Bowland – Floating Trip

- Genere: Trip Hop
- Etichetta: Autoprodotto
- Voto: 6,5/10
- Data uscita: 2017
- Data uscita recensione: 01/09/2017

by Silvio "Don" Pizzica

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L’acqua come simbolo sembra essere uno dei punti chiave per la lettura di questo esordio targato Bowland. L’acqua che scroscia evocativa nella prima parte dell’intro, l’acqua verde sulla quale navigano i tre iraniani nel disegno di copertina, l’acqua oltre la quale cercano di scorgere la salvezza con un cannocchiale, il rumore dell’acqua che cercano di attutire porgendo le mani alle orecchie per cogliere il suono della “vita”, l’acqua che carezza la mano che la sfiora, l’acqua in cui si gettano quando arrivano a ridosso di un’isola aliena, apparentemente inospitale, ma che deve essere l’unica possibilità di scampo alla devastazione fisica e morale lasciata alle spalle e all’alienazione nel nulla della superficie del mare. L’acqua come simbolo di vita e speranza per chi fugge e come sinonimo di morte per chi quella fuga non è riuscito a portarla a compimento.

Non è certo un caso che i tre protagonisti di questa storia chiamata Floating Trip provengano da una delle terre che più sta soffrendo al mondo, da quel Medio Oriente martoriato da cui tanti disperati cercano di scappare. I Bowland sono due ragazzi e una ragazza di Teheran ma ormai trapiantati a Firenze, che in Iran tornano spesso, cercando di ricordarlo per com’era e viverlo il più possibile, magari nascosti dalle leggi che minano in maniera indicibile le libertà personali vanto della società occidentale.

Qui, proprio in Italia, i tre decidono di mettersi insieme per sviluppare un progetto che fa della multi etnicità e poliedricità il suo punto di forza. Il loro Trip Hop si avvale di una strumentazione non sempre consona al genere; oltre alle percussioni, Pejman Fani utilizza strumenti anche di culture completamente lontane dalla sua, come didgeridou, scacciapensieri, kalimba e human beatbox mentre è Saeed Aman a legare il tutto alla loro passione per certo Alternative Rock grazie all’uso di chitarra e synth. A creare quell’atmosfera languida, malinconica ed evocativa che finisce per essere la vera forza vitale degli undici brani, si aggiunge la voce di Lei Low, che sfruttando la lingua inglese, racconta storie dal sapore agrodolce. Contaminazione e speranza, Trip Hop ed Elettronica, Nu Soul e World Music; sono questi gli ingredienti di un album certamente sopra la media, impossibile da collocare geograficamente col solo ascolto ma che finisce per sfociare nel sogno di una società in cui radici, identità e mescolanza culturale allo stesso tempo si fondono, sogno che è dipinto perfettamente dal sound evocato da Floating Trip.

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