre lustri di carriera (o forse più) registrare un pezzo con influenze shoegaze ti fa essere shoegaze, c’è un problema di fondo. Noi non inseguiamo i generi ma diamo ascolto alle nostre influenze. Di recente ho visto “La ballata di Buster Scruggs” dei Cohen, beh ecco, lì non è la materia trattata, il western, ad influenzare i registi, ma i registi a dare una nuova lettura di un genere. Ok, so tutto questo ragionamento potrebbe sembrare immodesto però ecco, il senso, riportato a noi poveri post rocker di provincia, può essere applicato anche a Different Times.

07. Landfall

Altra parentesi in linea con le sonorità degli esordi, perché i tempi cambiano ma i sodalizi storici a volte ritornano. Com’è stato rientrare in studio con Giacomo Fiorenza e cos’è cambiato dall’ultima volta? (Fiorenza è stato il produttore con cui i GdM hanno realizzato i primi due album, Rise and Fall of Academic Drifting e Punk… Non Diet!, rispettivamente nel 2001 e nel 2003, ndr)

Giacomo? È stato come ritrovare un compagno di viaggio: siamo ripartiti senza tante storie. Giacomo fa cose complesse in un modo semplice, forse un po’ come noi, poi sì, ha anche qualche mezzo difetto (mezzo! eh eh), forse come noi, quindi alla fine tutto si pareggia. Spero di lavorare ancora con lui, tira fuori delle cose (musicali!) diverse, se dico “dai cazzo, facciamo una chitarra reverse in accappatoio” e lui si prende bene la facciamo, e il che potrebbe anche non essere una notizia, ma poi viene benissimo e ti chiedi perché non hai registrato chitarre reverse in accappatoio per tutta la vita. Poi ha sempre dei superalcolici pronti per affrontare i momenti di crisi d’ispirazione.

08. Under

L’umore muta di nuovo in questo pezzo di emo rock schietto e trascinante. L’omogeneità, che forse in un certo senso è quasi inevitabile quando si tratta di sonorizzazioni come Rapsodia Satanica, non sembra invece essere una delle ambizioni di Different Times. Qual è il fil rouge stavolta? Non che un album debba averne necessariamente uno, ma voi di certo come artisti non siete soliti lasciare le cose al caso.

Il disco oscilla tra le nostre anime diverse, cercando di offrire uno spaccato completo del repertorio. Forse, se vogliamo accogliere il tuo pensiero, potrebbe sembrare un filo eclettico, però con sì, con giudizio. Sul nostro Wikipedia c’è scritto che siamo un gruppo partito dal post rock ma con varie influenze, dalla psichedelia, allo shoegaze, al dream pop, al noise, al post punk, etc etc. Facciamo un disco ogni tanto, servono tutte le voci che abbiamo.

09. Fieldnotes

L’epilogo è affidato a un quarto cameo, quello di Daniel O’Sullivan (multistrumentista inglese noto anche per la sua militanza in formazioni come Ulver e Sunn O))), ndr) uno che come voi ama cambiare pelle e trovare di volta in volta il giusto mezzo espressivo. Nella sua accezione prettamente scientifica, il titolo è estremamente affascinante. Qual è il fenomeno in atto che state osservando? Quel sax che languisce in sottofondo è la più suggestiva delle conclusioni e ha il sapore di qualcosa che deve ancora accadere. C’è già qualcosa che bolle in pentola per il futuro?

Per dare una lettura dal campo devo avere modo di fare il tour. Non ti nascondo che abbiamo grandi aspettative. Vogliamo mettere in piedi il miglior tour dei Giardini di Mirò. Servirà energia, cuore e costanza. Speriamo di farcela.

[ tutte le info sul tour su www.dnaconcerti.com ]

Be Rock, Share!

Pubblicato in Interviste - Tag:


Lascia un commento

*

*

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati con *



1999-2011 © ROCKAMBULA